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Ovodonazione. Un lungo percorso psicologico e emozionale. Il mondo interno della coppia e della futura mamma

Ovodonazione. Un lungo percorso psicologico e emozionale. Il mondo interno della coppia e della futura mamma

Dall’esperienza di lavoro terapeutico con le coppie e le donne che stanno affrontando problemi d’infertilità, sono giunta a capire il passaggio doloroso che la coppia, anche considerando la letteratura scientifica internazionale, e in particolare la donna, deve passare attraverso le tappe per la decisione di compiere PMA eterologa con l’ovodonazione. Questo è un processo difficile, spesso afflitto da rabbia, da risentimento, da paura, da perdita della certezza. Ci sono alcune caratteristiche comuni che descrivono l’iter psicologico di queste coppie e donne. Lo scopo dell’articolo è di fornire, alle coppie e alle donne che stanno prendendo in considerazione l’ovodonazione, una tabella di marcia emotiva per assisterli nel processo. L’articolo dev’essere inteso come un’introduzione in modo che le coppie possano cominciare a discutere le potenziali implicazioni della loro decisione.

Quello che segue è una serie di passi che la maggior parte delle donne e/o coppie attraversano quando cominciano a prendere in considerazione la donazione di ovociti.

 

Fase uno: La speranza di successo nella gravidanza con una PMA omologa comincia a svanire

Dopo ogni ciclo di fecondazione assistita omologa fallito, il timore che potrebbe non essere in grado d’avere un bambino geneticamente proprio, nella donna, aumenta comprensibilmente. Può cominciare a chiedersi: “Che cosa fare se questo non funziona?” Tuttavia, accanto alla paura, esiste una speranza costante e un forte desiderio di continuare la ricerca per avere un figlio con i propri ovociti. Avere un figlio geneticamente proprio sembra ancora possibile e si continua sulla strada verso il raggiungimento di tale obiettivo. Si può oscillare tra periodi d’ottimismo e periodi di depressione, come succede normalmente in ogni ciclo di trattamento. In genere, in questa fase, donazione di ovociti e adozione non vengono prese in considerazione.

Fase due: Rabbia e frustrazione. Intensificazione di cicli omologhi

Durante questa fase, s’intensificano gli sforzi, si cominciano a perseguire sempre più trattamenti medici aggressivi. L’Infertilità ora diventa il centro della vita. Tutte le decisioni e i piani sono realizzati nel quadro del ciclo mensile e quando si sente il costante bisogno d’essere disponibile per le procedure, inseminazioni, pick-up e transfert, si trascura il resto della vita ed il rapporto di coppia. C’è la frustrazione del costo fisico, economico e psicologico e l’idea di continuare a fare più tentativi provoca un grande senso di risentimento nei confronti di tutto “Il resto del mondo fertile”.

Durante questa fase, non è raro che insorgano conflitti all’interno della coppia, su quanto più ciascuno dei membri della coppia è disposto (o in grado) d’investire, emotivamente e finanziariamente, nel perseguimento d’avere un figlio geneticamente proprio. La rabbia si concentra verso la femminilità (e il corpo); tutta questa rabbia può aumentare, così come la rabbia verso “altre donne”, che sembrano rimanere incinte così facilmente. Si può non vedere se stesse come “donna completa” e la disperazione può insinuarsi come la paura che non si sarà mai in grado di avere “il proprio bambino”.

Fase tre: Prime riflessioni rispetto alla donazione di ovociti

In questa fase del processo, si sente che la donazione di ovociti è sinonimo di fallimento. Anche se si può riconoscere che le altre donne sono in grado di scegliere la donazione di ovociti come una soluzione, è comunque possibile visualizzare il processo con scetticismo e si può non accettare l’iter di per se stesso. Si può temere che la famiglia e gli amici ci giudicheranno negativamente se si ricorrerà a una donatrice di ovociti. Si può anche mettere in discussione le motivazioni di donatrici di ovociti, sospettando che esse siano tutte donne economicamente disagiate e disperate, che stanno donando solo per guadagnare un migliaio di euro.

Anche se l’ovodonazione, in questa fase, rimane comunque una scelta contemplata, l’idea è respinta. La base di questo rifiuto deriva in genere da una paura di base che la donna non sarà in grado d’abbracciare pienamente e amare un figlio nato con l’intervento d’una donatrice di ovuli. Si può anche prendere in considerazione l’adozione durante questa fase, ma, ancora una volta, l’adozione si sente come un’opzione che non funziona per la coppia. Dopo aver respinto le scelte alternative alla donazione di ovociti e l’adozione, si continuano gli sforzi per “produrre” un figlio geneticamente proprio. I livelli di frustrazione e depressione sono in aumento, come la disperazione, quando i tentativi falliscono e le probabilità di successo diminuiscono.

Fase quattro: Visualizzazione di ovodonazione come opzione di seconda scelta

La possibilità di visualizzare la donazione di ovociti come scelta di seconda scelta, può offrire qualche sollievo, in quanto consente qualche speranza che si potrà comunque essere un genitore, anche se non si è in grado di “produrre” un bambino geneticamente proprio. Poiché la donazione di ovociti offre buone possibilità di avere una gravidanza, s’inizia a vedere la donazione di ovociti come una scelta migliore rispetto all’adozione. La conoscenza che il bambino avrà comunque la metà d’un legame genetico con i suoi genitori (se si utilizzano gli spermatozoi del marito/compagno) può anche essere confortante per la coppia.

Quando s’inizia a ricercare la clinica per effettuare l’ovodonazione, le informazioni che si scoprono possono aiutare a sviluppare una certa fiducia nel processo. La paura circa la motivazione e il carattere delle donne che donano i loro ovociti, comincia a scemare e si comincia a parlare ad altre coppie che hanno compiuto questo percorso. Vedendo la donatrice come qualcuna che sta facendo un dono, tutto diventa più facile. Tuttavia, nuove preoccupazioni possono emergere, come la paura che la donatrice sarà emotivamente collegata al bambino che nascerà e/o che il proprio compagno/marito non vi riconoscerà come madre del bambino.

Si visualizza mentalmente ancora l’ovodonazione come una seconda scelta, una scelta che porterà meno felicità. In questa fase, è difficile immaginare che un bambino nato da un’ovodonazione si sentirà come “il proprio bambino”.

Fase cinque: La resa

Questo è di solito il passo più doloroso nel percorso d’una donna. Nella rinuncia al figlio biologico, c’è un senso di fallimento, di perdita e di disperazione. Sembra che nulla potrà mai avvicinarsi a essere in grado di sostituire il bambino geneticamente proprio immaginato. La perdita d’un figlio geneticamente proprio è un lutto ed è quindi possibile visualizzare il futuro con desolazione e negatività e ci si potrebbe chiedere se si potrà mai elaborare questa perdita.

In questa fase, è abbastanza comune riflettere sulle caratteristiche biologiche della famiglia, sulle proprie forze genetiche e la disperazione perché queste caratteristiche non saranno tramandate ai figli. Senza un collegamento genetico per il futuro, si può sentire un senso di disconnessione, un senso di “estinzione” e che nulla della propria esistenza durerà nel futuro. In seguito, si può verificare l’attuale esistenza nel mondo come meno significativa. Oltre alla perdita d’un immaginario figlio geneticamente proprio, si può sentire una perdita della possibilità d’amare il figlio come parte di sé. La perdita della possibilità d’amare una parte di noi (il “nostro” bambino) nel modo in cui si avrebbe desiderato, è molto doloroso.

Fase sei: Lasciarsi andare

Questo è il momento in cui la coppia dice addio al bambino geneticamente proprio. Gran parte del lutto si è verificato prima di questa fase e c’è un senso d’essere in grado d’andare avanti e lasciarsi andare. Lasciar andare porta sollievo. Anche se l’addio è doloroso, si apre uno spazio per la speranza. Si apre uno spazio per accogliere un bambino non genetico.

Fase sette: Accogliere la donatrice

Mentre la clinica cerca la candidata donatrice adeguata, si comincia a immaginare le possibili donatrici, è quindi probabile che la futura mamma possa sentire un senso di rinnovato ottimismo. Le paure e le preoccupazioni circa la donatrice e il legame che si può creare col bambino, vengono meno e si sviluppa un sincero apprezzamento per la donatrice e il dono che si riceverà. Si può riflettete su alcune delle caratteristiche della donatrice, notando e immaginando i punti di forza, non necessariamente parte del proprio patrimonio genetico, ma quelli della donatrice stessa (cioè, ad esempio, meno malattie cardiache in famiglia, più capacità riproduttive). Come si è vicino alla fine del viaggio, si arriva a capire che la donazione di ovociti è una buona scelta per la donna. Non si sente più che un bambino, figlio di un’ovodonazione, è inferiore a un figlio geneticamente proprio, né si sente che porterà meno felicità. Si può riconoscere che si desidera questo bambino tanto quanto si voleva un figlio geneticamente proprio.

Fase otto: Abbracciare il bambino come proprio, essere la sua mamma

Fin dalla prima vista del bambino appena nato, si fonde una profonda gioia che è il vostro bambino. Mentre tenete in braccio il vostro prezioso, fragile, piccolo miracolo e mentre state facendo l’inventario di tutte le dita delle mani e dei piedi, vi rendete conto che questo bambino è vostro: il vostro bambino da amare e crescere, il vostro bambino con le risate, le lacrime, le gioie e i dolori, il vostro bambino da educare, il vostro bambino da preparare per il mondo in cui vivrà. Questo bambino è vostro per sempre. La conoscenza della sua origine genetica serve solo come testimonianza per la meraviglia di questa nuova vita e della straordinaria gentilezza d’una donna molto speciale, che ha contribuito a trasformare i vostri sogni in realtà.

 

Bibliografia

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  • Mikki Morrissette, Choosing single motherhood. The thinking woman’s guide, BeMondo Publishing, Minneapolis, 2005.
  • Sharon Pettle, Jan Burns, Choosing to be open about donor conception: the experiences of parents, Donor Conception Network, Londra.
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