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Le canzoni d’autore contro lo stigma delle malattie mentali

Le canzoni d’autore contro lo stigma delle malattie mentali

In questo articolo lo psichiatra e cantautore modenese Gaspare Palmieri (in arte Gappa) ci parla dell’iniziativa “Oltre il muro- Una canzone a trent’anni dalla Legge Basaglia” promossa dall’Ospedale Privato Villa Igea, dal Comune di Modena e dal Consorzio delle Cooperative Sociali di Modena. Il concorso ha avuto la finalità di invitare i cantautori e le band giovanili del territorio modenese a scrivere una canzone sul disagio psichico. Al concorso hanno partecipato spontaneamente anche alcune “Psychiatric bands”, costituite da pazienti, operatori e musicisti e dalla serata finale è nato un CD e un libretto di testi.

 

Nell’ambito della salute mentale, la parola stigma viene usata come sinonimo di marchio, segno distintivo in riferimento alla disapprovazione sociale di alcune caratteristiche personali. I greci furono i primi a servirsi di questa parola per denominare una serie di segni fisici che potevano essere associati ad aspetti riprovevoli, legati alla “condizione morale” dei soggetti che ne erano afflitti. Questa accezione di giudizio, o meglio di pregiudizio, nei confronti della malattia psichiatrica è diffusamente presente anche al giorno d’oggi, come se soffrire di depressione o schizofrenia fosse una colpa, un motivo di vergogna, un peccato da espiare con severe punizioni (ai tempi dei greci la follia era vista come punizione divina, curabile con pratiche spirituali o religiose). Alla base di questi atteggiamenti c’è quasi sempre qualche tipo di paura nei confronti del malato di mente: la prima è senza dubbio la paura dell’aggressività. A questo riguardo è ormai noto come solo il 5-15% (pur essendo tali valori variabili secondo l’area geografica ed il tipo di rilievo statistico) delle persone imputate di omicidio sono dichiarate ai fini di legge affette da qualche forma di infermità mentale; il restante 80-85% delle persone che commettono reati gravi sono dichiarate per legge capaci di intendere di volere. E’ quindi profondamente errato il pregiudizio diffuso tra la popolazione e tra non pochi medici secondo il quale la maggioranza delle persone che commettono reati efferati (penso ad esempio alle tante cronache di stragi famigliari), siano dei gravi malati di mente. Tra i fattori di rischio del comportamento aggressivo nei malati psichiatrici gravi ci sono l’abuso di sostanze (in aumento in tutta la popolazione) e la mancata assunzione delle terapie farmacologiche. Quest’ultimo fenomeno è più frequente di quanto si creda, se si considera che secondo alcuni studi più del 40% dei pazienti psichiatrici non assumono correttamente le terapie proposte. Lo stigma influenza negativamente la corretta assunzione delle terapie, in quanto se l’opinione comune è che assumere psicofarmaci sia qualcosa di vergognoso, che riduce a zombie, che cambia la personalità, che non porta benefici, è chiaro che si cerca di evitarli. E’ come se qualcuno mettesse in giro la voce che i farmaci per il diabete o per l’ipertensione fanno male e vanno evitati, sicuramente qualche diabetico o iperteso smetterebbe di assumerli. Se usati in modo corretto e razionale gli psicofarmaci possono dare risultati molto positivi, soprattutto se associati a trattamenti psicologici o riabilitativi. In questo caso il pregiudizio è nato da un uso sbagliato o esagerato (talvolta addirittura strumentale, sotto certi regimi) delle cure psichiatriche nel passato, in un’epoca in cui non c’era tutta la gamma farmacologica che oggi abbiamo fortunatamente a disposizione. Un’altra paura, più profonda e spesso inconsapevole, è quella di una sorta di “contagio” nello stare vicino al malato psichiatrico. Questo timore è frutto dell’ignoranza e spesso dell’insicurezza: solo chi non conosce bene se stesso e soprattutto le parti più fragili di sé può essere terrorizzato dall’incontro con un altro ritenuto diverso e imprevedibile. Freud sosteneva addirittura che il terrore e l’evitamento del malato di mente avrebbe alla base la presenza di nuclei inconsci di fragilità psicotica presenti nella persona che teme questo incontro, in sostanza più facilmente “contagiabile”. Lo stigma aliena il malato espropriandolo dal suo essere persona unica, lo estrania facendolo sentire “altro” rispetto al sano e spesso lo allontana dai contesti di vita attiva (famiglia, lavoro, comunità). Lo stigma impedisce di vedere oltre la definizione totalizzante di malato l’intelligenza, gli affetti, i talenti, le passioni, l’ironia e tutte le qualità presenti nelle persone affette da malattia psichica. La punizione principale inflitta ai malati psichiatrici è stata storicamente la reclusione in strutture manicomiali, chiuse in Italia grazie alla famosa legge Basaglia del 1978 (di cui nel 2008 è ricorso il trentennale). Prima dei manicomi la fantasia popolare distorta aveva prodotto l’idea di “imbarcare” i folli su barconi diretti verso il mare aperto. Il primo capitolo di Storia della follia nell’età classica di Michel Foucault è intitolato infatti Stultifera navis, con esplicita allusione al libro di Sebastian Brant, teologo tedesco che nel 1494 scrisse il libro La nave dei folli. Nello stesso capitolo, Foucault precisa che la “nave dei folli” non era, poi, totalmente un parto della fantasia. Al contrario, era piuttosto comune la prassi di allontanare i “matti” dalla comunità dei “normali”, eventualmente proprio affidandoli a gente di mare: Albrecht Dürer, 1506, ill. da Stultifera navis: De fallaciis mulieribus vitandis. «Accadeva spesso che venissero affidati a battellieri: a Francoforte, nel 1399, alcuni marinai vengono incaricati di sbarazzare la città di un folle che passeggiava nudo; nei primi anni del XV secolo un pazzo criminale è spedito nello stesso modo a Magonza. Talvolta i marinai gettano a terra questi passeggeri scomodi ancor prima di quanto avevano promesso; ne è testimone quel fabbro di Francoforte, due volte partito e due volte ritornato, prima di essere ricondotto definitivamente a Kreuznach. Le città europee hanno spesso dovuto veder approdare queste navi di folli.» Fortunatamente oggi quelle barche non partono più, i manicomi sono chiusi, ma la tendenza alla stigmatizzazione e a una sorta di evitamento del malato di mente è ancora molto presente nella nostra società. L’Isola dei Folli è stata sostituita dall’Isola di Mento, cioè l’isolamento, il dramma peggiore, a mio avviso, che vivono i malati psichiatrici gravi. I Servizi Psichiatrici territoriali svolgono un lavoro preziosissimo, ma spesso non riescono a rispondere agli enormi bisogni di queste persone, soprattutto per quanto riguarda la risocializzazione e il reinserimento nel mondo dei “normali”, dopo le fasi acute della malattia. I disturbi psichiatrici gravi (come ad esempio la schizofrenia o la depressione maggiore) impoveriscono le capacità relazionali della persona, spingendola a un drammatico ritiro dal mondo. Quando manca un solido supporto famigliare o una rete sociale, il malato si trova solo con la propria malattia, destinata a peggiorare anche per via dell’isolamento. Lo stigma è ancora fortissimamente presente nel nostro mondo ed è argomento di studio e ricerca di scienziati e sociologi. Esistono addirittura appositi questionari che indagano la nostra attitudine nei confronti della persona affetta da malattia mentale e alcune domande di questi tests sono davvero singolari, ma purtroppo realistiche: Pensa che quest’uomo (lo schizofrenico) dovrebbe stare in ospedale per tutta la sua vita? Le farebbe piacere se quest’uomo sposasse sua sorella? Le farebbe piacere mangiare il cibo cucinato da quest’uomo? Si spaventerebbe se quest’uomo diventasse vicino di casa? Pensa che una delle cause principali della condizione di quest’uomo sia una mancanza di forza morale o di volontà?…eccetera,eccetera. Come risponderemmo a queste domande? E’ certamente difficile essere completamente sinceri e privi di ipocrisia. Chi combatte contro lo stigma oggi in Italia? Ci sono associazioni di famigliari di pazienti, gruppi di sensibilizzazione, rare trasmissioni televisive e poi c’è l’arte. L’arte è sempre stata vicino alla follia, rappresentando a volte una finestra per la società, sia attraverso le opere di celebri artisti affetti da malattie psichiatriche (pittori come Ligabue, van Gogh, Modigliani e moltissimi altri; musicisti come Beethoven, Coltrane, Parker, Kobain, ma la lista sarebbe lunghissima), sia più recentemente con il coinvolgimento di malati psichiatrici in progetti creativi (si pensi ad esempio al lavoro teatrale di Pippo del Bono). Quando il genio incontra la follia, il risultato è spesso l’immortalità (in senso artistico chiaramente). Anche la musica cantautorale italiana ha mostrato una certa sensibilità rispetto al tema della condizione del malato psichiatrico e le strade della musica e della psichiatria si sono spesso incontrate. Citerò alcuni esempi che mi hanno colpito. Molti hanno ancora impressa l’immagine di Simone Cristicchi, vincitore del Festival di Sanremo del 2007, che sale in piedi su una sedia mimando il volo di uccello a conclusione del suo brano “Ti regalerò una rosa”, contenuto nell’album “Dall’altra parte del cancello” e incluso nel tour teatrale “Centro di salute mentale” (titolo piuttosto esplicito), sulla storia di Antonio, internato per anni in manicomio. “…la mia patologia è che son rimasto solo…” recita la canzone, a conferma di come l’isolamento venga vissuto come una grave complicanza della patologia. L’immagine del malato psichiatrico “…tra puzza di piscio e segatura…”, affetto da “…malattia mentale e non esiste cura…” è a mio avviso troppo stereotipata, lontana dalla realtà attuale e fomentatrice di pregiudizio. Oggi le cure esistono eccome, semmai il problema che a volte, anche a causa dello stigma, la persona rifiuta di curarsi. Comunque, piaccia o no, l’eco che ha avuto la canzone è stata straordinaria. Povia, vincitore del Festival di Sanremo dell’anno successivo, include nell’album “Evviva i pazzi perché sanno cos’è l’amore” (altro titolo significativo) del 2005 la canzone “Mia sorella” che ritrae senza troppi sforzi poetici una ragazza bulimica “mia sorella è pazza e mangia e più che mangia e più che è sola, poi si chiude in bagno, tira l’acqua e mette un dito in gola”, senza però spingersi molto oltre a una descrizione sintomatologica di una giovane ragazza affetta da un disturbo del comportamento alimentare. Il professor Roberto Vecchioni, nell’album “Per amore mio” del 1991, canta nella canzone Tommy il dispiacere per il suicidio di un amico dentista, ponendo l’accento sulla sofferenza dell’amico che ha compiuto un gesto che non può essere giudicato da un punto di vista morale “…se l’hai messo vicino a un assassino, toglilo di lì Signore…”. Poi accenna a una sorta di toccante senso di colpa, che nasce spesso in chi sopravvive a queste tragedie “quando poi sarà il momento digli che io c’ero e non ho fatto in tempo”. Nel complesso il testo trasmette una forte empatia per la persona che soffre, lontana da giudizi o ipocrisie. Ha trattato con grande acume l’argomento dello stigma il compianto Giorgio Gaber che nel brano “Dall’altra parte del cancello” contenuta nell’album “Far finta di essere sani” 1973 pone il dubbio su quale sia il limite fra salute mentale e malattia. Quando canta sarcasticamente “…Noi siamo sani, noi siamo sani, noi siamo normali, noi che sappiamodi contare sul cervello, siamo sicuri, siamo forti, siamo interi e noi dall’altra parte del cancello…”, mostra come certe normalità forzate nascondano in realtà profondi disagi. Non si può poi dimenticare la canzone “Un matto- dietro ogni scemo c’è un villaggio” contenuta nell’album di Fabrizio de Andrè “Non al denaro, né all’amore, né al cielo” del 1971, ispirato all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master. “Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole…”, attacca Fabercon il solito meraviglioso lirismo , per poi mettere in luce l’epilogo triste di molti malati “…di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia, una morte pietosa lo strappò alla pazzia”. Questi sono solo alcuni esempi di come la musica d’autore ha riflettuto sulla condizione del malato psichiatrico, con gradi diversi di retorica, poeticità, drammaticità e solidarietà. Nelle canzoni “il matto” a volte è vittima della società che lo isola, a volte è una creatura indifesa che stimola protezione, a volte è un individuo dotato di risorse speciali, proprio perché la malattia gli fa superare i confini del banale e dello scontato. Al di là delle singole sfaccettature, credo sia fondamentale che le canzoni, nella loro straordinaria sinteticità e capacità comunicativa, rappresentino una risposta al silenzio e all’indifferenza su questi temi. La canzone può essere potentissima, tre o quattro minuti di messaggi che possono colpire direttamente il cuore o la testa di un’intera popolazione, più efficaci di libri, video, conferenze, manifestazioni. La musica è una forma d’arte che penetra dentro l’uomo e può rimanere per lunghi periodi, fino a diventare una vera ossessione. La musica inoltre dà piacere, entusiasmo, emoziona e soprattutto è in grado di riunire, di aggregare sotto lo stesso tetto persone diversissime per cultura, istruzione, provenienza geografica e, perché no, livello di follia. È la consapevolezza di questo potere della canzone che ci ha spinto, sostenuti dal Comune di Modena e dal Consorzio delle Cooperative Sociali, a ricordare i trent’anni della Legge Basaglia con il concorso Oltre il Muro, in cui abbiamo invitato tutti i musicisti modenesi a scrivere un testo ispirato a due frasi storiche di Franco Basaglia e a un terzo tema più generale. Le tracce proposte sono state le seguenti: 1.“La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla” Franco Basaglia 2.“Non esistono persone normali e non, ma donne e uomini con punti di forza e debolezza ed è compito della società fare in modo che ciascuno possa sentirsi libero, nessuno sentirsi solo” Franco Basaglia 3. “Il mio manicomio”: a 3O anni dalla legge Basaglia i tanti aspetti della diversità e del disagio. La risposta dei musicisti modenesi è stata decisamente soddisfacente, con più di quaranta gruppi e cantautori che si sono cimentati sull’argomento. Ci ha inoltre colpito molto la risposta di gruppi nati nell’ambito della riabilitazione psichiatrica, costituiti da pazienti e operatori (che qualcuno chiama anche “psychiatric bands”) e che usano la musica come strumento espressivo terapeutico. Alcuni di questi gruppi si sono formati appositamente per il concorso. È innegabile che questi ultimi siano tecnicamente meno preparati dal punto di vista musicale, rispetto a band o cantautori professionisti o semiprofessionisti, o che comunque calcano le scene della provincia da molti anni, ma abbiamo trovato l’autenticità dei testi prodotti da persone che vivono sulla propria pelle lo stigma, il difficile cammino quotidiano della riabilitazione e l’angoscia spesso insopportabile, assolutamente impagabile e ineguagliabile. La finale del concorso ha quindi visto sul palco “psychiatric bands” e non, giovani musicisti con musicisti più esperti, musica cantautorale insieme a musica rock, in un mix davvero interessante e unico. La maggior parte dei gruppi ha scelto di scrivere testi ispirati al primo e al secondo tema, in quanto le frasi di Franco Basaglia sono evocatrici di riflessioni anche dopo tanti anni, come se la chiusura dei manicomi avesse rivoluzionato sicuramente la vita di tanti malati, ma sull’attitudine dei “normali” verso la patologia psichica c’è ancora tanto da fare. Dalla serata è nato un CD e un libretto con i testi delle canzoni che può essere richiesto al Centro Musica di Modena (Centro Musica, via Due Canali Sud n.3, 41100 Modena. Tel. 059.2034810, Fax. 059.314377, e-mail cmusica@comune.modena.it). Cercherò ora di esprimere qualche riflessione sui testi che a mio avviso hanno colto aspetti più interessanti e più vicini a quello che vedo ogni giorno nella mia pratica clinica. Partirei dalla canzone vincitrice “Il muro”, dei Namastè, che riprende anche il titolo del concorso. Il tema del “muro” in psichiatria è sicuramente moltosignificativo. Il muro fisicamente può rappresentare una prigione, ma a volta anche un importante fattore di contenimento dell’angoscia. Qui si parla però dei muri di pregiudizio nelle nostre teste, nei confronti delle persone con forte disagio psichico. Questi muri possono cadere se si pensa di avere a che fare prima che con malati, con persone che provano emozioni, che piangono e ridono come gli altri, che hanno aspettative, sogni, programmi di vita (anche se spesso confinati all’interno delle istituzioni psichiatriche). Nel testo c’è anche un invito a noi medici a essere più umani e a ricordarci che, soprattutto in psichiatria, la cura non si può imparare solo sui libri o ai corsi specialistici: “…dico grazie a lei dottore, nascondendo quello che ho nell’anima, non capisce che ho bisogno solo di un abbraccio questa è la verità…”. I Fuali, nella loro Più in fondo dell’inferno, esprimono tutta la rabbia e la frustrazione per una situazione di malattia dove “Cammini su un sentiero di stracci e spazzatura e hai perso ogni speranza di una buona ventura” e non risparmiano critiche al mondo della psichiatria dove ” uomini in divisa chiamano l’ambulanza, all’ospedale contengono legati in una stanza”. Sono parole dure, ma sicuramente autentiche perché vissute in prima persona. Anche in altre canzoni emerge il ritratto un po’ freddo e cinico degli operatori psichiatrici (in particolare psichiatri e infermieri) come in La mia malattia dei Reperta “Il camice bianco ti guarda e ride pure lui”, o nell’Alleanza dei Judy Lee dove “Il neon è spento e il dottore è andato via sbuffando un po’”. C’è da chiedersi se questa immagine negativa, che spesso si ritrova nei film (anche senza arrivare alla mostruosità dello psichiatra Hannibal Lecter), nei libri o nei siti dell’antipsichiatria, corrisponda o meno alla realtà. La domanda che possiamo porci è se siamo davvero così o esiste una forma di stigma anche verso psichiatri, psicologi, infermieri,educatori? A mio avviso esiste, e ha origine probabilmente da certe pratiche di una psichiatria un po’cialtrona, che erano comuni soprattutto nel passato (e forse ancora oggi in certe zone più arretrate del Paese). Fortunatamente i Where I sleep in Volterra (celeberrimo luogo manicomiale), descrivono invece un operatore dal volto più umano ed empatico “ho guardato l’infermiere che mi aveva accompagnato fino alla porta, c’era qualcosa che voleva dirmi ma non sapeva come cominciare, le lacrime gli scendevano giù lungo il viso, lo sguardo fisso sulla sua mano destra, appoggiata alla mia spalla”. Padre Gutierrez, nella sua “Come un matto”, delinea il ritratto di un matto romantico, delicato e cortese, ricordandoci che la follia si nasconde anche in sentimenti irrazionali e imprevedibili come l’amore, che ci spinge a talvolta a ignorare, e perché no a schernire, il resto del mondo che vuole esprimere giudizi: “io rido, come un matto rido, perché sono pazzo di te”. Il matto ne esce come un individuo libero, che supera i confini delle convenzioni sociali e in grado di ignorare il tanto temuto giudizio esterno. Devo ammettere, uscendo per un attimo dalla neutralità di giurato, che il testo Nesso sconnesso di Tommy Togni mi ha colpito davvero moltissimo. Il brano affronta il tema del rapporto tra normalità e malattia, rispondendo in modo puntuale a una domanda provocatoria “ti sei mai chiesto chi è il pazzo? Sono io o sei te? Potresti chiedertelo, qualche volta se vuoi, potresti rischiare di risponderti: comunque noi “. Le immagini usate dal cantautore per descrivere il nesso sconnesso tra normalità e follia sono molto originali e poetiche e la conclusione che “quella luce che ogni uomo ha nel cuore, non è certo malattia”, non credo abbia bisogno di ulteriori commenti. Anche il cantautore Maurizio Toffanetti, nel proprio brano, racconta del “prezzo amaro della differenza”, che spesso porta all’isolamento “dove le mie paure mi trasportano in un mondo immaginario, dove la normalità sono io e coloro che mi assomigliano”. I giovani Vanesia in Manicomioufficio raccontano invece l’alienazione di una routine quotidiana dove il disagio nasce da una vita grigia e senza fantasia: “in manicomio ci vado tutti i giorni…loro lo chiamano andare a lavorare”. Il brano propone poi una domanda apparentemente ingenua, ma filosoficamente attuale nella nostra società consumistica: “ma alla fine a che cosa serve il denaro, se non hai tempo per spenderlo?”, che stimola riflessioni sulla reale qualità della vita nel mondo moderno. Qui comunque si parla più di disagio esistenziale, che di follia, due dimensioni ben distinte. Miss Ba.ro.lo in Prigioniero di sé mette in guardia rispetto al rischio di restare intrappolati non solo tra i muri dei manicomi o delle carceri, ma anche dalle catene delle proprie paure e sprona la persona a uscire dal guscio e a far sentire la propria voce “non chiuderti su te stesso…e grida al mondo io sono qua”. Tra i brani composti dalle psychiatric bands credo possa essere menzionato il ritornello della canzone dei Fermata Fornaci “tanta strada ancora abbiamo da fare, a volte siamo pacchi da dimenticare, ci sono persone che ci vogliono aiutare, persone delle quali ci dobbiamo fidare”, che descrive molto sinceramente la condizione di certi malati psichiatrici, destinati a una sorta di tour forzato tra diverse strutture e servizi, la cui destinazione finale è molto incerta. Certe volte mi chiedo se la musica possa rendere questo difficile viaggio leggermente più sopportabile, e la mia impressione è che possa fare molto di più di quello che abbiamo pensato fino ad ora. Spero che l’esperienza di “Oltre il muro”, possa continuare nel nostro territorio e contagiare altri luoghi sensibili alla battaglia contro lo stigma.

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