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La deriva del mondo, un universo di poesia

La deriva del mondo, un universo di poesia

Non esiste una satira più tremenda della libertà di pensiero.
Un tempo non si poteva osare di pensare liberamente;
ora ciò è permesso, ma non è più possibile.
Si può pensare soltanto ciò che si deve volere,
e proprio questo viene percepito come libertà

Oswald Spengler

 

L’epigrafe da Pierre Reverdy (En vrac) in esergo al nuovo libro di Antonietta Benagiano illumina prima hodierna luce (per dirla livianamente[1]) codesta raccolta di versi: «Le poesie sono cristalli che sedimentano/dopo l’effervescente contatto dello spirito con la realtà». L’autrice pugliese chiarisce subito, con la veemente acribia intellettuale che sempre l’ha contraddistinta, il tema attorno al quale scorrono, articolandosi in diversi Leitmotiv, le sue poesie, talora leggere come ruscelli azzurri di montagna, talaltra impetuose come gorgoglianti fiumi in piena: se il lettore cercherà «parole aulenti di erotici fremiti o di qualsivoglia sentimentalismo, oppure delle mai abbandonate derive simboliste, metta pure da parte codesto libro capitatogli forse per caso tra le mani.

Sgorga qui il verso dallo stupefacente infinito problematico dell’esistenza, dal mistero del non conosciuto o non conoscibile, dalla piccolezza del nostro pianeta, degli esseri umani spesso insipienza per meschinità e crudeltà, per sinapsi di follia, solo talora palpito di comunione».

Si tratta di una poesia nutrita culturalmente dagli autori di riferimento della poetessa: da Robert Maciver a Theodor Geiger a Joseph Stiglitz. Ma sono forse certe parole dello Zygmunt Bauman di Paura liquida a soccorrerci più di tutte nel descrivere la rete ideativa che sottende codesto avvincente volume:«La fiducia si trova in difficoltà nel momento in cui ci rendiamo conto che il male si può nascondere ovunque; che esso non è distinguibile in mezzo alla folla, non ha segni particolari né usa carta d’identità; e che chiunque potrebbe trovarsi a essere reclutato per la sua causa, in servizio effettivo, in congedo temporaneo o potenzialmente arruolabile»[2]. «Le reti di legami umani, un tempo radure ben protette e isolate nella giungla […], si trasformano in zone di frontiera in cui occorre ingaggiare interminabili scontri quotidiani per il riconoscimento. […] Complessivamente i rapporti cessano di essere àmbiti di certezza, tranquillità e benessere spirituale, per diventare una fonte prolifica di ansie»[3]. «La guerra moderna alle paure umane, sia essa rivolta contro i disastri di origine naturale o artificiale, sembra avere come esito la redistribuzione sociale delle paure, anziché la loro riduzione quantitativa»[4]. «La comprensione nasce dalla capacità di gestire. Ciò che non siamo in grado di gestire ci è “ignoto”; e “l’ignoto” fa paura. La paura è un altro nome che diamo al nostro essere senza difese»[5]. «La generazione meglio equipaggiata tecnologicamente di tutta la storia umana è anche la generazione afflitta come nessun’altra da sensazioni di insicurezza e di impotenza»[6].

È la poesia, quella della scrittrice tarantina, dei sopravvissuti all’ultima guerra per la vita ancóra in corso, in attesa trepidante della catastrofe ormai imminente.«Meno uno e sono sopravvissuto», ripete la poetessa in una raggelante cantilena mortuaria, un solitario peana per la fine del mondo:

E sospira il mondo allo spegnersi del dì

meno uno e sono sopravvissuto

E più avanti, in Noi:

siamo noi effimeri granelli insipienti

d’un’infinitesima parte di quest’universo bolla

da deformata bolla dell’Universo Padre filiazione.

Infatti, scrive il sociologo e filosofo polacco, «I pericoli che temiamo più sono immediati e dunque è comprensibile che desideriamo rimedi anch’essi immediati: soluzioni “bell’e pronte” che diano sollievo sul momento, analgesici acquistabili anche senza prescrizioni mediche. […] ci infastidiscono le soluzioni che ci chiedano di prestare attenzione ai nostri difetti e misfatti, che ci impongano – socraticamente – di “conoscere noi stessi”»[7]. «La vera guerra al terrorismo – che può essere vinta – non si conduce devastando ulteriormente le città e i villaggi semidistrutti dell’Iraq o dell’Afghanistan, ma cancellando i debiti dei Paesi poveri, aprendo i nostri ricchi mercati ai prodotti di base di questi paesi, finanziando l’istruzione per i 115 milioni di bambini attualmente privi di qualsiasi accesso alla scuola e conquistando, deliberando e attuando altri provvedimenti simili»[8]. «Chi è insicuro tende a cercare febbrilmente un bersaglio su cui scaricare l’ansia accumulata e a ristabilire la perduta fiducia in sé stesso cercando di placare quel senso di impotenza che è offensivo, spaventoso e umiliante»[9].

Così gli orrori della guerra senza fine e senza luogo nella danza menata dai “signori della guerra” americani e la paura della “violenza metropolitana” della Asphalt Jungle di hustoniana memoria[10] trovano una traduzione poetica nei versi di Antonietta così come ce li hanno raccontati recentemente Bauman:

Retorica

epitaffi consunti
dai vellutati scranni nessuno s’alza
azioni non sono le parole
ed è il corpo per il martirio.

Corpi compaiono martoriati ricompaiono
flash e ancora flash sulla sfigurata materia umana
e l’occhio diviene assuefazione.

A loro difesa non s’arma l’umanità indifferenti
saranno altri corpi martoriati.

«Come un circolo vizioso, la minaccia terroristica si trasforma in ispirazione per un nuovo terrorismo, disseminando sulla propria strada quantità sempre maggiori di terrore e masse sempre più vaste di gente terrorizzata»[11]. «Come un capitale liquido, pronto per ogni genere di investimento, il capitale della paura può essere – ed è – trasformato in qualsiasi genere di profitto, commerciale o politico»[12]. «La paura c’è e satura quotidianamente l’esistenza umana, mentre la deregulation planetaria penetra fin nelle sue fondamenta e i baluardi difensivi della società civile cadono in pezzi»[13].

 

Groviera il bel pianeta
le civiltà
occidentale e orientale
stessa sorte aborigeni e tecnologici superstiti
rimpianto eguale il colore della vita.

E sì che, come dice il sociologo, «Possiamo profetizzare che, a meno di essere imbrigliata e addomesticata, la nostra globalizzazione negativa, che oscilla tra il togliere la sicurezza a chi è libero e offrire sicurezza sotto forma di illibertà, renderà la catastrofe ineluttabile. Se non si formula questa profezia, e se non la si prende sul serio, l’umanità ha poche speranza di renderla evitabile. L’unico modo davvero promettente di iniziare una terapia contro la crescente paura che finisce per renderci invalidi è reciderne le radici: poiché l’unico modo davvero promettente di continuarla richiede che si affronti il compito di recidere quelle radici. Il secolo che viene può essere un’epoca di catastrofe definitiva. O può essere un’epoca in cui si stringerà e si darà vita a un nuovo patto tra intellettuali e popolo, inteso ormai come umanità. Speriamo di poter ancora scegliere tra questi due futuri»[14].

A lèggere Nelle macerie ritornano le parole dell’explicit eliotiano della Waste Land:

Ruderi…

sulla storia t’assidi
fra l’ante e il post  il muro poni.

Rullano altrove tamburi assordano violenti
dopo il dolore c’è pace qui
sulle macerie
piove luce
inebria
e una fresia gialla col suo profumo speranza innaffia.

Nel micro vince ancora la vita
e nel macro.

Come negli ultimi dieci versi del mitico poema epocale, della moderna Commedía della modernità al Tramonto dell’Occidente[15], dove «the nymphs are departed», insieme «ai loro amici, gli eredi bighelloni dei direttori di banca della city;/partiti senza lasciare indirizzo»[16]:

 

I sat upon the shore

 

Fishing, with the arid plain behind me

 

Shall I at least set my lands in order?

 

 

 

London Bridge is falling down falling down falling down

 

 

 

Poi s’ascose nel foco che gli affina

 

Quando fiamceuchelidon— O swallowswallow

 

Le Prince d’Aquitaine à la tour abolie

 

These fragments I have shored against my ruins

 

Why then Ile fit you. Hieronymo’smadagaine.

 

Datta. Dayadhvam. Damyata.

 

 

 

      Shantih    shantih    shantih

 

Sì, «Geronimo è pazzo di nuovo», gli antichi ritmi circadiani del mondo ed il succedersi millenario delle stagioni e dei tempi è stato infranto, lacerato, bruttato, violato per sempre, a dirla pasolinianamente[17], mente “il deserto avanza”[18] nel mondo diventato un enorme “mercato-fogna a cielo aperto”:

 

Pure le pulci al banco

e tecnocrati e pragmatici e toghe senza lustro illustri

e d’immagine accattoni di parola e strilloni

e corrotti d’ora prima e seconda

dal nord al sud già pronti tutti con bisacce ampie

tra vincenti e perdenti tacito accordo.

 

Gran folla al mercato profittatori a schiere 

ciascun l’insegna a maggior lucro sceglie

e sfila intanto gran folla d’affamati inerme

e lacrima la sbrindellata Italia.

È un rimare guittoniano, dal sentire morale risentito, dalle «rime aspre e chiocce»[19], che non di rado ricerca schoenberghiane dissonanze foniche e timbriche, striduli ossimori, infernali metafore e metonimie, incalzanti sineddochi, in un engagement comunque “anti-conviviano”, laddove la poetessa è fuggita «de la pastura del vulgo»[20] per spiegare aristocraticamente multa paucis. Ciò non toglie però che la sostanza più profonda di questa poesia resti comunque lirica e sentimentale: è il dolore leopardiano del poeta che ci propone l’altro versante dell’analisi del mondo, quello delle emozioni turbate e della bellezza ferita.

            È una Weltanschauung, quella della poetessa di Massafra, che mira a una conoscenza e a una denuncia della realtà mediante lo strumento della poesia: ovvero l’intuizione, la percezione immediata e immaginosa, l’espressione iconico-verbale petrosa attraverso un universo di poesiache racconti, con accenti accorati – talora sommessi, talaltra rabbiosi – la deriva inesorabile del mondo, la fiamma di un’antica civiltà che nell’inciviltà ed in un esiodeo ritorno al cháo sprimigenio sta spegnendo – sotto la guida impersonale e imperscrutabile dei fati – per sempre se stessa.

 

Roberto Pasanisi



[1]Titi Livi, Ab Urbe Condita Libri, I, 16: «Fuisse credo tum quoque aliquos qui discerptum regem patrum manibus taciti arguerent; manauit enim haec quoque sed per obscura fama; illa malteram admiratio uiri et pauor praesens nobilitauit. Et consilio et iamunius hominis addita rei dicitur fides. Nam que Proculus Iulius, sollicita ciuitate desiderio regis et infens a patribus, grauis, ut traditur, quam uis magnae rei auctor in concione prodit. “Romulus”, inquit, “Quirites, parens urbis huius, prima hodierna luce caelo repente delapsus se mihi obui umdedit”». 

[2]ZYGMUNT BAUMAN, Paura liquida, Bari, Laterza, 2009, p. 86.

[3]Ibidem, p. 88.

[4]Ibidem, p. 102.

[5]Ibidem, p. 119.

[6]Ibidem, p. 126.

[7]Ibidem, pp. 142-143.

[8]Ibidem, p. 137.

[9]Ibidem, p. 153.

[10]JOHN HUSTON, The Asphalt Jungle (Stati Uniti, 1950), con uno Sterling Hayden al culmine del glamour e del carisma filmico.

[11]Ibidem, p. 154.

[12]Ibidem, p. 180.

[13]Ibidem, p. 190.

[14]Ibidem, p. 220.

[15]OSWALD SPENGLER, Der Unter gang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte, 2 voll., Wien 1918; München 1922; traduzione italiana O. Spengler, Il Tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una Morfologia di una Storia Mondiale, trad. di J. Evola, introduzione di S. Zecchi, nuova edizione a cura di Calabresi Conte, Cottone, Jesi, Guanda, Parma, 1995.

[16]«The river’s tent is broken: the last fingers of leaf/Clutch and sink into the wet bank. The wind/Crosses the brown land, unheard. The nymphs are departed./Sweet Thames, run softly, till I end my song./The river bears no empty bottles, sandwich papers/Silk handkerchiefs, cardboard boxes, cigarette ends/Or other testimony of summer nights. The nymphs are departed./And their friends, the loitering heirs of city directors;/Departed, have left no addresses» (Thomas Stearns Eliot, The Waste Land, New York, W.W. Norton, 2001, III: The Fire Sermon, vv. 173-181).

 

[17] «Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre…» (Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Milano, Epoca!, 1988 [1975], p. 24).

[18] Metafora nietzscheana e poi severiniana, in uno con la questione del “dominio della tecnica” (del filosofo bresciano cfr., in particolare, Emanuele Severino, Il destino della tecnica, Milano, Rizzoli, 1998; Natalino Irti – Emanuele Severino, Dialogo su diritto e tecnica, Bari, Laterza, 2001; Emanuele Severino, Téchne. Le radici della violenza, Milano, Rizzoli, 2002; e Id., Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi, Milano, Rizzoli, 2005).

[19]Inf., XXXII, 1.

[20]«E io adunque, che non seggio a la beata mensa, ma, fuggito de la pastura del vulgo, a’ piedi di coloro che seggiono ricolgo di quello che da loro cade, e conosco la misera vita di quelli che dietro m’ho lasciati, per la dolcezza ch’io sento in quello che a poco a poco ricolgo, misericordievolmente mosso, non me dimenticando, per li miseri alcuna cosa ho riservata, la quale a li occhi loro, già è più tempo, ho dimostrata; e in ciò li ho fatti maggiormente vogliosi» (Convivio, I, 1, 10).

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