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Il condizionamento delle emozioni

Gli studi finora effettuati confermano il condizionamento che le emozioni esercitano sulla vita di ciascuno di noi. Condizionamento che – evidentemente – incide a seconda della diversa personalità ma anche della diversa cultura di ciascuno, ragion per cui le emozioni sembrano tanto migliorare quanto complicare la nostra esistenza.
Secondo quanto afferma Moira Mikolajczak, ricercatrice presso il Fondo Nazionale Belga per la Ricerca Scientifica (FNRS) e docente presso la facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Loviano, autrice nel 2010 di un articolo “Emozioni in equilibrio”, “un’emozione, a seconda dei casi, può aumentare o ridurre le possibilità di sopravvivenza; migliorare la nostra capacità di prendere decisioni, o ancor più confonderci; favorire o sfavorire le nostre relazioni sociali”.

Per quanto attiene alla possibilità di sopravvivenza, le emozioni hanno generalmente un ruolo positivo perché preparano l’organismo a far fronte a situazioni di vario tipo: se, ad esempio, l’individuo deve affrontare una situazione di paura, secondo la studiosa belga, la paura migliora la capacità di rilevare le minacce circostanti e permette di agire più prontamente al pericolo che incombe (spirito di conservazione). Allora, emozione negativa forte – che spinge a comportamenti imprudenti – è la collera che aumenta il tono muscolare e rende più efficace la difesa.
É anche vero che la paura e la collera – in certi soggetti e in condizioni psicologiche particolari dell’individuo – riducono, talora in maniera determinante, la possibilità di sopravvivenza.
Il neuroscienziato statunitense Antonio Damasio viene in supporto della seconda ipotesi, secondo la quale le emozioni possono migliorare la nostra capacità di prendere decisioni ma anche che – in taluni casi- ci confondono.
Damasio ha dimostrato che le emozioni sono indispensabili perché le persone che hanno subito lesioni nelle aree cerebrali che sottendono alle emozioni sono, nella maggior parte dei casi, incapaci di gestire il proprio denaro, la propria vita personale e professionale o le relazioni sociali: conservano la capacità di ragionamento e sembrano del tutto normali, benché abbiano grosse difficoltà nel prendere decisioni.
Le scelte che quotidianamente facciamo, di solito, hanno poco di razionale, per cui il pasto quotidiano o la decisione di andare al cinema o rimanere in casa a guardare la TV non ci impegnano necessariamente come esseri razionali. Piuttosto si direbbe che, nel compierle, siamo condizionati dalla suggestione del momento. Tuttavia – sostiene Damasio – se le emozioni accelerano e orientano le nostre decisioni, esse possono anche ostacolarle o indurci in errore. E cita ad esempio il caso dello studente che deve sostenere un esame o di un candidato che deve essere selezionato da un responsabile di risorse umane che ha passato una cattiva giornata: il risultato per l’uno e per l’altro sarà meno buono che se fossero stati ricevuti in un altro momento.
L’irrazionalità governa, secondo quanto sostengono altri psicologi statunitensi, Daniel Kahnemen e Amos Tversky, chi gioca in borsa che, per esempio, sviluppa la tendenza a conservare troppo a lungo titoli che, strada facendo e nel corso del tempo, perdono punti. Che cosa dimostra tutto questo? Che le emozioni negative causate da una perdita finanziaria sono più intense rispetto alle emozioni positive generate dal guadagno della stessa somma. Per questa ragione è spiacevole per un azionista vendere un titolo che perde: rimandando la decisione di vendere le proprie azioni rimanda la brutta sensazione associata alla consapevolezza di aver subito una perdita finanziaria.
Infine, l’ultimo – ma non ultimo – aspetto paradossale delle emozioni è la loro implicazione nelle relazioni sociali.
Sappiamo le nostre emozioni sono facilmente leggibili sul nostro volto e costituiscono, quindi, una risorsa preziosa per il nostro interlocutore, così come quelle dei nostri interlocutori ci comunicano un insieme di informazioni sui loro bisogni. Nostra moglie, la nostra compagna ha l’aria triste? Adattiamo il nostro comportamento al suo umore diventando più premurosi. É nervosa? Differiamo ad altro momento l’annuncio di una cattiva notizia. Ma non sempre sappiamo mediare siffatte situazioni e spesso non riusciamo a contenere la collera ed esplodiamo in parole che non avremmo mai voluto dire, compromettendo così un rapporto fino a quel momento bellissimo.
Le emozioni che talvolta hanno una “funzione adattiva”, tal altro sono alla base di numerosi problemi e disordini psicologici e non solo.
Come conciliare queste due opposte visioni? La prima cosa da fare in siffatte situazioni è CAPIRE LE PROPRIE EMOZIONI, identificarne la causa e prevenire le conseguenze.
La comprensione delle emozioni passa dalla nozione di bisogno dell’essere umano secondo la classificazione che Abraam Maslow ha fatto dei bisogni, classificazione che parte dai bisogni materiali dal gradino più basso – soddisfazione della fame, dal guadagno finalizzato alla sopravvivenza – , alla realizzazione sociale, fino al massimo livello che è l’antirealizzazione, nella quale si identifica il massimo della soddisfazione personale, sociale e professionale. Quella stessa autorealizzazione che si traduce nella rinuncia alla gratificazione materiale (soldi, ecc.) per aspirare alla sola soddisfazione personale, in virtù della quale l’artigiano, che ha lavorato tutta una vita per migliorare se stesso e la sua famiglia guadagnando il giusto delle sue richiestissime prestazioni, rinuncia al compenso pur di poter vincere la gioia e realizzare il palco in occasione della visita del pontefice nella sua città. La soddisfazione di poter dire: “Quel palco l’ho fatto io” supera ogni tipo di compenso che da quel lavoro avrebbe potuto ottenere. Eccole le emozioni più alte, evolute, benché sempre indicibili, intime, personali ed uniche, che l’applauso dei colleghi e un bell’assegno non potranno mai eguagliare.

 

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