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Emozioni

“Capire tu non puoi…tu chiamale, se vuoi, Emozioni”. E la voce e la musica di Lucio Battisti irrompono nella nostra memoria e scatenano in noi una sequela di indicibili sensazioni che ci riportano indietro nel tempo e ci immergono nel mare magnum di emozioni che era la nostra vita negli anni ’60-’70, quando ancora rifiutavamo, inconsciamente, la razionalità e “naufragar ci era dolce in questo mare” . Forse, a pensarci bene, è stata la musica di Lucio Battisti che ci ha fatto riflettere sul significato del termine ‘emozioni’.

Tullio De Mauro, alla pag. 818 del suo Dizionario Italiano, spiega che il termine “emozione” deriva dal latino e-movere (cioè, smuovere) e lo traduce con “imprecisione”, “sensazione forte, turbamento, intensa esperienza psichica, piacevole esperienza accompagnata da reazioni fisiche e comportamentali” e dà come sinonimi commozione, turbamento.

Praticamente la nostra vita è essa tutta un’emozione, un susseguirsi di gioie, dolori, piaceri, disgusti, collere, sorprese. E sulla stessa lunghezza d’onda è Robert Soussignan che in “Emozioni” – vol. 2, pp.57-74, 2002 – si domanda: “Che cosa sarebbe la vita senza emozioni? Le emozioni colorano la nostra esperienza  quotidiana e accompagnano gli eventi importanti…”. E, quindi,  analizzando e razionalizzando la nostra vita, conveniamo col Soussignan – e col più essenziale e doverosamente schematico Tullio De Mauro – che tutte le emozioni sono accompagnate da manifestazioni corporee (aumento del ritmo cardiaco, espressioni del volto o del corpo) e comportamentali (avvicinamento, fuga, lotta) che ci permettono di adattarci alle circostanze, influiscono sulle nostre percezioni, sulla memoria episodica, sulla nostra capacità di prendere decisioni e formulare giudizi. E soprattutto ci consentono di comunicare e trasferire informazioni agli altri.

Ma, se da una parte i ricercatori sono concordi sul ruolo esercitato dalle emozioni nella nostra vita, dall’altra essi sono divisi circa la natura e la quantità delle emozioni, nella loro classificazione e nella diversa incidenza sulle nostre reazioni. Già, perché alla fine sono le nostre reazioni che determinano la natura delle emozioni e ne consentono quella chiarificazione di cui sopra.

L’emozione che suscita in noi la nascita di un figlio, l’ascoltare la sua voce che ripete il nostro nome e comincia a dare un nome a tutte le persone e le cose familiari, consegnarlo alla maestra nel primo giorno di scuola, accompagnarlo per tutto il cursus scolastico fino alla maturità e all’università e vederlo camminare con le sue gambe per la via della realizzazione professionale… è indescrivibile. Tuttavia, possiamo immaginare l’espressione del nostro viso davanti a questi eventi: espressione sempre facilmente leggibile dai nostri occhi e capace di trasmettere anche agli altri il nostro stato d’animo. E, se sul nostro volto si può leggere la nostra gioia, è sempre attraverso quello, il volto, che trasmettiamo le nostre sensazioni di paura, di tristezza, di disgusto, ecc. Siamo un libro aperto per gli altri o almeno per tutti quelli che, dotati di sensibilità, sanno leggerlo. Lo stesso dicasi per gli altri: anche loro per noi sono un libro nel quale leggiamo facilmente le loro intenzioni. Almeno così dovrebbe essere. Ma questa è un’altra storia.

Già alla fine del XIX secolo, Duchenne de Boulogne, nel trattato intitolato Le mécanisme de l’exspression  facial  humaine, questo concetto era chiaramente espresso a sostegno di quanto affermato da Charles Darwin in “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”, quando affermava che le diverse mimiche riflettono emozioni diverse e comunicano numerose informazioni sulle intenzioni della persona che le esprime. Emozioni intense, dunque, a conferma del semplice fatto d’esser vivi.

E questo da sempre: già da quando ad un anno il bimbo ha letto sul volto della mamma la paura per il pericolo cui si era esposto e l’aveva indotto ad adottare un atteggiamento diverso. È in quello stesso istante che egli percepisce di aver fatto la cosa giusta, dal rasserenamento del volto materno. Ma quali sono i fattori che determinano le espressioni facciali, quale la natura dei loro legami con le emozioni e le informazioni che dette espressioni veicolano?

E qui i vari ricercatori richiamano le cosiddette “teorie della valutazione cognitiva”, le quali non postulano – come qualcuno potrebbe pensare – programmi neuromotori  innati, che determinano un limitato numero di espressioni facciali, ma presuppongono che la diversità delle espressioni facciali siano il risultato di sequenze ordinate del trattamento dello stimolo che ha scatenato l’emozione. La contrazione dei muscoli della fronte, infatti, l’elevazione delle sopracciglia, la contrazione dei muscoli della mascella con stiramento delle labbra e apertura della bocca sono altri modi, diversi da persona a persona, di esprimere le emozioni e sono soggetti a variazioni collegate all’età, alla cultura e all’esperienza di ciascun individuo. Molti sono gli studiosi che se ne sono occupati: da Linda Camras della De Paul University di Chicago a Benoit Schaal e Luc Marlier di Digione, dallo stesso R. Soussignan, già più volte citato all’illustre Paul Elkman, massima autorità mondiale sullo studio dell’espressione mimica delle emozioni, nonché padre della criminologia moderna.

E non solo il volto ma tutto il corpo incamera emozioni e reagisce con comportamenti diversi a seconda dell’età, della cultura, dell’esperienza e – perché no? – del sesso.

Quando proviamo un’emozione, il nostro corpo subisce alcune modificazioni, come l’accelerazione del ritmo cardiaco, respiratorio e la secrezione di adrenalina. Tutte reazioni che alterano il nostro status momentaneo e mandano input al nostro cervello, a supporto delle teorie di quanti teorizzano rapporti circolari tra emozioni, cervello, coscienza e risposta organica corporea.

Ma le emozioni interessano prima  la nostra psiche o la nostra “fusis”? Interessanti sono gli argomenti addotti dai vari William James, Carl Lange e, ultimamente, dagli statunitensi, Antonio Damasio e Paula Niedenthal, che non pare giungano ad un’univoca conclusione. Anzi.

E’ un po’ tornare nell’ aristotelica questione: è nato prima l’ uovo o la gallina?

Le emozioni esistono e le reazioni pure ma, razionalizzandole, notiamo che la voce di Mina e di Pavarotti produce emozioni, come anche l’ascolto di un brano di Chopin, di Debussy, di Verdi. Emozioni percepite ed esternate in maniera diversa, con “coloritura” più o meno forte, ma per niente paragonabile all’entusiastica reazione dei tifosi milanisti al gol di Inzaghi contro il Liverpool nel 2007. 

E tu non sforzarti di capire, “chiamale, se vuoi, emozioni”. E, dunque, comprenderle, classificarle, dare un nome capace di differenziarle è possibile? Lo sarebbe ma “capire tu non puoi: tu chiamale se vuoi, emozioni”.

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