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Le terapie ROT, di reminiscenza, rimotivazionale e farmacologica nel morbo d’ Alzheimer

Le terapie ROT, di reminiscenza, rimotivazionale e farmacologica nel morbo d’ Alzheimer

Il morbo di Alzheimer è una demenza di tipo degenerativo a decorso cronico causata da un processo che distrugge progressivamente le cellule del cervello. Provoca un deterioramento irreversibile di tutte le funzioni cognitive superiori, fino a compromettere l’autonomia funzionale nelle attività della vita quotidiana. A livello cerebrale, nei soggetti ammalati, si nota un raggrinzamento globale del tessuto cerebrale, dovuto anche alla morte di molti neuroni. I solchi sono molto allargati, mentre i giri sono rimpiccioliti. Vi è inoltre, la caratteristica di presenze di placche amiloidi esterne ai neuroni, formate da una proteina che il corpo normalmente produce ma che, nel caso dell’Alzheimer, non viene eliminata e da grovigli neurofibrillari, fibre contorte insolubili situate all’interno dei neuroni del cervello.

 Le neurofibrille normalmente sono formate da proteine chiamate tau e costituiscono i microtubuli; questi contribuiscono al trasporto delle sostanze da una parte all’altra della cellula nervosa. Nella malattia di Alzheimer la proteina tau è anomala e le strutture microtubolari sono collassate. l sintomi più significativi di questa patologia riguardano:

–           i deficit di memoria (in particolare si verifica l’amnesia anteretograda, cioè l’incapacità di ricordare cose recenti, o più precisamente eventi occorsi dopo l’insorgenza della patologia);

–          Una o più delle seguenti alterazioni cognitive: afasie, aprassia, agnosia e disturbo delle funzioni esecutive;

–          Difficoltà di carattere cognitivo che riguardano difficoltà di scrittura e di calcolo;

–          Peggioramento delle capacità di ragionamento, di pianificazione e giudizio;

–          Difficoltà di orientamento spazio-temporale (faticano a riconoscere l’ambiente in cui si trovano e a collocare gli oggetti nello spazio);

–          Disturbi di comportamento quali aggressività, atteggiamento oppositivo, lamentazioni e urla, alterazioni del ritmo sonno-veglia, sottrazione e accumulo di oggetti e movimenti ripetitivi afinalistici;

La cura delle demenze richiede una presa in carico complessiva di diversi fattori correlati tra loro in forme di processo riabilitativo, farmacologico e di valutazione anche dell’ambiente relazionale ed affettivo. In psicologia clinica possiamo distinguere due tipi di approcci terapeutici-riabilitativi:

–          Approcci che si  focalizzano specificamente sui deficit mnestici (memory training e mnemotecniche);

–          Approcci con indirizzo cognitivo più ampio in cui vengono affrontate anche variabili affettive, quali terapie dell’orientamento alla realtà (ROT), la terapia di reminiscenza e la terapia di rimotivazione.

 

La Reality orentation therapy (ROT), sviluppatasi negli anni ’60 dello scorso secolo, è di matrice cognitivista e i basa sull’assunto che le funzioni cognitive del soggetto non siano completamente compromesse, ma che si possano riattivare le abilità residue, ristabilendo un rapporto soddisfacente con la realtà quotidiana. L’intervento quindi, mira a migliorare l’orientamento del paziente rispetto a sé, alla propria storia e all’ambiente circostante, favorendo l’aumento dell’autostima e sollecitando il malato a partecipare significativamente alla vita sociale per evitare l’isolamento.  Esistono due principali modalità di ROT: formale ed informale. La ROT informale prevede un processo di stimolazione continua che implica la partecipazione di operatori e familiari i quali, durante i loro contatti col paziente, nel corso della giornata forniscono ripetutamente informazioni al paziente stesso. La continua ripetizione delle informazioni aiuta il malato a conservarle nel tempo. Come intervento complementare alla ROT informale, è stata sviluppata una ROT formale, che consiste in sedute giornaliere condotte con gruppi di 4-6 persone, omogenee per grado di deterioramento cognitivo, durante le quali un operatore impiega una metodologia di stimolazione standardizzata.

La terapia della reminiscenza è statainvece formulata negli anni ’80 ed è di origine psicoanalitica. Essa si basa su due assunti fondamentali: il naturale bisogno dell’anziano di fare riferimento alla sua storia con il conseguente piacere che trae da questa attività e la maggiore resistenza nei casi di Alzheimer della memoria relativa a fatti remoti, i cui contenuti possono costituire un ottimo canale per la comunicazione con il paziente.  Si tratta di una tecnica che riutilizza, quindi, la spontanea tendenza dell’anziano a rievocare gli eventi piacevoli del passato e sfrutta tali ricordi per stimolare le capacità mnestiche residue e per favorire la socializzazione. La terapia può essere applicata individualmente o in gruppo, da sola o insieme ad altre tecniche come la ROT e/o la terapia rimotivazionale.

La terapia di rimotivazione è una tecnica cognitivo-comportamentale che si basa sull’importanza di riattivare nell’anziano l’interesse per gli stimoli esterni. E’ rivolta a quei pazienti che manifestano deficit cognitivi lievi accompagnati, però, da stati depressivi e, comunque, in grado di sostenere una conversazione. L’obiettivo principale è quello di incentivare l’interesse dell’anziano per contrastare e limitare la tendenza del paziente depresso all’isolamento, ma anche favorire la socializzazione e l’esercizio della memoria. Questa terapia può essere utilizzata con pazienti ambulatoriali o istituzionalizzati, applicata individualmente o in gruppo, con sedute bisettimanali di circa un’ora.

Attualmente non esiste un trattamento in grado di guarire la malattia di Alzheimer, cioè di restituire al paziente la memoria e le atre funzioni cognitive. Nel malato di Alzheimer, in aree specifiche del cervello, si riscontrano bassi livelli di un neurotrasmettitore chiamato aceticolina, ed elevati livelli di un altro mediatore chimico, il glutammato. Ad oggi i farmaci maggiormente in uso per il trattamento sintomatico della malattia sono molecole che aumentano i livelli di aceticolina. Accanto a questi, esiste un’altra classe farmacologica in grado di proteggere le cellule nervose dall’eccesso di glutammato. I primi farmaci sono denominati “anticolinesterasici”, perché agiscono bloccando un enzima, chiamato colinesterasi, che demolisce l’aceticolina, permettendone un accumulo che controbilancia la perdita indotta dalla malattia (donepezil, rivastigmina e galantamina). Si deve ricordare però che la mancanza di aceticolina non è la principale lesione identificata nella malattia: è stato dimostrato che il danno è indotto prevalentemente dalla deposizione di una sostanza denominata beta-amiloide, la quale sviluppa un’azione tossica sulle cellule celebrali dell’uomo. Purtroppo, ancora non si dispone di molecole in grado di colpire in modo diretto la beta-amiloide e quindi è importante ottimizzare l’uso dei farmaci anticolinesterasici. Quest’ultimi, non solo si sono dimostrati efficaci sulla sfera cognitiva ma anche nel rallentare la perdita dell’autonomia e nel migliorare alcuni disturbi comportamentali. 

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