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La figura del Musicoterapista secondo il Polo Mediterraneo di Musicoterapia

La figura del Musicoterapista secondo il Polo Mediterraneo di Musicoterapia

di Pinella Pistorio

Il  Musicoterapista   è un professionista che utilizza nel lavoro clinico conoscenze e competenze sia musicali che relazionali. Quanto alle conoscenze musicali, gli standard europei indicano che il patrimonio musicale di cui il musicoterapista deve avere padronanza è quello che viene appreso nell’ambito del conservatorio fino alla frequenza del V anno o compimento inferiore compresa la conoscenza della notazione musicale e del solfeggio. Per quanto concerne le competenze relazionali il mondo della musicoterapia teorizza che il musicoterapista sia a conoscenza delle leggi che regolano la comunicazione.

A questo punto credo importante approfondire e chiarire meglio questi punti. Prima di tutto vorrei puntualizzare rispetto all’uso che si fa della musica in musicoterapia, se per comunicare e/o per curare. Credo che ad oggi esista un equivoco in tal senso in quanto la musicoterapia, così come è intesa ad oggi  dal punto di vista della teorizzazione, è uno strumento di comunicazione, che apre nuovi canali di  contatto lì dove gli altri strumenti usati hanno fallito o dove si ritiene in partenza che sia più facile avere dei risultati con tale mezzo. Proprio per questo la modalità pratica di lavorare è  quella di utilizzare i suoni prodotti dal corpo o da strumenti convenzionali e non convenzionali dopo una lunga esperienza personale di relazione con il mondo sonoro la quale permetta più facilmente di intuire quali sono gli elementi sonori facenti parte del mondo interno dell’altro pregni di intensità identificante e comunicante.Ancora proprio in conseguenza di tale assunto teorico le competenze relazionali richieste sono quelle che riguardano alcune leggi base della comunicazione umana come il rinforzo e il rispecchiamento di alcune caratteristiche personologiche dell’individuo con cui si vuole entrare in comunicazione, l’imitazione da parte sua che porti poi via via ad una autonomizzazione. Ma tutto ciò detto è curare? Forse si tratta dell’introduzione alla cura ma non della “cura” tranne che per la manifestazione chiara da parte del musicoterapista di farsi carico dell’utente che ne ha fatto richiesta.
Già a questo punto viene spontanea la domanda: perché è necessaria la conoscenza musicale accademica per svolgere tale compito? Perché è necessaria una lunga esperienza e conoscenza di sé e del proprio  mondo interno per svolgere lo stesso compito?
Forse per svolgere bene questa prima parte del lavoro è sufficiente avere una buona attitudine empatica e conoscere sommariamente il mondo dei suoni;ancor più importante forse è fare l’esperienza dell’impatto che i suoni hanno con il proprio corpo e con il proprio mondo interno, costruire degli strumenti musicali personali con materiale povero e/o naturale, esplorare e conoscere tutte le fonti sonore possibili, infine fare l’esperienza di integrazione strumentale di gruppo o in coppia attraverso i suoni con la possibilità di forgiare delle originali melodie o poliritmi.
Il musicoterapista che, una volta costruita la relazione attraverso l’apertura di nuovi canali di comunicazione, si appresta a curare e quindi a “lavorare” la relazione e per la relazione, deve probabilmente avere competenze e conoscenze diversificate e  più approfondite sia per quel che riguarda l’ambito musicale che relazionale. Non sono sicura se quando parliamo di tali conoscenze e competenze ci dobbiamo riferire alle teorizzazioni accademiche già esistenti e consolidate riguardo questi punti. Per quel che attiene l’ambito musicale ciò potrebbe essere considerato assodato se  fosse dimostrato che c’è una precisa corrispondenza tra le strutture musicali codificate e gli stati mentali; in effetti ciò che dice la psicologia della musica sperimentale e la semiologia musicale cozza con tutto il mondo personale dell’esperienza sonora, un mondo troppo ricco di variabili per poter essere soggetto ad una generalizzazione tanto che gli stati mentali individuali possono essere espressi con modalità che il più delle volte esulano da tali generalizzazioni.. Se è vero che alcuni parametri sonoro-musicali dimostrano empiricamente di essere in relazione con vissuti psichici peculiari (ad esempio la modalità minore versus lo stato d’animo introspettivo/malinconico, oppure le indicazioni agogiche versus il tempo psichico soggettivo), è anche inverosimile porre in relazione causale diretta  aspetti musicali più parcellari (non è vero che l’intervello di terza provochi sempre lo stesso tipo di vissuto).
Dall’altra parte il contesto relazionale  è stato studiato e approfondito dalla psicoanalisi che  monitorizza l’evoluzione della relazione attraverso i dati restituiti dal transfert e dal controtransfert in ambedue i quali comunque l’oggetto intermediario prevalente della comunicazione è la parola. Uno psicanalista di alto livello come Salomon Resnik  è un grande conoscitore e riconoscitore del linguaggio schizofrenico dove per linguaggio si intende sempre “ la parola”.
Nella relazione musicoterapica l’oggetto intermediario di comunicazione è lo strumento che può essere rappresentato anche dal corpo e dalle sue sonorità, lo strumento rivestito di un linguaggio che è il”linguaggio musicoterapico” fatto di suoni commisti ai “movimenti del corpo”, ai “movimenti interni” che producono suoni e attraverso essi si manifestano. Vorrei aggiungere però che non sempre ciò accade in quanto tali movimenti possono essere apparentemente muti ma risuonare nel corpo e nella mente dell’altro. Conseguentemente potremmo parlare nel contesto relazionale musicoterapico di una “risonanza corporeo-mentale-motoria-sonora” e quando parliamo di linguaggio sonoro musicale per la musicoterapia dovremmo parlare non solo di ritmi,intervalli o scale ma anche di variazioni motorio-sonore che risuonano nella relazione e inducono una risposta correlata. In tal modo  può essere trasmesso da un essere ad un altro un senso globale di sé che favorisce la ricostruzione del “Sé complessivo” attraverso una restituzione formattata da parte del  Sé corporeo, e di un ipotetico Sé sonoro-musicale.
In sostanza, la riflessione che proponiamo è che in musicoterapia non abbia senso stabilire una priorità fra competenze musicali da una parte e relazionali dall’altra, ma riconoscere piuttosto che quanto maggiori e articolate sono sia le une che l’altre, tanto più sarà possibile per il singolo operatore di musicoterapia intervenire nei diversi ambiti clinici con interventi più approfonditi.
Infatti un musicista molto competente che non sia sufficientemente attrezzato nella relazione d’aiuto, di fatto si ritroverà a funzionare efficacemente negli interventi di animazione musicale, meno in quelli riabilitativi e ancor meno in quelli propriamente definibili come musicoterapici.
E un terapeuta non sufficientemente attrezzato nell’utilizzo del linguaggio sonoro-musicale si troverà di fatto a fare psicoterapia chiamandola impropriamente “musicoterapia”.
Un secondo ambito di riflessione che proponiamo è quello del significato del termine terapia.
Prendersi cura – assistere – curare – aiutare a cambiare – guarire. Sono livelli diversi di intervento, possibili in modo diverso a secondo della situazioni cliniche ed esistenziali. E a volte non tutti possibili.
Non crediamo che sia però possibile aiutare a cambiare o guarire senza la componente relazionale in terapia. Non è possibile immaginare questo senza una specifica relazione d’aiuto, intersoggettiva, che prescinda dalla dimensione estetica.
IL luogo della musicoterapica è comunque il corpo e quindi tutte le componenti non verbali che intercorrono in una relazione d’aiuto. Il musicoterapista deve essere addestrato a conoscere tutti gli elementi non verbali del proprio sé per poter ri-conoscere quelli della persona o delle persone a cui si avvicina con l’approccio musicoterapico. Certamente bisogna ricordare che se il suono e gli strumenti musicali sono un prolungamento del corpo che si interfaccia nella relazione da una parte con il musicoterapista, dall’altra con il soggetto curato, i suoni stessi si compongono e ricompongono formando delle strutture musicali che servono spesso da tramite tra i due attori della relazione musicoterapica. Certamente dipende molto dal tipo di persona o di persone con cui si intrattiene una relazione musicoterapica. Se egli propone delle produzioni sonoro-musicali più organizzate ed esse non costituiscono una difesa rispetto al processo il musicoterapista deve essere in grado di recepire tali strutture e saper improvvisare su di esse. Ecco che anche lo studio delle tecniche di improvvisazione è una competenza che  è utile che il musicoterapista approfondisca.
In conclusione ricordiamo che la specificità del lavoro musicoterapico sta nell’uso di un linguaggio musicoterapico che è fatto dalla fusione delle competenze musicali con quelle relazionali per creare anche in questo caso una specifica competenza;essa permetterà al musicoterapista di spaziare nella relazione dall’uso di suoni apparentemente disarticolati all’uso di strutture musicali più organizzate purchè rappresentino il riflesso dell’offerta fatta dal curato che viene sentita controtransferalmente attraverso una associazione corporo-sonoro musicale ; egli potrà così costruire una risposta sonora che possa avere il valore di un rimando tale da permettere un punto di vista nuovo sul  mondo.

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