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La Musicoterapia tra le Neuroscienze e la Psicoanalisi: bilanci e prospettive

La Musicoterapia tra le Neuroscienze e la Psicoanalisi: bilanci e prospettive

Relazione presenatata al V Convegno Annuale di Lecce sulle Arti Terapie “La Corporeità della Mente” – 20, 21 e 22 Dicembre 2007

Da circa vent’anni parliamo in Italia di Musicoterapia in modo sempre più approfondito ma personalmente da circa due anni mi chiedo, di pari passo alle nuove scoperte nell’ambito delle Neuroscienze e ai progressi del pensiero psicoanalitico, in che ambito si possa contestualizzare la Musicoterapia stessa. E’ vero che ancora oggi diciamo che una delle caratteristiche fondamentali della musicoterapia è la transdisciplinarietà e che essa può essere utilizzata con finalità preventive, riabilitative o terapeutiche ma mai come oggi il concetto di transdisciplinarietà è stato più attuale e sensato.

Dopo le scoperte sulla plasticità neuronale, i neuroni a specchio e l’inconscio non rimosso ci accorgiamo che quanto fino ad oggi è stato “intuito” dai musicoterapisti pur con premesse teoriche differenziate precorreva già tali scoperte. Abbiamo parlato a lungo di empatia, dialogo sonoro, controtransfert sonoro, area vincolare, oggetto intermediario ecc. e adesso ci accorgiamo che tali concetti non sono unico patrimonio dei musicoterapisti contrapposti alle popolazioni dei riabilitatori e dei terapeuti bensì di tutto il mondo scientifico che si occupa di dare un saldo e corposo contenuto alle relazioni d’aiuto.A questo punto è più che mai attuale il quesito attinente alla contestualizzazione della tecnica musicoterapica, quesito a cui mi sembra ad oggi di poter rispondere dicendo che la Musicoterapia si colloca nella linea di demarcazione, di confine tra la riabilitazione e la terapia.
Trascuro volontariamente l’uso della musicoterapia con finalità preventive perché a mio avviso tale attività si biforca in due parti, una più attinente al gioco educativo, l’altra che si configura come una introduzione alla attività riabilitativa nella misura in cui slatentizza e valorizza le risorse sane (nel nostro caso sonore) delle persone a cui è rivolto l’intervento.Per riuscire a spiegare meglio il concetto della”linea di confine” mi sembra indispensabile una premessa che chiarisca l’idea che personalmente mi sono fatta quando parlo di riabilitazione e/o di terapia con la musica, idea che si appoggia su alcune teorie già codificate. Per riuscire ad esprimermi in modo sempre più chiaro vorrei fare riferimento alla struttura del Sé secondo Heinz Kohut, struttura che vuole una scissione verticale delle diverse parti del sé, dove al centro sta il sé nucleare (sede della combinazione, ricompattamento e talvolta scomposizione delle parti che compongono il mondo interno di ogni essere umano), alla sua sinistra il sé difensivo (prevalentemente composto da sintomi, modalità di difesa dalle più primitive alle meno primitive di fronte alle frustrazioni imposte dal confronto con la realtà), alla sua destra il sé compensativo( dove si depositano le risorse  dell’individuo disponibili ad un nuovo processo evolutivo che le definisca ulteriormente). Parallelamente, in ordine alle scoperte neuroscientifiche più recenti potremmo dire che le risorse depositate nel sé compensativo corrispondono a quelle potenzialità insite nel patrimonio genetico che, in conseguenza dell’interazione con una realtà ambientale positivamente stimolante da un punto di vista relazionale, possono manifestarsi dando luogo ad una esistenzialità fenotipica. Ancora, calandosi nello specifico neuropsicofisiologico, quanto detto, così come sottolinea la teoria biologica multidimensionale di Edelman correlata alle scoperte riguardanti i fattori neurotrofici e la plasticità neuronale, ci fa asserire che la musicoterapia (così come altre tecniche riabilitative) può indurre la plasticità neuronale, nuove connessioni sinaptiche e quindi nuovi circuiti neuronali inseriti all’interno di reti neurali  complesse; tutto ciò purchè essa venga somministrata all’interno di una empaticamente corretta relazione interpersonale.A riprova di quanto detto mi riferisco ad un lavoro pubblicato già nel 2001 in cui Josef P. Rauschecker  del  Georgetown Institute for Cognitive and Computational Sciences dimostra che nei ciechi dalla nascita la stimolazione sonora determina un ampliamento della rappresentazione recettiva della area uditiva verso la corteccia parietale e frontale inferiore e una estensione di tale rappresentazione nell’area occipitale normalmente usata per la rappresentazione degli stimoli visivi. Tale processo è sotteso dai processi di neoformazione di circuiti neuronali determinati dai fenomeni di nuova connessione sinaptica.
Tali premesse mi fanno concludere che è possibile lavorare con i suoni e/o la musica strutturata per ottenere un recupero di abilità perdute, fermo restando che quando parlo di abilità mi riferisco anche a quelle relazionali più direttamente collegate con il funzionamento psichico.
Per quel che riguarda  la psicoterapia  le conoscenze che abbiamo fino ad oggi ci riportano ad un lavoro di rimaneggiamento del mondo interno individuale, di un lavoro che viene fatto ,per dirla con Kohut, sul sé nucleare dopo avere gradualmente smontato i sintomi depositati nel sé difensivo. Tale lavoro si realizza andando a rivivere nel “qui ed ora” del  rapporto operatore-utente le relazioni significative della vita di quest’ultimo lì soprattutto dove si sono creati dei “nodi” emotivo-affettivi spesso non pensabili data la portata della “dolorosità” insita in essi. E’ proprio su questa non pensabilità che vorrei soffermarmi in riferimento a ciò che fino a poco tempo fa è stata la psicoanalisi:il regno delle parole le quali hanno come indiscutibile premessa la mentalizzazione, la pensabilità del dolore. Molte persone che si sottopongono ad una terapia del profondo parlano, interagiscono con il terapeuta e “sembrano” aver pensato quello che dicono. Ho sottolineato questo verbo “sembrano” perché  spesso ci si può imbattere in situazioni in cui via via gradatamente si passa dalla non pensabilità di molti contenuti mentali che è tipica degli psicotici franchi ad una apparente pensabilità fino alla possibilità di una pensabilità  di alcuni processi mentali che subiscono una graduale evoluzione passando attraverso la condivisione del dolore.
All’interno della letteratura musicoterapica conosciamo alcuni modelli applicativi che vengono considerati psicoterapici-psicoanalitici (vedi il modello di Edith Lecourt o quello di Mary Priestley) dove  esiste un passaggio continuo dalla parola alla musica e viceversa, dove le parole vengono usate per esprimere stati d’animo indotti dalla musica o dove la musica serve a rappresentare simbolicamente alcuni stati d’animo già espressi dalle parole, parole che vengono completate in seguito alla rappresentazione sonoro-musicale per cui  il processo relazionale musicale si arricchisce via via di contenuti simbolici e di significanti che rimandano ad altrettanti significati e viceversa. Tali processi comunque presuppongono una pensabilità dei contenuti emotivo-affettivi, tale da fare affermare alle autrici di tali metodiche che i loro modelli sono applicabili solamente a quelle persone che hanno una struttura di personalità nevrotica. Personalmente la pratica clinica musicoterapica fatta prevalentemente con gli psicotici, spesso molto gravi, mi ha permesso di osservare che tali modelli, con opportune modificazioni, possono essere usati anche con loro purchè non si pretenda di ottenere una simbolizzazione lì dov’è il regno del reale, lì dove esistono dei contenuti che non possono essere pensati,tanto meno detti. Per non parlare poi di quella multiforme varietà di psicotici in cui il linguaggio non esiste, non si è mai manifestato oppure è regredito dopo alcuni anni di apparente funzionamento(mi riferisco ai cerebropatici con deficit cognitivi o agli autistici gravi). Premesso che la pratica clinica ci dimostra che frequentemente le produzioni sonoro-musicali in tali casi sono le uniche e non rappresentano stati d’animo già espressi o esprimibili con le parole bensì “sono” esse stesse manifestazioni del mondo interno dell’utente, dove allora vanno a collocarsi i contenuti non pensabili, non mentalizzati? Certamente il corpo è ,a mio avviso,  la sede di tali contenuti che non rappresentano stati d’animo ma rappresentano se stessi,sono così come sono e possono trovare una espressione indotta nel suono come in altre produzioni artistiche da intendersi come prolungamenti del corpo con l’intermediazione degli strumenti musicali o del colore. Per quel che riguarda la danza che si realizza tramite l’espressione corporea stessa azzardo a dire che è forse l’antesignana delle altre arti in quanto il corpo, sede dei contenuti non pensabili, plasma attraverso il movimento guidato la propria espressività.In un lavoro di qualche anno fa Jean Bergeret dice che “il funzionamento psichico di ogni soggetto- indipendentemente dalla sua età, dalla particolare struttura di personalità e dal fatto che un dato soggetto si trovi in condizioni di malattia o di buona salute- riconosce la possibilità di esprimersi attraverso tre ben note modalità di espressione: la modalità d’espressione mentale,la modalità d’espressione somatica e la modalità d’espressione comportamentale, vale a dire quella del passaggio all’atto”. Nel primo caso si ha la possibilità di esprimere i contenuti del mondo interno mentalizzati attraverso le parole e in tal modo relazionarsi con gli altri. Nel secondo caso il corpo sostituisce l’espressione mentale e la relazione verbale. A questo proposito Bergeret ancora dice: “ In condizioni di buona salute, l’espressività corporale prolunga ed arricchisce il funzionamento mentale e verbale (danza,teatro, sport ecc.) ma in condizioni patologiche l’espressione corporale sostituisce quella mentale e verbale. Così ad esempio, in casi ben noti nel campo della psicosomatica, delle conversioni isteriche, della depressione ipocondriaca.” Il mio punto di vista in proposito è che l’espressione artistica rappresenta  una messa in forma di contenuti non pensabili in situazioni con diversa gradualità patologica  al di fuori quindi della consapevolezza;messa in forma che non è solamente l’espressione corporea propriamente detta (come nella danza, teatro, sport) ma che è anche produzione musicale che può venire sì direttamente dal corpo (sonorità corporee, voce) ma può venire anche dagli strumenti musicali che sono un “prolungamento del corpo” ( R. Benenzon). Ancora le espressioni plastico-pittoriche sono un prolungamento del corpo o possono essere “sul corpo” come nei tatuaggi dove a mio avviso vengono messi in forma alcune volte i contenuti non pensabili. Ancora citando Bergeret egli dice a proposito della terza modalità di espressione ,quella comportamentale che “normalmente, si tratta di prolungare i pensieri. Ciò porta alla semplice e legittima azione, il cui scopo, sul piano personale e relazionale, è quello di contribuire a dei comportamenti socialmente positivi. Ma in condizioni patologiche, si tratta di sostituzione del pensiero e del linguaggio con l’azione, con sbocco nel passaggio all’atto, chiamato acting-out. IL passaggio all’atto è destinato a raggiungere l’altro senza che si debba prender coscienza dei pensieri profondi che in una determinata circostanza della vita di un soggetto lo sottendono”. Nell’articolo a cui faccio riferimento Bergeret tratta il problema della violenza negli adolescenti e quindi delle premesse mentali in essa insita. Credo però che , prendendo come punto fermo il fatto che i comportamenti dell’adolescente sono determinati dall’incontro tra diverse concause, la vulnerabilità genetico-emozionale, la mancanza di modelli di identificazione validi e armonici, la carenza di figure rassicuranti e sostenenti dal punto di vista emotivo-affettivo,una realtà ambientale deficitaria e poco valorizzante , in tale panorama  il diversificato articolarsi di tali elementi nell’esperienza dell’adolescente stesso possa far sì che egli cerchi e trovi diversi modi di mettere in forma i propri dolorosi contenuti interni non pensabili, in una gradualità patologica entro la quale  i tatuaggi spesso particolarmente estesi su quasi tutta o buona parte della superficie del corpo, potrebbero acquistare il valore di sostituti dell’acting out comportamentale sotto l’aspetto di una messa in forma artistica “del corpo” piuttosto che “sul corpo”.Vorrei ancora aggiungere che l’esito spesso,anche se non sempre, dipende dalla qualità delle relazioni umane  che l’adolescente è riuscito ad intrecciare. Non dimentichiamo poi i molti artisti dei tempi passati e contemporanei  che benché  affetti da svariati disturbi psichici ,dai disturbi di personalità al disturbo bipolare fino alla schizofrenia hanno trovato un equilibrio nel momento in cui hanno dato forma ad un prodotto artistico ( Mozart, Schumann, Vangogh,  Vaso Rossi, Battiato ed altri).Vorrei a questo proposito citare quel che dice Mozart attraverso la penna di Laura Mancinelli nel libro intitolato appunto “Il fantasma di Mozart”. Durante una conversazione col padre, Mozart dice che ha scoperto che nella vita deve aspettarsi oltre le cose belle anche cose molto tristi. Il padre conferma e Mozart dice:”Ho imparato anche come posso difendermi dal dolore,dalla tristezza, dal pensiero della morte” “E come?” chiede il padre. “Vedete padre, quando mi sono trovato davanti alla morte, così all’improvviso, mentre camminavo canticchiando, con la testa piena di note, ho provato un tale turbamento che tutte le note sono fuggite via. E dentro di me si è fatto silenzio.”
“Capisco-dice il padre- Ma dal dolore, dal pensiero della morte, come pensi di poterti difendere?”
“Richiamando nella mia mente tutte le note che erano fuggite e schierandole in difesa come un esercito di arcieri pronti a scagliar frecce contro il cavaliere dal mantello nero. E dopo aver respinto l’assalto del nemico mi siederò sul campo di battaglia con quei miei compagni d’arme,le mie note, a pregar Dio che voglia sempre darmi la capacità di trasformare tutto in musica, il bello e il brutto della vita. Così credo che potrò salvarmi”.
Vorrei ricollegarmi ancora una volta alla domanda precedentemente da me formulata su dove vanno a finire i contenuti del mondo interno non pensabili, domanda a cui ho dato come risposta “nel corpo”, per ricordare quanto detto da Mauro Mancia il quale, interpretando il fermento nel pensiero psicoanalitico moderno, parla  dell’importanza dei messaggi che provengono dalla mimica, dai gesti, dall’intonazione vocale, da tutti quegli elementi che costituiscono la cornice non verbale delle parole usate nella relazione psicoanalitica fondata tradizionalmente sull’uso della parola. Egli afferma che tale cornice costituisce il disvelarsi dell’”Inconscio non rimosso”, di tutti quegli elementi corporei che sono rimasti impressi nel corpo e sono correlati ai processi primitivi facenti parte dell’esperienza arcaica dell’essere umano a partire già dalla sua vita prenatale nella relazione stabilita fin dai suoi primordi con la madre. Ancora dice che l’osservazione di tali elementi è fondamentale per poter procedere positivamente in una relazione psicoterapeutica mentre l’ascolto solo delle “parole in sé” può falsare il lavoro che in quel caso si snoderebbe solo nell’ambito del graduale rivelarsi dell’”Inconscio rimosso”; quest’ultimo tra l’altro presuppone una maturazione mentale, una capacità di mentalizzazione che la maggior parte dei pazienti, psicotici o in odore di psicosi non hanno.
Quanto detto mi richiama alla mente la teoria di Rolando Benenzon , grande musicoterapista di esperienza quarantennale e mio maestro, il quale parla di memoria non verbale ( corrispondente a quella che Mancia chiama memoria implicita) che rappresenta il materiale preferenziale con cui  i musicoterapisti lavorano. Benenzon sottolinea che la madre e il bambino sono legati  o per meglio fusi dalla vita intrauterina in poi;alla nascita tale fusione continua e sono i suoni emessi dal corpo della madre, la sua voce che creano gradatamente uno spazio tra lei e il neonato. Comincia tra loro un gioco di imitazioni sonore che non sono percepite dal neonato in senso relazionale ma inizialmente,per dirla con E. Gaddini, come modificazioni del corpo, sul suo corpo. “Imitare per percepire” dice Gaddini, esperienza che in questa fase primitiva viene a mio avviso vissuta in tal modo anche dalla madre, sotto forma di “simulazione incarnata” di cui però ella può avere consapevolezza a differenza del suo bambino. Lo spazio che attraverso le emissioni sonore incrociate e via via sempre meglio sintonizzate si crea è, come dice Benenzon, uno “spazio vincolare”, non l’area transizionale Winnicottiana dove si crea un passaggio graduale alla realtà attraverso le rappresentazioni sostitutive della realtà. Ciò di cui parla Benenzon avviene prima, molto prima e costituisce quell’imprinting che più tardi si manifesta in quegli elementi non verbali che sono depositati nella memoria non verbale e vanno a costituire l’inconscio non rimosso di cui ci parla Mancia.
Di conseguenza quando costruiamo uno spazio relazionale attraverso i suoni noi musicoterapisti in realtà  costruiamo uno spazio vincolare contenente tutti gli elementi primitivi intercorsi nella fusione materno-infantile, spazio che si evolve diventando creativo e poi ,ove possibile, relazionale vero e proprio. In quest’ultima tappa entra, se non ci sono stati blocchi  e/o distorsioni evolutive, la parola; essa è già simbolo che permette di prendere contatti con l’altro da sé attraverso tale registro; il registro non verbale rimane però ed è quello che ci permette di ri-creare una relazione in quelle situazioni in cui gli altri registri sono inaccessibili. Certamente, lì dove gli altri registri sono potenzialmente accessibili, il lavoro sul non verbale attraverso le produzioni sonore rende più facile l’accesso al dolore in quanto il paziente può raccontarsi e mostrarsi senza parlare, può “pensare” i propri contenuti dolorosi “nel corpo”, senza parlare, per accedere poi gradatamente alla rappresentazione mentale e alla verbalizzazione di tali contenuti solo ove sia disponibile a farlo.
Quanto da me esposto fino ad ora mi conferma quindi sempre più nell’idea che la musicoterapica si  localizza in un contesto contiguo alla psicoterapia ma non è la psicoterapia così come siamo abituati a pensarla. Essa dà forma sonora a  quanto non può essere pensato, può essere l’anticamera della psicoterapia verbale o può restare così, il regno dell’ordine non detto, non coscientizzato.
Vorrei ancora  fare riferimento, come corollario a tutto ciò che è stato da me elaborato in questo scritto fino ad ora, ad un caposaldo della  pratica musicoterapica: “IL RISPECCHIAMENTO”.
La letteratura musicoterapica è zeppa di modelli applicativi i più diversi ma essi concordano sicuramente in alcuni principi base della tecnica. Nell’approccio ad un paziente il musicoterapista che abbia seguito un training adeguato  durante il quale sia venuto  in contatto con la propria identità sonora, comincia a rispecchiare fedelmente il paziente nei suoi movimenti e nelle sue produzioni sonore (vorrei sottolineare che non si tratta di imitazione fedele bensì di imitazione delle essenziali caratteristiche espressive del paziente, colte attraverso un forte insight o controtransfert o associazione corporo-sonoro-musicale). Nel momento in cui il paziente si è “riconosciuto”  si crea appunto lo spazio vincolare che, grazie alla capacità improvvisativa e di sintonizzazione del musicoterapista diventerà spazio creativo o, come dice Benenzon, ri-creativo perché questo è il luogo dove gli elementi della memoria non verbale del paziente si slatentizzano,si fondono con quelli del musicoterapista e si arricchiscono di nuovi elementi attraverso i rimandi dati dallo stesso e da lui maneggiati e ricomposti per mezzo della sua capacità improvvisativa.
Il rispecchiamento trova un riscontro scientifico nelle più recenti scoperte relative ai neuroni a specchio che si trovano localizzati nelle aree motorie del cervello. Secondo gli esperimenti condotti da Giacomo Rizzolati e dai suoi collaboratori tali neuroni si attivano quando si vede un’altra persona compiere un’azione anche se tale attivazione non è seguita da una azione simile con qualità imitative; non solo, essi si attivano anche dopo aver colto alcuni movimenti che preludono l’azione dei quali mentalmente si prevede la finalità. I neuroni a specchio sono quindi alla base dell’EMPATIA”, di quella capacità dell’essere umano di comprendere gli stati mentali dell’altro con cui è in relazione. Tale capacità però non è posseduta dagli schizofrenici e dagli autistici che conseguentemente non sono in grado di “mentalizzare” e quindi di simbolizzare.Tale scoperta può essere raffrontata ad altre ricerche fatte da numerosi neuroscienziati  degli Istituti neuroscientifici di Lipsia e di Montreal  e presentate nel 2005 a Lipsia in occasione del II congresso internazionale della fondazione Mariani su Neuroscienze e Musica . Essi infatti puntualizzano che la stimolazione sonoro- musicale determina nel cervello ( studiato con la fRMN) di soggetti acculturati musicalmente , l’attivazione dell’area del linguaggio e delle aree motorie insieme mentre nel cervello di soggetti non acculturati musicalmente l’attivazione solo delle aree motorie. Il suono è quindi movimento, movimento di vibrazioni nello spazio che come tale viene primitivamente colto dal nostro cervello.  Dal momento che i neuroni a specchio sono  una particolare specie di neuroni motori e che negli schizofrenici e negli autistici essi sono disfunzionali, si evince che il modo migliore di lavorare per riparare tale danno e costruire una relazione è il rispecchiamento prima motorio, gestuale e poi sonoro che , attraverso la relazione vincolare permetta di attivare(dopo una serie di creazioni improvvisative)  la capacità di mentalizzare e quindi il linguaggio. Il percorso da me esposto in queste ultime righe è un percorso certamente ideale, completo; spesso nel lavoro svolto con il suono e/o la musica strutturata ci si può arrestare in una delle tappe di questo percorso e ciò è dovuto a tutta una serie di variabili che intercorrono. Ciononostante è importante per me puntualizzare che nella pratica clinica musicoterapica ho notato come questo percorso sia quello più utile alla cura di tali pazienti particolarmente problematici.

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