La comunicazione non verbale: un gesto, una postura, un atteggiamento
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La comunicazione non verbale: un gesto, una postura, un atteggiamento

Premesse e teorie della comunicazione non verbale

Il nostro corpo non comunica solo attraverso la parola ma emette e riceve una miriade di messaggi anche attraverso il linguaggio del corpo,  il cosiddetto non verbale. Comunichiamo attraverso un gesto,  una postura,  un atteggiamento.  Persino l’individuo che volge le spalle al gruppo non sfugge a questa dinamica,  perché anch’egli sta comunicando qualcosa: la sua indisponibilità a comunicare.  Paul non verbaleWatzlawick nel volume Pragmatica della comunicazione umana definisce così il campo della comunicazione: “La comunicazione include le posizioni del corpo,  i gesti, l’espressione del viso,  le inflessioni della voce,  la sequenza,  il ritmo e la cadenza delle stesse parole e ogni altra espressione non verbale di cui l’organismo sia capace,  come pure i segnali immancabilmente presenti in ogni contesto in cui ha luogo un’interazione. ”Oltre ad essere scambio d’informazioni,  la comunicazione è anche processo di influenzamento reciproco.  E,  dal momento che i messaggi non verbali giocano in tale processo un ruolo determinante,  diviene importante imparare ad usarli più efficacemente con gli altri.  Molto spesso,  infatti,  essi sfuggono al nostro controllo e alla nostra consapevolezza e vengono assorbiti inconsapevolmente dal ricevente. In questa sezione,  partendo dalle teorie e dalle ricerche compiute sulla comunicazione non verbale,  esaminerò il tema della decodificazione dei messaggi non verbali e analizzerò i processi di influenzamento che avvengono nell’interazione tra due o più persone.  Per scoprire,  infine,  come il nostro corpo sia il primo a smascherarci nel momento in cui tentiamo di falsare un messaggio per ingannare gli altri o noi stessi.

Si suppone da tempo che il linguaggio abbia avuto origine dai gesti.  Solo in tempi recenti ci si è accorti che l’espressione verbale ha tutt’altro che soppiantato i gesti e che proprio questi ultimi sono parte integrante della facoltà di parlare con proprietà e scorrevolezza.  Una delle più recenti e accreditate osservazioni riguardo la CNV,  la dobbiamo allo psicologo Bernard Rimé dell’Università di Louvain,  in Belgio,  autore del libro La dimensione sociale delle emozioni,  il quale rileva che,  quando si gesticola nel dire qualcosa,  il movimento anticipa sempre la parola.  In un recente studio in cui i soggetti erano immobilizzati,  constatò come questi ultimi,  parlando,  avessero difficoltà ad esprimersi e provassero molto spesso la sensazione di avere la “parola sulla punta della lingua”.  L’indagine ha dimostrato che,  impedendo ai partecipanti di muoversi,  l’eloquio diventa più povero,  più insipido,  l’articolazione delle parole appare più stentata e gli errori di pronuncia aumentano.  Sempre nella stessa ricerca,  Rimé evidenzia che numero e ostentazione nei gesti cambiano in relazione all’argomento di conversazione: sono minori quando si ci riferisce a un concetto astratto; per contro, sono più vivaci ed espressivi mentre si descrivono scene,  azioni o oggetti concreti. Inoltre,  se si devono illustrare gli aspetti spaziali di qualcosa e si è impossibilitati oinibiti ad usare dei gesti,  il discorso risulta più impreciso e meno particolareggiato. Vuoi fare una prova? Chiedi ad un tuo amico di darti informazioni stradali per raggiungere,  ad esempio,  un museo della tua città: mentre te lo spiega,  chiedigli di non articolare le mani e vedrai. Un esperimento condotto sul rapporto tra linguaggio e gesti da Krauss e Morsella,  psicologi alla Columbia University a New York,  ha gettato nuova luce sull’argomento.  I due ricercatori,  durante un test per la registrazione della tensione muscolare,  applicarono degli elettrodi all’arto superiore dominante (il braccio destro, in genere) di soggetti seduti,  ai quali venivano lette delle definizioni di utensili,  cose e idee.  Successivamente,  veniva chiesto loro di dire il nome dell’oggetto a cui si riferiva la definizione.  Dall’esame delle risposte e dal confronto con gli elettromiogrammi,  i ricercatori hanno potuto osservare che i termini concreti suscitavano una maggiore contrazione nei muscoli dell’arto dominante.  Peraltro,  constatarono anche che, benché tensione e movimento dell’altro braccio non fossero misurati,  anche questo veniva mosso e che i movimenti erano tutt’altro che scomposti.  Anzi,  erano realizzati in modo tale da fornire una raffigurazione plastica del termine cercato oppure dei movimenti che si compiono nell’afferrarli o nel farne uso (così,  ad esempio,  nell’atto di recuperare il termine pianura,  i soggetti muovevano la mano a raggiera e nel rievocare il termine spiedo,  eseguivano una rotazione con il pugno semichiuso). Per spiegare queste interrelazioni,  gli autori hanno abbracciato la tesi elaborata dall’équipe di neurologi dell’Università Cattolica di Roma,  capitanata da Guido Gainotti: sulla base di osservazioni su individui che avevano subito danni cerebrali, questi studiosi ritengono verosimile che,  quando apprendiamo il significato di un oggetto,  lo archiviamo nella memoria assieme alle azioni e alle contrazioni muscolari che compiamo per usarlo o per comprenderne il funzionamento.  Così,  quando ci troviamo a richiamare a mente il suo nome,  recuperiamo in realtà l’intero complesso di informazioni ad esso legate.  In altre parole,  non si attiva solo l’area linguistica del cervello ma anche quella motoria e pre-motoria dove,  immagazziniamo le sequenze diazioni fra loro coordinate.  L’evocazione nel cervello del movimento,  dunque,  metteautomaticamente in moto i muscoli e ci spinge ad accennare perlomeno parte dellasequenza.  E questa,  a sua volta,  diventa lo spunto per ricordare il nome dell’oggetto acui è riferita quella data azione.

(tratto dal libro “La comunicazione efficace” del Dott. Stefano Centonze)

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