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Il linguaggio non verbale come strumento di integrazione tra soma e psiche: un’ esperienza di art-counseling.

Il linguaggio non verbale come strumento di integrazione tra soma e psiche: un’ esperienza di art-counseling.

Premessa
La mia collaborazione in qualità di art-counselor presso un centro polifunzionale per il sostegno alla famiglia, in collaborazione con un’equipè di psicologi, psicoterapeuti e mediatori familiari, mi ha portato a seguire il caso di un bambino che chiameremo A. La richiesta iniziale di aiuto da parte della mamma è riferita al fatto che A. parla poco e spesso la mattina si rifiuta di andare a scuola, senza dare una motivazione specifica. Inizialmente A. ha sostenuto un primo colloquio con un collega dell’equipe, che non ha prodotto risultati positivi, in quanto A. si rifiuta di parlare e se gli vengono poste delle domande si chiude a riccio.

Sulla base di ciò abbiamo deciso che in questo caso un intervento di Art-counseling poteva essere un modo per entrare in contatto con A. per cercare di stabilire una relazione basata sulla fiducia incondizionata. E’ noto infatti come, l’utilizzo dei disegni, scarabocchi o immagini consentono alla persona in bisogno di esprimersi attraverso un linguaggio non verbale facilitando l’emersione di problematiche di varia natura. A questo proposito la Naumburg (1947) sostiene che “la maggior parte dei disegni di persone con disordini emotivi esprimono problemi che riguardano alcune polarità, ad esempio vita-morte, maschio-femmina, padre-madre, amore-odio ecc. E ,dunque l’espressione artistica spontanea favorisce l’emergere di materiale inconscio. Mentre la Kramer (1958) afferma che l’oggetto d’arte, ovvero la produzione artistica, è un “contenitore di emozioni”. E  che l’Arte rappresenta una “zona franca” che consente l’espressione di nuovi atteggiamenti e risposte emotive. Il mio ruolo sarà proprio quello di agevolare, facilitare attraverso la produzione artistica spontanea l’emersione di eventuali paure, conflitti non risolti, e aiutare A. a ri-elaborarli in modo creativo favorendone l’Insight. Perché ciò avvenga è fondamentale da parte mia stabilire una relazione di fiducia con A. attraverso un atteggiamento empatico, non giudicante, decido di indossare un maglione di colore rosa, che da un punto di vista simbolico è il colore dell’affettività, ed esprime la tendenza all’armonia e al positivo.
A. è un bambino di 11 anni, e frequenta la quinta elementare. La sua famiglia è composta da mamma F., di 39 anni,da  papà D., che ha 45 anni, da N.,fratello maggiore di 25 anni e dalla nonna paterna. Entrambe lavorano nella stessa struttura, con mansioni diverse. Da un anamnesi iniziale della famiglia emerge un lutto non elaborato dalla parte della mamma, che inconsciamente ha “abbandonato” A. alle cure della nonna paterna, subito dopo il parto per dedicarsi al lavoro. Da qui la constatazione, nel corso degli incontri che A. è un bambino preoccupato, teme di perdere la mamma. Non è un caso che A. non vuole andare a scuola proprio il lunedì, dopo aver trascorso il fine settimana con la mamma libera dagli impegni di lavoro. In un primo momento ho avuto modo di conoscere la mamma di A., una donna dall’aspetto giovanile, dinamica, noto che è molto preoccupata non sorride mai. Su mia richiesta, dopo qualche tempo ho avuto modo di  conoscere anche il papà, un uomo piuttosto mite e molto collaborativo, mentre la mamma si dimostra distante emotivamente, ed è piuttosto richiedente e direttiva con A. Al nostro primo incontro A. arriva al centro accompagnato dalla madre. E’molto silenzioso, risponde a monosillabi. La prima impressione che ho di A., è che è un bambino dallo sguardo triste, fisicamente è minuto, con le spalle leggermente incurvate in avanti. Il suo atteggiamento nei confronti della mamma è di tipo passivo, non esprime dissenso, esegue quanto la madre gli chiede di fare. Ho allestito un setting con un grande tappeto a terra con cuscini, un tavolo e delle sedie, con diversi tipi di carta colorata di vario formato, colori a pastello, cere, tempere e colori a spirito. E’ importante offrire un luogo che sia accogliente, curato, ben illuminato. Il setting rappresenta uno spazio e un tempo definito dove tutto quello che avviene assume un significato con lo scopo di facilitare, l’autoespolarazione, l’autoconsapevolezza e lo sviluppo emotivo. La modalità con la quale A. si muove all’interno del setting mi offre  delle indicazioni utili per valutare  che tipo di approccio ha quando si trova in uno spazio nuovo, che non conosce. Inizialmente A. ha un’ atteggiamento di chiusura, è timoroso, si guarda intorno, in silenzio e poi rivolge lo sguardo a terra. Mi presento, gli comunico che passeremo un’ora insieme e gli chiedo se ha voglia di disegnare o di colorare qualcosa. A. mi guarda e accetta annuendo con la testa. Si siede sulla sedia, non prende minimamente in considerazione l’opportunità di sedersi a terra sul tappeto. Non occupa interamente la seduta della sedia, si posiziona al limite, con i piedi che poggiano sulle gambe della sedia. Immagino che non si sente pienamente a suo agio e cerco di utilizzare un tono di voce pacato. Inizia a disegnare liberamente, predilige i colori a pastello, ha un tratto molto leggero e cancella spesso. Al termine  del nostro incontro chiedo ad A. se vuole portare con sé il suo disegno, lo osserva un po’ e poi mi dice che lo devo tenere io perché la prossima volta lo vuole finire. A. sente che si può fidare e decide liberamente di tornare.

Il nostro viaggio, quindi, ha inizio.
I primi incontri si svolgono in totale silenzio, A. parla solamente per chiedermi se può disegnare una cosa piuttosto che un’altra. Nei successivi incontri A. disegna con più scioltezza, ha padronanza dei colori, ora sceglie senza esitare quali tipi di colori utilizzare, anche se difficilmente parla. Predilige i colori a pastello, i colori a spirito li utilizza solitamente quando deve colorare degli oggetti scuri. Dopo qualche tempo, propongo ad A., se ne ha voglia, di sperimentare materiali diversi. Inizio con il proporgli dei rotolini di pongo colorati. Inizialmente, rimane sorpreso,è un po’ titubante ma dopo qualche minuto, li prende in mano, li osserva, mi chiede se può aprirli, li toglie dalla confezione e inizia a sentirne l’odore. Durante questa fase, A. mi rende partecipe della sua esplorazione, chiedendomi di sentire l’odore, in qualche modo vuole condividere con me questa novità e mi sta comunicando che a qualche livello, mi “ri-conosce”. Dopo aver esplorato con tutti i sensi, decide di manipolarlo e inizia a creare delle forme, un delfino di colore blu, un onda di colore blu, una casa di colore giallo e una arancione con il tetto giallo e una tartaruga di colore rosa, adagiata su una base di colore verde . Al termine dell’incontro, A. mi chiede se può portare a casa le sue creazioni, e non sa come portarle via. Allora propongo di fare una scatola con il cartoncino, rimane entusiasta del risultato e negli incontri successivi la costruzione della scatola sarà un rito per A. che sceglierà sempre di farla con il cartoncino di colore blu. Nel riporre le sue creazioni all’interno della scatola A. pone molta attenzione, prende gli oggetti delicatamente e per ogni uno cerca la collocazione all’interno della scatola che più lo soddisfa. Volutamente, al termine di un incontro, non ho messo a disposizione di A. il cartoncino di colore di blu, per dargli la possibilità di scegliere altri colori. Inizialmente, quando ha visto che mancava il suo colore preferito, ho notato un certo disagio, ha iniziato a lisciarsi i capelli sulla fronte, poi al mio invito a scegliere un’altro colore tra i tanti, ha scelto il colore giallo. Nei successivi incontri le sue scelte cadranno sul colore rosso e sul colore verde. Ha imparato che se non trova il suo colore preferito ne può scegliere altri, e scopre con sua grande sorpresa che in fondo gli piacciono anche altri colori, nonostante  il suo colore preferito rimane il blu. Nel manipolare il pongo, A. preferisce prima utilizzare le formine che rappresentano animali, alberi, tutti elementi della natura che conosce bene. Si  diverte molto a creare delle forme con il pongo, inizia anche a sperimentare, mischiando più colori insieme ed è sorpreso quando vede il risultato. Durante gli incontri,in modo graduale A. inizia spontaneamente a parlare, fino ad arrivare ad  esprimersi liberamente, senza che sia io a fare domande. In totale libertà, senza nessuna pressione da parte mia, A. ha iniziato a raccontare, qualcosa di sé, di quello che accade a scuola, con i suoi compagni di giochi, di quello che ama fare quando è a casa con i suoi genitori, del suo cane al quale è molto legato. Con il passare del tempo A. si prende i suoi spazi all’interno del setting, riesce a stare nella relazione, ormai ha abbandonato l’atteggiamento di chiusura iniziale. Noto che ha delle difficoltà nel riconoscere le emozioni, durante gli incontri, mentre disegna o manipola il pongo, i personaggi raffigurati non si esprimono, se non su mio suggerimento. Propongo allora ad A. Propongo allora ad A. di fare dei giochi con dei cartoncini colorati che raffigurano delle faccine che esprimono gioia, paura, rabbia. E’noto, infatti, che il gioco, stimola la fantasia del bambino/a, e permette di entrare in contatto con il proprio mondo interno. Attraverso il gioco, si ha la possibilità di  entrare  ed uscire  dall’immaginazione e dalla realtà. E’ sempre presente un doppio livello, reale e immaginario. Il gioco, inoltre, riflette lo sviluppo e contribuisce all’evoluzione delle funzioni motorie, sociali, affettive e cognitive. A questo proposito non possiamo non citare  D.M.Winnicott, il quale ha una visione affettivo-emotiva del gioco che rientra nella teoria degli “oggetti transizionali”, i quali trovano collocazione in un’area intermedia dell’esperienza, tra realtà interna ed esterna, tra individuo e ambiente. Questa area transizionale nasce dal bisogno del bambino di conciliare il suo mondo interno con i vincoli della realtà esterna. Inoltre, ci ricorda che, soltanto mentre gioca il bambino/a riesce ad essere creativo, e riesce dunque a fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che il bambino/a scopre il Sé. Ciò permette di integrare nel proprio Sé  le parti in ombra, le ferite e i limiti dell’individuo in una Gestalt, o forma, compiuta. E infatti, A. mostra entusiasmo e curiosità per questa nuova attività, giocando si diverte molto, i tratti del viso sono distesi, sorride mentre giochiamo, e accompagna l’entusiasmo per il gioco ad una narrazione spontanea. Attraverso questi giochi emerge la conoscenza da parte di A. solo di sentimenti di tristezza e di preoccupazione. Il nostro lavoro dunque, procede in questa direzione, fino a quando spontaneamente, un giorno A. mi chiede di fare un disegno dove rappresenta tre faccine che esprimono emozioni diverse. In alto a sinistra rappresenta una faccina a cui non sa dare il nome all’emozione che secondo lui esprime, poi disegna nella parte destra del foglio una faccina che descrive senza esitazione come “triste”, poi passa nella parte sinistra del foglio, e in basso disegna, cancellando più volte, una faccina alla quale non sa dare il nome dell’emozione che secondo lui sta provando. Poi passa di nuovo nella parte destra del foglio, in basso, dove cerca di disegnare una faccina sorridente, cancellerà più e più volte, fino a quando decide di non disegnare nulla e lascia la parte del foglio vuota. Noto che ha avuto molta difficoltà nell’eseguire l’ultimo disegno, nonostante i miei rinforzi positivi, non è riuscito a disegnare ciò che voleva. Alla mia domanda, su cosa volesse disegnare mi risponde che voleva disegnare una faccina “felice”, e alla mia domanda come dovrebbe essere per lui una faccina felice, mi risponde che non lo sa, poi guarda il disegno e decide di scrivere la parola felice, sotto la faccina, disegnata nella parte sinistra del foglio.
Negli incontri successivi A. mi chiede espressamente di fare i giochi sulle emozioni, mi dice che è molto contento di aver scoperto “tante faccine con espressioni diverse” e le piacciono talmente tanto “le faccine che sorridono” che le disegna spesso, anche quando fa i compiti. Questa circostanza viene confermata anche dalla mamma, che con sua grande sorpresa mi dice che A. ha iniziato a parlare in modo spontaneo. Il processo evolutivo è ormai in atto. Il nostro lavoro si conclude con la creazione, da parte di A. di una serie di faccine, fatte con il pongo che descrive così:” Quella  “felice” è di colore rosa, quella “triste”è di colore giallo e quella “sorridente” è di colore rosa”, poi crea un albero di colore giallo con i frutti di colore rosa, e un cuore, di colore rosa con le ali di colore giallo sul quale incide un bel sorriso. Poi, crea due lacci, uno di colore giallo e uno di colore rosa, e li utilizza per unire la faccina “triste” con quella “felice”, così mi dice “si fanno compagnia e non si sentono soli”. Sceglie un cartoncino di colore rosso, nel quale adagia con cura i suoi lavori, le faccine unite le colloca in alto destra del foglio, l’albero in alto a sinistra, la faccina “felice” in basso a destra e il cuore con le ali in basso a sinistra. A. è particolarmente fiero del suo lavoro, al termine del nostro incontro lo mostra al suo papà con orgoglio e dice che il cuore sorridente con le ali è un regalo per la sua mamma. A. ha fatto un dono alla mamma, le ha regalato un sorriso!
La prima parte del nostro viaggio si è conclusa con un sorriso, ora A. è in grado di sentire e di “ri-conoscere” le proprie emozioni.

Conclusioni
Attraverso la manipolazione del pongo e l’utilizzo delle diverse tecniche espressive A. è riuscito a dare forma e voce alle emozioni che non conosceva e che  aveva difficoltà ad esprimere, attraverso il linguaggio verbale. Utilizzando le tecniche espressive e il gioco, che in comune hanno il “fare”, ovvero, il tras-formare, il cre-are e ri-creare A. ha avuto modo di  scoprire nuovi  aspetti di sé, di ri-elaborarli e di integrarli in modo creativo favorendo così un cambiamento significativo. Durante il nostro percorso, lo sviluppo emotivo ha influito positivamente anche sullo sviluppo corporeo, infatti  le spalle prima incurvate, ora si sono aperte, i tratti del viso si sono distesi, riesce a sostenere lo sguardo con l’altro senza guardare a terra e riesce a modulare la voce senza incertezza. Tutto ciò a conferma della validità e dell’utilità del mezzo espressivo come strumento di integrazione tra soma e psiche.

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