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Disegnare con la parte destra del cervello. Spazi Negativi (Parte Terza)

Disegnare con la parte destra del cervello. Spazi Negativi (Parte Terza)

Dedichiamoci ora alla composizione e più precisamente a rievocare quella sensibilità per l’unità degli spazi e figure all’interno del formato che avevamo da bambini e che abbiamo poi perso. La nostra attenzione si concentrerà quindi sugli spazi negativi.

Il termine composizione indica il modo in cui l’artista ordina i vari elementi di un disegno. Tra gli elementi chiave della composizione vi sono le forme positive (gli oggetti e le figure), gli spazi negativi (ossia le zone vuote) e il formato (cioè la lunghezza e la larghezza della superficie utilizzata). Nel comporre un disegno, quindi, l’artista colloca e accosta le forme positive e gli spazi negativi all’interno del formato.

Il formato condiziona la composizione: cioè la forma della superficie sulla quale si disegna influisce notevolmente sul modo in cui l’artista distribuisce forme e spazi.

L’artista esperto è ben conscio dell’importanza che la forma della superficie riveste. Il principiante tende, invece, a ignorare completamente il perimetro del foglio che ha di fronte. La sua attenzione, infatti, è rivolta quasi esclusivamente agli oggetti o alle persone che sta ritraendo e i bordi del foglio sembrano per lui non esistere.

Il problema sta nell’incapacità di unificare e integrare due componenti fondamentali: gli spazi e le forme. Questo corrisponde a un problema che ci può essere anche rispetto al proprio schema corporeo e alla abilità di percepire gli spazi e i luoghi nei quali ci muoviamo ed esistiamo.

Nella prima infanzia eravamo molto sensibili al formato e agli spazi. La consapevolezza che il bambino ha del perimetro che delimita una superficie condiziona il suo modo di distribuirvi forme e spazi e, molte volte, i bambini più piccoli sono capaci di produrre composizioni quasi perfette.

Purtroppo, come abbiamo già notato, questa capacità si affievolisce col tempo fino a scomparire del tutto con l’adolescenza (prevalenza dell’emisfero S).

Col tempo la concentrazione sulle cose (particolare) sembra sostituirsi a quella visione globale (universale) che il bambino ha del mondo, per cui tutto è importante, compresi quegli spazi negativi costituiti dal cielo, dalla terra e dall’aria. L’equilibrio si raggiunge dalla integrazione fra le due visioni, particolare e globale.

Sebbene sia difficile crederlo, in questa fase dell’apprendimento, se si dedica la propria attenzione e la propria cura agli spazi negativi, le forme positive “escono da sole”.

Mettiamo ora a fuoco un’altra lacuna dell’emisfero S: non è equipaggiato per affrontare gli spazi vuoti, non li può codificare, nominare, riconoscere, non appartengono alle sue “categorie acquisite”, né tantomeno può apporvi simboli precostituiti.

Perciò è proprio quello che fa per noi: non può che passarli all’emisfero D. Per quest’ultimo spazi e oggetti, noto e ignoto, nominabile e innominabile sono tutti equivalenti, tutti interessanti e degni di osservazione attenta.

Impariamo a fissare lo sguardo su uno spazio fra due oggetti e continuiamo a osservarlo finché non lo vediamo come una forma.

Il concetto del quale voglio farvi fare esperienza, “toccare con mano” è molto importante: è una legge fisica, gli spazi fra gli oggetti non sono inutili e vuoti, sono delle forme (visivamente), ma sono anche campi di materia quantica vivente e come tale influenzano la nostra stessa materia per via informazionale.

Come abbiamo appreso negli esercizi precedenti, gli spazi negativi e le forme positive hanno in comune gli stessi bordi, cosicché, disegnando uno spazio, disegnate senza volerlo anche una forma e viceversa. Con il disegno di puro contorno abbiamo sperimentato il superamento dei simboli e i nostri segni sono diventati ricchi, profondi, intuitivi “[…] geroglifici viventi carichi di essenza come le pieghe dei miei pantaloni” (A. Huxeley “Le porte della percezione”).

Le nostre linee ora sono registrazioni, protocolli delle cose così come sono, segni che esprimono l’essere dell’oggetto: coloro che “procedevano alla cieca” hanno visto e vedendo hanno potuto disegnare. Ora con il disegno di spazi negativi ci occuperemo di interagire con le forme.

Quando disegniamo una sedia il nostro guaio è che sappiamo troppe cose su quella sedia: ha le gambe tutte della stessa lunghezza; è costituita di un appoggio rotondo; ha uno schienale perpendicolare a questo, etc.

Questi dati analitici che possediamo nell’emisfero S interferiscono con i dati visivi dell’emisfero D anzi, li contraddicono. Infatti, una sedia, in prospettiva, non rivela visivamente nessuna di quelle caratteristiche che le attribuiamo: gli angoli non sono retti, ma ottusi; le forme circolari appaiono come delle ellissi o a volte delle linee rette; le gambe non sono tutte della stessa lunghezza, anzi, possono non esservene nemmeno due lunghe uguali. Il principiante, dunque, di fronte a una sedia è portato a dare al problema due soluzioni diverse, cioè utilizzare due tipi di informazioni che si contraddicono e questo fa sorgere in lui un conflitto: conciliare ciò che so di questa sedia, e quello che vedo. Invece di accogliere la ricchezza dell’integrazione fra le due tipologie di informazioni, ci chiudiamo a questa ricchezza e ripieghiamo su ciò che sappiamo di quell’oggetto. È, comunque, una conoscenza parziale, quindi, incompleta e limitata.

Acquisire attraverso questa tipologia di esercizi di disegno, una metodologia di integrazione ci aiuterebbe a trovare soluzioni creative e illuminate a molti ostacoli e problematiche che affliggono il nostro quotidiano mettendoci in crisi, perché non ne sappiamo cogliere il senso e il profondo messaggio. Pensiamo che la vita sia questione di fortuna ma la fortuna non esiste: si provoca. Quello che erroneamente chiamiamo “fortuna” è un fenomeno (fatto di neuroni del nostro cervello che si collegano fra loro e creano continuamente nuove possibilità), che si può cogliere solo nel silenzio percettivo e si può favorire o stimolare con una maggiore concentrazione e attenzione a se stessi, agli altri, al tempo, al ritmo, allo spazio, all’ambiente.

Tale fenomeno si può realizzare in tre tappe fondamentali:

  1. Saper osservare
  2. Fidarsi dell’istinto (emisfero D)
  3. Chiedere e saper ricevere

SAPER OSSERVARE E ASCOLTARE

Significa allenarsi a cogliere i segni dei tempi in se stessi, negli altri e nell’ambiente in cui viviamo. Questo allenamento va fatto costantemente senza giudicare in un continuo spirito maieutico che non si lascia invischiare nelle trame degli eventi, delle persone o delle cose.

Spirito che guarda tutto con quel giusto distacco che gli consente di poter trarre tesoro da ogni cosa.

Allenare la nostra capacità di osservare, essere attenti a noi stessi, agli altri, all’ambiente che ci circonda, ci permette di cogliere le infinite opportunità che ogni giorno ci sfiorano; di aprire le mille porte che si affacciano continuamente sul nostro cammino e che noi neanche vediamo.

Quindi, bisogna sviluppare la nostra capacità di osservare senza giudizio ed essere ricettivi e aperti ai simboli.

FIDARSI DELL’ISTINTO

Ma altrettanto importante è la capacità di allentare la morsa della nostra educazione verbale, analitica e razionale (emisfero S), che ci impedisce radicalmente di fidarci del nostro istinto.

Non si tratta di “magia”, né tantomeno di “fenomeni paranormali” o soprannaturali (Malcolm Gladwell “In un batter di ciglia” Il potere segreto del pensiero intuitivo, Mondadori); intuito come frutto dell’elaborazione inconsapevole delle informazioni che la nostra mente elabora.

Secondo studi fatti sul cervello e su i suoi emisferi, dietro la “porta chiusa” (corpo calloso) che separa la parte conscia da quella inconscia, si accumulano miriadi di miliardi di informazioni preziosissime per la nostra vita e,  per lo più, inutilizzate.

Queste informazioni ci garantirebbero una “pienezza di vita” che spessissimo perdiamo e che costituisce quella che si chiama comunemente felicità: è questa la fortuna!

CHIEDERE E SAPER RICEVERE

Per quanto riguarda questa terza tappa attingiamo, come sempre facciamo, al prezioso insegnamento delle Sacre Scritture, che amo definire il diario segreto dell’arteterapeuta e precisamente alle parole di Gesù quando sollecita i suoi discepoli a “chiedere, cercare, bussare”.

Non solo, ma il Cristo ci spiega anche come chiedere: chiedete come se aveste già ottenuto ciò di cui avete bisogno, e cioè con la fiducia di chi, in qualche modo, “vede” già realizzato l’obiettivo e addirittura già ringrazia per i risultati “visti”.

Questo vedere si riferisce a un ordine diverso dalla parzialità della mera vista fisica a cui siamo abituati, un ordine più completo e fruttuoso: si tratta di vedere con i due emisferi in una totalità di visione che ti fa cogliere ciò che sta al di là delle cose, delle persone, degli eventi e ti impedisce di rimanere rigorosamente sulla superficie.

È chiaro pure che questa maniera parziale di vedere e analizzare tutto, falsa inevitabilmente la realtà che è molto più articolata e complessa di ciò che appare in superficie.

Essere realisti vuol dire allora vedere totalmente, vedere con i due emisferi armonicamente e creativamente.

Lo sa bene la nostra storia che contempla ed esalta figure come Leonardo da Vinci: “Neanche un giorno di scuola, eppure guardava, osservava, contemplava scrutando e appuntando i segreti celati dietro il volto amabile della natura. Una volta, guardando un’anatra pensò, superficialmente, che fosse troppo pesante per poter volare ma non si fermò alla sola vista fisica, andò oltre e prendendo un’anatra le allungò le ali misurandone l’ampiezza, poi la pesò e si rese conto che il suo peso era inferiore a ciò che pensava. Sezionò un’anatra morta e ne scoprì il segreto: leggera, perché le sue ossa erano cave.

È con questi appunti che scrisse la prima legge sul volo (rapporto ampiezza alare e peso) e con la sua maniera di vedere campiamo ancora di  rendita in molti ambiti dello scibile umano.

Saper ricevere, anche questa è un’arte di pochi, non nel senso di pochi eletti ma perché solo a pochi interessa conoscere veramente.

Anche questo ci viene insegnato da Gesù stesso fin dai suoi primi attimi di esistenza terrena: nonostante fosse Dio si è disposto a ricevere tutto dall’uomo: il latte da sua Madre, il tepore del fiato per riscaldarsi dal bue e da un asinello, un lavoro da imparare da suo padre Giuseppe e via via tutte le cose che ha saputo ricevere con riconoscenza e stupore da chiunque abbia incontrato sul suo cammino.

Queste disposizioni ci aiuterebbero non poco a costruire la nostra fortuna e la nostra felicità su questa terra, quello che Gesù chiama il regno di Dio è già in mezzo a voi e che noi quasi sempre non sappiamo vedere.

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