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La migliore risposta al dolore: la creatività

La migliore risposta al dolore: la creatività

La migliore risposta al dolore è la creatività anche se questa dentro di noi è esile, piccola, minuta, come un piccolo seme che stenta a portare i suoi frutti.
La migliore risposta al dolore è la creatività anche se fatica ad uscire perché soffocata dal giudizio che noi stessi abbiamo di noi, sembra banale, ridicola a volte sporca ai nostri stessi occhi. Al bando quello che pensa la società, siamo noi i macellai che straziano e uccidono parti profonde e vere della nostra anima. La parte più autentica di noi è fuori da ogni mero psichismo, da ogni aulico costrutto mentale anche se ben strutturato. La parte più vera di noi è lontana da come la società, questa madre grande e muscolosa, ci vuole: forti, sani e senza dolore. Il dolore allontana e distrae dai propri “obiettivi”, quello di esser forti e, se possibile, anche puliti e belli. Il dolore va scartato, non serve perché è fuori dalla vita. Il dolore va coperto, tenuto dentro, vissuto con omertà nel proprio intimoSe stiamo male abbiamo paura di essere scartati dalla società quindi rimaniamo divisi, scissi, schizoidi. Stiamo male dentro di noi, invece fuori, nel mondo, ci proponiamo come buoni, belli, forti e possibilmente non sciupati.

Normalmente questa società scarta il dolore, perché lo vede come un ostacolo da saltare o peggio ancora un nemico da combattere. Una emicrania, ad esempio, si affronta come un nemico da abbattere perché ci impedisce di svolgere delle attività e quindi di vivere. Tutto diventa necessario e impellente, tranne ciò che sentiamo profondamente attraverso quel dolore. La testa può rappresentare la nostra autonomia nella vita e anche la nostra individualità che si manifesta attraverso il volto. A tratti, ci si prefigge di voler capire proprio tutto, meglio ancora se ci si intestardisce per trovare da sé la soluzione a un problema, senza dover chiedere aiuto agli altri. Il mal di testa è così invalidante che sembra di rimanerne prigionieri. A volte ci si sente obbligati a dire certe cose, a sorridere per forza, a essere piacenti e tutto ciò va a discapito della libertà individuale di ognuno, il mal di testa diventa così un modo per dire: “lasciatemi stare (lasciatemi il mio spazio), ho mal di testa! Ecco come un mal di testa può dire tanto se lo ascoltiamo e lo accogliamo senza farmaci, potendo man mano reggere quel dolore che dialoga con noi in un modo diverso. Il corpo si sa, viene prima. Il dolore è parte integrante della stessa vita non ne è fuori. Il dolore non è sorgente di cose brutte, ma fonte dell’evoluzione dell’essere umano. Il dolore è intelligente perché arriva nella nostra esistenza quando vuole farci comprendere qualcosa di noi e della vita che prima non conoscevamo. Potremo in questo modo provare a “usare” il dolore per costruire un’esistenza più umana, “il dolore ha un potere tremendo che scava come una trivella negli abissi dell’anima ed estrae l’oro nero che fornisce l’energia senza la quale nessuna bellezza si può creare”, scrive Antonio Mercurio. Così il dolore diventa creativo perché ci permette di creare forme nuove di vita dentro di noi: esso è una forza motrice, per creare tanta bellezza in noi e fuori di noi. Questo non vuol dire che il dolore, da brutto anatroccolo diventi principe, ma che esso con-vive con la gioia della vita. Quindi, durante una grande sofferenza, come può essere una malattia, un lutto, un dolore esistenziale o la reclusione, si può trovare spazio per la gioia? Credo di sì, se si intende per gioia non un concetto astratto ma un’esperienza che la persona crea dentro sé in maniera attiva. Mi sovvengono le parole di Emanuele Chimienti: “La gioia non è assenza di dolore, ma presenza di un modo di porsi…essa non può scaturire né dal passato né dal futuro ma dal presente: essa è possibile in qualsiasi momento e in qualsiasi posto” se la si cerca, la si desidera, la si vuole, la si crea dentro di noi. Questo non è un elogio al dolore, altrimenti sarebbe masochismo, poiché il dolore non è un valore in se stesso, è invece un elogio alla creatività che passa anche attraverso il dolore, esso è il seme che deve morire per portare non un frutto soltanto ma molto frutto. A volte creatività per due genitori è quella di crescere un figlio, a volte può essere che un figlio cresca con un solo genitore, altre volte un figlio cresce solo, altre volte ancora una persona può crescere un talento da solo dentro il proprio cuore, anche questo è doloroso, ma, nello stesso tempo, è gioia.

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