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I colori nella capanna

di Maria Paola Spagliardi, Ricercatrice in arte terapia

Da anni svolgo ricerche nel campo delle terapie “alternative” basate sull’espressività dell’individuo.
Mi sono recata molte volte in Africa. Ho incontrato i guaritori e conosciuto la medicina tradizionale, i rituali e le danze.

Sono stata in alcuni ospedali (oltre che italiani) collaborando alle attività degli atelier nei reparti di psichiatria.
Il mio approccio “antropologico” mi sta dirigendo verso un’idea di arte “terapeutica” improntata sulla conoscenza e sperimentazione, e sullo studio della multiculturalità.
Anche quest’anno mi sono recata nei villaggi, e mi sono imbattuta nei sorrisi dei bambini.

Ho portato colori e pennelli dentro una capanna africana
La stagione delle piogge non è di aiuto anche se rende il paesaggio ulteriormente suggestivo.
Enormi pozzanghere inibiscono il passaggio su strade di terra rossa e costringono le macchine a vere gimcane prima di raggiungere i villaggi.
Panni stesi come aquiloni caratterizzano il gruppo di capanne recintato da un steccato fatto di canne e arbusti.
La mia capanna e abbastanza spaziosa, una stuoia a coprire il pavimento di sabbia, qualche abito appeso qua e là. Le foto di personaggi religiosi sovrastano le pareti.
Un paio di  giovani polli zampettano attorno,  incuriositi, anch’essi, dalla mia inaspettata presenza dentro la fragile casa.
E poi, un via vai di bambini piccoli e un po’ più grandi a cercare bon bon e  richiedere “foto, foto”, con le dita a V davanti all’obbiettivo della macchina fotografica.
Ho portato i colori e i pennelli, qualche foglio di carta bianca.
Sono rimasta affascinata dai sorrisi e dagli occhi spalancati innanzi a questa novità.
Macchie di colore hanno trovato spazio nel foglio di un bambino, uno schizzo a raffigurare una testa e due gambe filiformi sotto la testa.
Un uccello colorato, un accenno di becco e di ali, e ancora macchie colorate al posto del cielo realizzato da una bimba che parla un po’ di francese e si fa capire.
Poche figure e forme dentro i fogli degli altri bambini che conoscono solo la lingua locale e  che studiano in una scuola coranica.  
Non hanno mai dipinto questi piccoli dall’aria felice, che vivono di poco ma conoscono il gioco e
la libertà.
Non sanno raffigurare, rappresentare il loro mondo: girano il pennello nel colore, rubano i tubetti come ricordo, sporcano l’acqua e chiedono ancora “foto, foto” con i fogli dipinti davanti alla faccia.
Pochi tratti inesperti a disegnare una macchina d’altri tempi, simboli di una modernità molto lontana.
Qui non si guarda la televisione, perché non c’è, ed io rappresento l’unica novità, un contatto con l’esterno.
Dovrei tornare  verso l’albergo, ma non ne ho voglia.
Resto ancora per un po’, mentre tutti insieme, piccoli e grandi, intonano un canto coinvolgente e la mia fatica per il viaggio avventuroso, fino a lì,  svanisce come la pioggia dentro un cielo dipinto di rosso. 

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