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L’importanza dell’alimentazione nei malati di Parkinson

L’importanza dell’alimentazione nei malati di Parkinson

La malattia di Parkinson, descritta per la prima volta da James Parkinson, in un libretto intitolato Trattato sulla paralisi agitante,  pubblicato nel 1817, è una patologia caratterizzata da una degenerazione cronica e progressiva delle strutture nervose che costituiscono il cosiddetto “sistema extrapiramidale”. Tale degenerazione interessa, in particolar modo, una specifica area del sistema nervoso centrale: la sostanza nigra. In questa area viene prodotta la dopamina, un neurotrasmettitore, essenziale per il controllo dei movimenti corporei. Da un punto di vista fisiologico, ciò che determina il morbo di Parkinson è la perdita dei gruppi cellulari, il cui compito è quello di facilitare il movimento.

Il morbo di Parkinson colpisce entrambi i sessi, pressappoco nella stessa misura, anche se sembra esserci, in termini di incidenza, una leggera prevalenza di casi maschili. La sintomatologia può manifestarsi a qualsiasi età. Nella stragrande maggioranza dei casi i sintomi fanno la loro prima comparsa a sessant’anni. Nel nostro Paese ci sono circa 200.000 persone affette da morbo di Parkinson e ogni anno vengono segnalati, mediamente, 10.000 nuovi casi.

La malattia, al suo esordio, si manifesta con una sensazione di debolezza, con difficoltà a compiere i movimenti a una velocità normale, con pesantezza e rigidità degli arti.

I sintomi classici della malattia di Parkinson sono l’acinesia, ovvero la riduzione della mobilità autonoma, il tremore e la rigidità; ma spesso, nelle fasi più avanzate del morbo, compaiono altre manifestazioni quali ipotensione, problemi urinari, disfunzione erettile, stitichezza, disturbi psichiatrici, ipersalivazione e disturbi respiratori.

Il tremore è uno dei sintomi principali della malattia di Parkinson ed è dovuto alle contrazioni di un gruppo di muscoli che si alternano ritmicamente (3-5 al secondo); l’atteggiamento delle mani ricorda il movimento che si fa quando si contano le banconote. Anche i piedi, le labbra e la mandibola possono essere colpiti dal tremore. Il tremore può essere presente durante il riposo, scompare spesso durante i movimenti volontari e nel sonno e di solito aumenta notevolmente in presenza di ansia o di stress: questi sono i dati raccolti da Maria Spano in Malattia di Parkinson e aspetti nutrizionali, comparso in “Assistenza Anziani” (Nov/Dic 2005).

La deambulazione, nei malati di Parkinson, è compromessa, i movimenti sono sempre più difficili, pesanti ed estremamente inefficienti e faticosi; i passi diventano spesso più corti, strisciati; frequentemente si ha la presenza di “festinazione”, ossia la tendenza ad accelerare i passi in maniera progressiva, che può essere talvolta causa di cadute. Un altro fenomeno presente in tutti i parkinsoniani è il “freezing”, cioè quella sensazione di piedi “incollati” al pavimento, come se fossero “congelati”  a terra. L’intensità della sensazione di “freezing” tende a salire man mano che la malattia avanza. 

Un’altra caratteristica dei parkinsoniani è la bradicinesia, ossia la lentezza dei movimenti, soprattutto quelli più fini: cambiare posizione, girarsi nel letto, vestirsi, ecc. Una delle conseguenze della bradicinesia è la diminuzione dell’espressività facciale: la mimica spontanea, quella che evidenzia comunemente lo stato d’animo delle persone, tende, così, a diminuire drasticamente.

La rigidità è l’altro fenomeno che interessa i malati di Parkinson e investe tutti i distretti muscolari, da quelli assiali ai flessori e agli adduttori. Infine, in una fase tardiva dell’evoluzione della malattia, compare un difetto posturale: il paziente è incapace di mantenere la posizione eretta del tronco quando è in piedi o cammina, di conseguenza tende ad assumere una posizione sempre più curva.

Un altro disturbo che si verifica spesso è la variazione della grafia: si tende a ridurre notevolmente l’ampiezza della scrittura, si parla infatti di “micrografia parkinsoniana”.

Secondo quanto afferma Maria Spano, i sintomi si manifestano quando la concentrazione di dopamina raggiunge un deficit del 70 % circa e questo lascia supporre che la malattia insorga più precocemente della comparsa dei sintomi.

L’obiettivo farmacologico, nella cura dei malati di Parkinson, è quello di ridurre l’attività colinergica e, nello stesso tempo, potenziare la funzione dopaminergica.

Negli anni ’50, farmaci più efficaci come gli anticolinergici (che curano i disturbi motori causati da anomalie del cervello), spiega Maria Spano, insieme alla terapia chirurgica, hanno offerto una prima risposta alla malattia. L’uso di levodopa, amminoacido neutro, precursore metabolico immediato della dopamina, ha permesso dei passi in avanti nella cura del morbo, ma dopo alcuni anni, presenta una riduzione del suo effetto sul paziente e poi ha fastidiosi effetti collaterali come la nausea.

Poiché i benefici che il paziente può trarre dalla somministrazione della levodopa risultano strettamente dipendenti dalla sua concentrazione nel circolo ematico, si è cercato di ottimizzare e stabilizzare la risposta terapeutica a questo farmaco.

E’ indispensabile sapere che la quantità di proteine di un pasto o di un determinato alimento, assunta dal malato, può incidere sull’assorbimento di levodopa a livello intestinale. La terapia dietetica di per sé, precisa la Spano, non rappresenta un trattamento efficace alla malattia, ma serve a potenziare e stabilizzare la risposta alla terapia farmacologica con levodopa.

La dieta prevede, quindi, per chi assume levodopa, la riduzione di tutti i cibi grassi che, rallentando lo svuotamento intestinale, ne riducono l’assorbimento, e di cibi proteici, perché anch’essi diminuiscono l’assorbimento del farmaco. Lo scopo nel trattamento dietetico è, dunque, quello di garantire un adeguato apporto nutrizionale, rispetto ai fabbisogni del paziente, evitare di creare interazione con il farmaco e contrastare i sintomi connessi alla terapia ed alla malattia stessa.

Nello specifico una restrizione delle proteine si è rivelata utile per migliorare l’efficacia del farmaco e ridurre gli effetti collaterali da esso provocati, però non bisogna trascurare il fatto che gli alimenti prettamente proteici contengono anche considerevoli quantità di calcio, ferro e complessi vitaminici, pertanto sarebbe rischioso escluderli totalmente dalla dieta del paziente.

E’ previsto, nella dieta, un apporto lipidico giornaliero non superiore al  25-30% delle calorie totali di una giornata, in cui sono prediletti i grassi insaturi (olio extravergine d’oliva, utilizzato a crudo nei diversi condimenti) rispetto a quelli saturi (burro ,lardo, salumi, carni grasse).

La quantità dei carboidrati deve corrispondere al 55-60% delle calorie totali giornaliere. Pasta, pane, sostitutivi del pane, riso, patate hanno un contenuto proteico modesto e sono facilmente assimilabili nell’organismo.

L’apporto di fibre è di notevole importanza nella quantità di 25-30 grammi al giorno, poiché la stitichezza è un problema comune in questi pazienti. L’indicazione dietetica è quella di consumare cereali integrali e 4-5 porzioni al giorno tra frutta e verdura. E’ consigliato, inoltre, assumere almeno 6/8 bicchieri d’acqua al dì.

In conclusione anche la nutrizione nel soggetto affetto da Parkinson è di indiscussa importanza come sfondo alla terapia farmacologica e va prestata, in quest’ottica, un’attenzione particolare al peso corporeo, indice importante per valutare lo stato complessivo di salute del paziente.

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