Trimarchi: “Atto di responsabilità, l’arte come la sanità ha un costo”
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Trimarchi: “Atto di responsabilità, l’arte come la sanità ha un costo”

La questione se sia giusto o meno far pagare la cultura da tempo divide gli addetti ai lavori ma trova sempre più ragione nei cambiamenti della società, come spiega Michele Trimarchi, docente di Economia della cultura all’Università di Bologna. “Ci sono moltissimi esempi in altre città  –  dice  – . In San Luigi dei Francesi a Roma i dipinti del Caravaggio si vedono solo se si illuminano con una moneta da un euro. Mi sembra un atto di responsabilizzazione, per far capire che la cultura ha un costo, è qualcosa di cui bisogna prendersi cura. Fino ad oggi è stata sorretta completamente da bilanci pubblici, ma le cose sono cambiate. Possiamo fare un paragone addentrandoci nel campo della salute: se aumentano i ticket sanitari nessuno certo scende in piazza con i forconi. Bisogna applicare la stessa logica, elementare, anche in questo settore”.

Gli unici che entrano gratuitamente sono i bambini fino a 5 anni, è una scelta giusta?
“La questione non cambia molto se si alza l’età fino a 8-9 anni. Anche nei musei ci sono limiti variabili per l’accesso dei piccoli”

Nel caso del “Compianto” c’è un altro aspetto che riguarda il culto dell’immagine, viene sottratta una scultura oggetto di devozione. Si è superato un limite?
“Ognuno vive in modo diverso la propria religiosità che spesso ha necessità di aggrapparsi ad un’immagine. Bisogna chiedersi piuttosto quali sono i confini dell’idolatria. E comunque anche i preti fanno pagare per far vedere le opere d’arte. Il marketing ecclesiastico è molto più avanti di quello culturale”.

Il dibattito sulla cultura a pagamento è comunque sempre molto accesso e dividerà gli addetti ai lavori.
“Da una parte si dice che la gratuità della cultura serve ad incrementare il consumo mentre l’entrata a pagamento può scoraggiare il pubblico. Io, in realtà, credo che gli ingressi a prezzi minimi, fino ad una decina di euro, non siano dei deterrenti, soprattutto quando il costo è finalizzato ad una spesa ben precisa. Bisogna poi trovare le giuste formule. Ad esempio, quando i musei britannici erano gratuiti si erano dotati di un contenitore per le offerte libere: i ricavi erano maggiori rispetto a situazioni di pagamento. In questo genere di operazioni bisogna intercettare il grado di appagamento del pubblico che allora sarà ben disposto a contribuire”.

Secondo lei come reagiranno i bolognesi?
“Credo che capiranno e si abitueranno in fretta. Credo che questa operazione non sia stata fatta in modo capzioso ma con un buon motivo, per ragioni pratiche insomma. Sarebbe grottesco ridurre tutto a una nuova questione tra Guelfi e Ghibellini”.

(tratto da repubblica.it; articolo di Paola Naldi)

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