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Hermann Hesse e l’inquietudine della ricerca

Hermann Hesse e l’inquietudine della ricerca

di Chiara Germanò

Fra critica e realtà, l’idolo dei giovani
Hermann Hesse: alcuni lo ritengono soltanto un ribelle, un agitatore e un pericoloso sobillatore di giovani menti, altri non sanno decidersi fra l’aristocrazia e l’alta borghesia, i due ceti sociali al cui interno collocare non l’autore, ma la sua prolifica attività letteraria. Infine, qualcuno non esita a negargli il titolo di scrittore, considerandolo, piuttosto, un discreto elaboratore di testi confezionati con il pensiero altrui, peraltro, sempre con le stesse modalità. Un’infinita di nomi potrebbero rivendicare la paternità della filosofia, degli ideali, delle utopie che Hesse ha trasposto in componimenti poetici, romanzi e saggi.

Persino, le sue lettere in risposta a quanti gli scrivevano per complimentarsi o, al contrario, per ferirne l’amor proprio, sarebbero volgari adattamenti raffazzonati dall’ispirazione di autori degni di questo nome – dal De tranquillitate animi di Seneca ai testi del miglior romanticismo tedesco. I nomi che hanno tacciato Hesse di mancata autenticità – per dirla con parole gentili – oggi, curiosamente, si sono persi nella notte dei tempi e solo studiosi dello spessore di Alois Prinz che ha curato una dettagliata biografia sul Premio Nobel di Calw – perché, a dispetto di tutto e di tutti, il riconoscimento ufficiale è giunto nel 1946 e i giovani del Sessantotto continuavano a dibattere non solo sul romanzo noto al grande pubblico, Siddharta, ma anche su Demian, Narciso e Boccadoro, Il gioco delle perle di vetro – ne riportano nomi e articoli. In particolare, sono gli esponenti e i sostenitori della supremazia tedesca nel mondo e, successivamente, i leader politici e ideologici del regime totalitario hitleriano a scagliarsi con veemenza contro il desiderio ecumenico di pace e gli interessi verso la cultura, la filosofia e la religione orientali, istanze delle quali Hesse non ha mai fatto mistero. E poi, era debole di mente, inadatto a rappresentare la superiorità della razza ariana: basti pensare ai suoi frequenti soggiorni – dopo la fuga dal collegio e il tentato suicidio – in ambigue case destinate a ospitare per un periodo di tempo indefinito i giovani che si apprestavano a vivere ai margini della società con la finalità di giovare al corpo e alla psiche e, soprattutto, di rieducare “gli spiriti inquieti”.

Perché parlarne/Perché tacere
Un tentato suicidio, una terapia prolungata con il dottor Lang, allievo di Jung, e il bisogno continuo di equilibrio ricercato attraverso la scrittura e, in un secondo momento, sviluppando anche latenti capacità pittoriche: sono motivi sufficienti per ospitare la figura di Hesse in una rivista di Arti Terapie e Neuroscienze, senza il timore di apparire fuori tema. Forse, la domanda che i lettori più esperti di Hesse dovrebbero porsi non riguarda tanto la sua presunta e pluridiagnosticata “follia”, quanto la ricerca esistenziale compiuta dall’autore che non si è mai interrotta e che ha lasciato una traccia di rado compresa dai posteri, soprattutto nelle Accademie. In Italia, sono pochi i corsi monografici dedicati all’analisi di un volume come Demian o Narciso e Boccadoro, eppure non solo i docenti di Letteratura Tedesca, ma anche quelli di Pedagogia potrebbero farlo, perché le due opere appena citate equivalgono a una fenomenologia dell’amicizia e dell’attaccamento che pochi teorici hanno reso con altrettanta chiarezza. Anche l’interpretazione del pensiero di Nietzsche presente nella produzione di Hesse ha contribuito non poco a far comprendere che l’OltreUomo non è il nazista – peraltro, Nietzsche non poteva prevedere e, quando nella Genealogia della morale se la prende con gli ebrei, perché vincolati dalla paura di Dio e, pertanto, severi censori dei sani istinti vitali che ogni uomo dovrebbe soddisfare, altro non fa che aderire a un sentimento di antisemitismo radicato e diffuso. Questo non per assolvere il Filosofo da certe dichiarazioni che rimangono poco edificanti, ma per dovere di contestualizzarne il pensiero –, OltreUomo è, nella concezione hessiana, chi si assume la responsabilità del proprio pensare e agire, chi guarda oltre il materiale per avventurarsi alla scoperta di quelle passioni che albergano nell’animo umano. Passioni in grado di edificare e distruggere, di raccogliere e di respingere, di morire su se stesse e di rinascere dalle proprie ceneri. Hesse è un alchimista delle passioni e chi rimescola i moti già confusi dell’animo è sempre guardato con un certo sospetto. Una nota carpita al nostro direttore responsabile nel corso di un incontro della redazione – la riferisco io e sono pronta ad affrontarne le conseguenze! –, quando ho proposto un articolo su Hesse: «Quando ero ad Eichstaett, in Baviera, per apprendere il tedesco, ognuno degli allievi del corso intensivo di lingua organizzato dall’Università Cattolica della cittadina doveva tenere un Referat [è il vocabolo tedesco che corrisponde al nostro italiano “relazione” n.d.r.] della durata di quindici minuti su un argomento liberamente scelto. Io, pensando di far piacere alla docente, presentandomi con un tema letterario che conoscevo, scelsi Hermann Hesse e tentai di illustrare i motivi salienti che anche un lettore inesperto, ma istruito, rileverebbe immediatamente leggendo Il gioco delle perle di vetro. Risultato: la docente, specializzata in lingua e letteratura tedesca, mi fece il terzo grado sulle mie preferenze letterarie e concluse comunicandomi la sua profonda avversione per un autore oscuro e, francamente, noioso come Hesse. Forse, era solo una provocazione per costringermi ad articolare una risposta in tedesco che comprendesse anche termini specifici appartenenti al linguaggio di settore della letteratura; forse, non le ero troppo simpatica, perché, invece, di concentrarmi su salsicce e birra come i miei colleghi, avevo preteso di intrufolarmi nei meandri di un patrimonio culturale complesso per una studentessa alle prime armi con la lingua; forse, si trattava di un modo per svicolare da un autore che lei aveva soltanto attraversato di sfuggita. Però, non fu una bella esperienza e, da allora, anch’io nelle mie esercitazioni mi sono data a parlare dell’Oktoberfest, pur non essendo una grande esperta di bevande alcoliche».

Il gioco delle perle di vetro: romanzo e utopia
Il gioco delle perle di vetro, in effetti, non è un romanzo facile: chissà se è un romanzo o la descrizione di un’utopia sul modello della Repubblica di Platone. Da un lato, il mondo di tutti i giorni con le sue imperfezioni e le sue condanne nei confronti degli “inadeguati alla vita”; dall’altro, la provincia di Castalia, abitata dagli inadeguati che sono, in realtà, eccelsi studiosi, intenti a coltivare l’ambizione di trovare un linguaggio universale attraverso il quale connettere tutte le discipline, umanistiche e scientifiche, a eccezione della storiografia, detentrice e testimone di un’epoca devastata dalle guerre e dalla brutalità, insomma, dell’età della decadenza – l’opera vede la luce proprio sul finire della Seconda guerra mondiale, nel 1943 e la pubblicazione è subito vietata in Germania –. Il protagonista, Joseph Knecht assurge alla massima carica della Castalia: quella di magister ludi, tuttavia, egli comprende ben presto che il sogno dello studio fine a se stesso è destinato a destare nuovi sentimenti di rivalsa da parte degli esclusi e, soprattutto, pensa alla sterilità di un linguaggio destinato a pochi eletti e, per questo, inadatto a portare beneficio all’umanità intera che ha bisogno di capire la direzione in cui andare dopo lo sfacelo dei totalitarismi. Ora, la direzione deve essere indicata – o peggio inculcata – dagli uomini di scienza al popolo, oppure, deve rappresentare una graduale conquista che si attua progressivamente nel cammino percorso da tutti gli uomini? La risposta è la morte accidentale di Joseph Knecht, appena uscito dalla Castalia, ma è una vera risposta o soltanto la sospensione temporanea di un racconto che è affidato alla scrittura delle generazioni future? Hesse non era un veggente, né intendeva costruire intorno a sé una aurea di santone. Cercava risposte e ha trovato soltanto molte altre domande, mentre tanti di noi hanno rifiutato a priori la possibilità stessa della ricerca e, dunque, il pericolo della sofferenza. Altro che il Nirvana! Hesse ne ha parlato sì, ma è sempre vissuto nel Samara, perché era giunto a constatare che dietro le ombre, prigionieri di esse, c’erano uomini, come la fiamma che cela Ulisse e Diomede nell’Inferno di Dante. Se un docente coraggioso deciderà di avviare o ha già avviato un corso universitario su Hermann Hesse, la redazione resta in attesa fiduciosa di critiche e informazioni. Anche i lettori sono invitati a partecipare al dibattito, sebbene in maniera documentata. Intanto, un saluto e un appuntamento al prossimo numero con alcune agevoli indicazioni bibliografiche.

Bibliografia

  • Alois Prinz, Vita di Hermann Hesse, trad. it. Alessandro Baldacci e Andrea Mecacci, Donzelli, Roma 2003;
  • Francesco Idotta, Hermann Hesse. L’estetica del tentativo, Città del Sole, Napoli, 2004;
  • Ralph Freedman, Herman Hesse, pellegrino della crisi. Una biografia trad. it. M. G. Giannelli, Torino, Lindau 2009.

Le opere di Hermann Hesse sono facilmente reperibili, pertanto, specificare le edizioni qui consultate potrebbe risultare un’inutile forzatura, soprattutto per quanti hanno la possibilità di leggere in lingua originale.

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