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I circuiti neuronali e la profezia che si autoadempie

I circuiti neuronali e la profezia che si autoadempie

Vorrei trattare un tema intrigante che ho osservato (katanoein dal greco osservare attentamente, al di là delle apparenze) e appuntato ripetutamente nei protocolli durante le sedute di arteterapie o durante i colloqui verbali con i pazienti.

Ci sono delle convinzioni coltivate nel tempo, quasi delle credenze che condizionano malsanamente la nostra esistenza portandoci a mettere in atto una serie di azioni che impoveriscono tragicamente il nostro quotidiano.

Queste sono capaci di porre dei limiti che nella realtà non esistono, frutto più della nostra percezione falsata delle cose, degli eventi e della nostra immaginazione. Ma se interpretati come reali diventano un freno e ci possono anche separare dal reale. Alcune volte queste convinzioni sono tanto violente da assumere i contorni di vere e proprie profezie auto avveranti.

In sociologia una profezia che si autoadempie, o che si autoavvera (Merton, 1971), o che si autodetermina (Watzlawick et alii, 1971), è una previsione che si realizza per il solo fatto di essere stata espressa. In questo caso la predizione e l’evento che ne consegue, sono in un rapporto circolare, secondo il quale la predizione genera l’evento e l’evento verifica tragicamente la predizione. Per capirci prendiamo ad esempio ciò che è accaduto recentemente nel mercato finanziario: c’è stato un evento che ha determinato un periodo di precarietà dei mercati finanziari, poi il panico ha creato una convinzione diffusa che potesse essere imminente un crollo, gli investitori hanno perso fiducia e hanno messo in atto una serie di reazioni tali da causare realmente il crollo. In psicologia, una profezia che si autoadempie si ha quando un individuo, convinto o timoroso del verificarsi di eventi futuri, altera ossessivamente il suo comportamento in un modo tale da finire paradossalmente per causare proprio tali eventi che tanto temeva.

Secondo la definizione del sociologo americano Robert K. Merton, che introdusse il concetto nelle scienze sociali nel 1948, «una supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità». Merton trasse ispirazione dalla formulazione che un altro celebre sociologo americano, William Thomas, aveva dato di quello che è passato alla storia come “Teorema di Thomas che recita: “Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze”. Un esempio di profezia che si autoadempie citato dallo stesso Merton è il seguente: “Un mercoledì mattina del 1932, Cartwright Millingville va a lavorare. Il suo posto è alla Last National Bank e il suo ufficio è quello di presidente. Egli osserva che gli sportelli delle casse sono particolarmente affollati per essere di mercoledì; tutte quelle persone che fanno dei depositi sono inconsuete in un giorno della settimana che è lontano da quello in cui si riceve lo stipendio. Millingville spera in cuor suo che tutta quella gente non sia stata licenziata e incomincia il suo compito quotidiano di presidente. La Last National Bank è un istituto solido e garantito. Tutti lo sanno, dal presidente della banca agli azionisti, a noi. Ma quelle persone che fanno la coda davanti agli sportelli delle casse non lo sanno; anzi, credono che la banca stia fallendo, e che se essi non ritirano al più presto i loro depositi, non rimarrà loro più nulla; e così fanno la fila, aspettando di ritirare i loro risparmi. Fintanto che l’hanno solo creduto e che non hanno agito in conseguenza, hanno avuto torto, ma dal momento che vi hanno creduto e hanno agito in conseguenza, hanno conosciuto una verità ignota a Cartwright Millingville, agli azionisti, a noi. Essi conoscono quella realtà perché l’hanno provocata. La loro aspettativa, la loro profezia si è avverata; la banca è fallita”.

Le nostre convinzioni possono diventare veramente limitanti perché creano delle certezze a cui ci aggrappiamo disperatamente senza rendercene conto e che non rappresentano affatto la realtà, ma nel momento in cui le facciamo diventare azioni le rendiamo reali e anche contagiose.
Una volta che una convinzione si fa strada dentro di noi, saremo consciamente e inconsciamente alla ricerca costante della sua conferma. Ora, quando la convinzione è fondamentalmente positiva e ci sospinge verso l’autostima, può anche essere una nostra alleata, ma quando, come più spesso accade, è di orientamento negativo, assume le connotazioni di una auto-maledizione che rischia di condizionare tutta la nostra esistenza e inevitabilmente disturbare anche quella di chi ci vive vicino.

Esempi verbali di questi meccanismi: “Non sono portato per il computer, ogni volta che mi ci metto mi si chiude la mente”; “Le mie relazioni sentimentali sono sempre fallimentari, sembra proprio che me li cerco con il lanternino”, “Non credo più nell’amicizia, ogni volta che mi fido di qualcuno vengo tradita puntualmente”; “Ecco, lo sapevo che mi si sarebbe bucata la ruota proprio su questa strada buia …”, etc.

Cambiare queste convinzioni, non solo è possibile, ma direi, indispensabile se non vogliamo che la nostra vita si impoverisca e venga sempre più allontanata dal reale.

E’ possibile grazie al fatto che il nostro cervello è plastico e che quando è sollecitato da nuovi stimoli, deraglia dai vecchi malsani circuiti per stabilirsi su nuovi binari neuronali che restituiscono al nostro organismo, nuove energie vitali.

Esempi di azioni consigliate per uscire dai vecchi schemi delle nostre malsane convinzioni ed entrare in nuovi circuiti: andare a buttare la spazzatura in un cassonetto diverso da quello solito; sperimentare nuovi percorsi per le passeggiate; fare nuove strade per raggiungere il posto desiderato; mangiare pietanze mai assaggiate; accettare nuovi punti di vista sulle situazioni; etc. trovatene creativamente degli altri sapendo che vi accorgerete subito del miglioramento dell’umore e dell’ aumento della vostra serotonina.

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