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La rabbia. Una, nessuna, centomila.

La rabbia, come è noto, è una delle quattro emozioni fondamentali; sebbene sia un’emozione primaria e sia stato scritto e detto moltissimo su di essa nei più svariati ambiti (scienza, letteratura, arte ecc.) conserva ancora oggi un alone di ambiguità e nebulosità, cosa questa che è ben evidente nell’immaginario individuale e collettivo. Immeritevolmente bistrattata dalla specie umana, tanto è vero che è possibile parlare di una vera e propria svalutazione socio-culturale di tale emozione. Eppure andrebbe assolutamente rivalutata in quanto possiede aspetti energetici e vitali, molto poco conosciuti dalla maggior parte delle persone, ma molto importanti per il benessere psico-fisico di ciascuno.

Tra i molti studi scientifici sulle emozioni, in quest’articolo si fa riferimento alla teoria secondo la quale vi sono quattro emozioni fondamentali e naturali: rabbia, paura, tristezza e gioia. Tali emozioni sono definite naturali o di base soprattutto perché si riscontrano anche negli animali superiori, dove per “superiori” si fa riferimento essenzialmente al fatto che tali animali sono dotati di corteccia cerebrale e, di conseguenza, del sistema limbico che, come è noto, è la struttura cerebrale responsabile della fisiologia delle emozioni.
Darwin teorizzò che le emozioni svolgono una funzione adattiva, cioè sono al servizio dell’adattamento dell’individuo all’ambiente; si tratta di una teoria questa scientificamente validata e confermata. Detto ciò, consegue che la rabbia, in quanto emozione base, svolge, date determinate condizioni, la suddetta funzione adattiva che, in particolare, nel caso della rabbia si manifesta con la difesa del territorio, la preparazione all’attacco e, a volte, la rabbia è anche impiegata allo scopo di scoraggiare un nemico, quindi potremmo dire per evitare l’attacco vero e proprio e quindi svolge anche una funzione di risparmio energetico per l’organismo e in generale di difesa fondamentale per la sopravvivenza (un esempio comune di ciò ci è dato dal gatto che rizza il pelo e “soffia” alla vista di un cane o anche di un essere umano sconosciuto o, per difendere il territorio, nei confronti di un altro gatto).
L’evoluzione naturale ha conservato nell’essere umano le emozioni e questo ha un senso, in quanto tutte le emozioni fondamentali svolgono funzioni importanti per l’organismo; se così non fosse, semplicemente, durante la nostra evoluzione esse sarebbero state eliminate esattamente come è avvenuto per la coda. L’attuale e diffusa svalutazione sociale della rabbia, fatta oggetto di innumerevoli pregiudizi ed erroneamente considerata emozione negativa in assoluto (la stessa categoria di “emozioni negative” è, tra l’altro, una pura astrazione senza alcun fondamento scientifico) ha in realtà origini antichissime e molta influenza nel caratterizzarla negativamente ha avuto buona parte della letteratura, dell’arte e delle religioni in generale (non solo quella Cattolica). Al riguardo, basti pensare, ad esempio, al fatto che la rabbia è l’unica delle 4 emozioni naturali ad essere stata annoverata tra i 7 peccati capitali.
Gli stereotipi sessuali esercitano, praticamente da sempre, un pesante condizionamento sulla rappresentazione sociale della rabbia. Nel comportamento reattivo alla rabbia è stato osservato che, in effetti, sembrano esistere delle differenze tra uomini e donne; la credenza che la rabbia sia espressa più frequentemente e in maniera più intensa dagli uomini, è comunemente condivisa da moltissime persone e in svariate culture, indipendentemente dall’età e dalla classe socio-economica di appartenenza. Si tratta, però di una ‘credenza’ appunto che non si basa su dati scientifici e di realtà. Ciò che corrisponde al vero è, in realtà, che le norme culturali incoraggiano o, comunque, permettono più facilmente agli uomini di esprimere rabbia; alle donne, invece, le definizioni culturali della femminilità (di ciò che è o non è femminile) rendono difficile manifestare apertamente la loro rabbia e quando ciò accade vengono, spesso, etichettate come emotive, isteriche o “ormonali” (non di rado, ad esempio, l’espressione manifesta della rabbia da parte di una donna viene svalutata e ridicolizzata attribuendola al suo ciclo mestruale). Gli stereotipi sessuali, dunque, alimentano la credenza che la rabbia non sia un’emozione femminile, un’emozione che si addice a una donna, mentre incoraggiano in questa l’espressione della tristezza e della paura (che, non di rado, rappresentano un tabù per moltissimi uomini).
La suddivisione tra emozioni maschili ed emozioni femminili è ancora più indebita e assurda di quella tra emozioni positive e negative. Nonostante tale assurdità, tali credenze condizionano fortemente il comportamento di uomini e donne come è possibile notare comunemente. La letteratura è piena di caratterizzazioni negative e altamente svalutanti delle donne che esprimono apertamente la propria rabbia: si pensi, ad esempio, alla “Bisbetica domata” di Shakespeare o alla celebre moglie di Socrate Xantippe e, certamente, in pochissimi si sono chiesti: “Ma come mai Xantippe era così arrabbiata? Cosa voleva? Com’era il suo rapporto col marito Socrate?”. Ritengo necessario fare alcune precisazioni riguardo tutto questo discorso sugli stereotipi sessuali e, in particolare, chiarire la mia personale posizione: le affermazioni fin qui riportate sono sostenute da una gran quantità di studi sociologici e statistici, ampiamente verificati e validati su campioni rappresentativi della popolazione di riferimento, in diversi contesti socio-culturali. Ho, altresì, scelto di non riportare quelle affermazioni d’impronta, esageratamente, femminista che paradossalmente non fanno altro che fomentare nelle donne un accumulo di rabbia disfunzionale fine a se stesso, in quanto non forniscono un adeguato contenimento né guide per una sua gestione e utilizzazione produttiva. Detto questo, un discorso completo sulla rabbia non può esimersi dalla considerazione dei condizionamenti socio-culturali che hanno avuto e continuano ad avere un peso rilevante nell’utilizzo disfunzionale della rabbia e questo, a parer mio, indipendentemente dal sesso di appartenenza. Oggi, infatti (e questa è la vera questione) sia uomini che donne vivono un malessere relazionale, in gran parte determinato da modalità disfunzionali di gestire, esprimere, comunicare e utilizzare le proprie emozioni. La responsabilità di ciò è, ovviamente, al 50%, nel senso che non tutto è attribuibile esclusivamente al contesto sociale e culturale. Qui faccio esplicito riferimento al paradigma individuo-contesto, dove l’uno è semplicemente inconcepibile senza l’altro. Ogni emozione per poter essere compresa va sempre riferita al contesto in cui viene espressa e agita. In quest’articolo, considero la rabbia nei suoi aspetti naturali; in altri termini, sostengo che non vi siano diversi tipi di rabbia, bensì che essa sia “una”, che non sia né buona né cattiva, né positiva né negativa in sé, ma che ciò che cambia e si differenzia sono i modi in cui essa viene espressa e utilizzata dalla persona e i contesti in cui essa è manifestata e agita. Una distinzione, utile da tener presente è, dunque, quella tra modi adattivi-funzionali e modi disadattavi/disfunzionali di utilizzare ed esprimere la rabbia. I principali aspetti e funzioni vitali/adattive dell’emozione della rabbia sono i seguenti:

  1. Difesa e affermazione dei propri diritti e porre limiti chiari: negli esseri umani la funzione base di difesa del territorio si è evoluta, per cui per noi il “territorio” non è solo uno spazio fisico, ma anche e soprattutto uno spazio psicologico e l’emozione della rabbia consente, quando utilizzata in modi funzionali, di difendere e affermare i propri diritti. L’emozione della rabbia consente, infatti, quando è necessario, anche di mettere limiti chiari nella relazione con l’altro.
  2. Favorisce l’assertività e l’auto-affermazione
  3. È un segnale di avvertimento: la rabbia segnala sia che qualcuno ci sta danneggiando in qualche modo, ma anche che noi stessi stiamo autodanneggiandoci mettendo in atto comportamenti disfunzionali
  4. Ci segnala, dunque, la necessità di operare un cambiamento
  5. Funzione comunicativa: la rabbia per sua stessa natura è un’emozione che mette chiarezza in se stessi e nella relazione con l’altro
  6. Energizza e mobilita il Sé: la rabbia svolge questa funzione più di ogni altra emozione e ciò spiega perché essa sia così importante per l’assertività e l’autoaffermazione.

Nel trattamento terapeutico della rabbia, l’obiettivo principale consisterà nello sbloccare l’energia vitale di tale emozione, affinché la persona possa utilizzarla in maniera adattiva e funzionale per il proprio benessere psicofisico e relazionale.
 

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