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SPECIALE TERZO SETTORE – Il Volontariato per la Comunità – Bando di idee 2009 – CSV Napoli – Azione 1 Progetto Sportello permanente di counseling per la prevenzione del disagio nelle scuole

SPECIALE TERZO SETTORE – Il Volontariato per la Comunità – Bando di idee 2009 – CSV Napoli – Azione 1 Progetto Sportello permanente di counseling per la prevenzione del disagio nelle scuole

Prefazione del Dott. Giuseppe De Stefano, Presidente CSV Napoli
Nella fortunata intuizione dell’idea progetto raccontata in queste pagine i promotori puntano a qualificare l’intervento nella Scuola Pubblica attraverso la ormai indispensabile costruzione di una rete di relazioni tra Istituzioni Scolastiche, famiglia, studenti e territorio.
Gli autori sollecitano un intervento progettuale che garantisca l’investimento in risorse umane qualificate e disponibili a dare sostegno e continuità alle azioni necessarie ad ottemperare gli obiettivi prefissati.

La felice combinazione di professionalità, emozionalità e voglia di cambiamento ha fatto si che il CSV Napoli potesse vantare, attraverso i Bandi di Idee, la realizzazione di attività destinate a creare spunti di tranquillità per i piccoli cittadini e le loro famiglie. Gli sforzi degli addetti ai lavori sono premiati anche dalla consapevolezza che il volontariato campano trova nuovi spazi di espressione in rete tanto da poter affermare che il partenariato composto dalle associazioni “La grotta di Guizzo Azzurro” e la Misericordia di Poggiomarino con  Federcasalinghe Terzigno, i Servizi Sociali e la Scuola Media “Giusti” di Terzigno rappresentano un punto di forza per l’intero comprensorio.
L’impegno profuso dalla Professoressa Giuseppa Paolina Casillo in trentasei anni di vita professionale, pregna di significati emotivi, ha trovato l’ennesima soddisfazione nella creazione dello sportello permanente di counseling come primo step di un percorso che si prefigura lungo e significativo soprattutto per la crescita sana dei bambini.

Il preside della Scuola Media Giusti
L’attuale complessità sociale, la dissoluzione della famiglia tradizionale e l’affermazione di nuovi modelli socio-economici e culturali fondati sull’individualismo e sull’edonismo (Società del consumo), hanno portato dei notevoli cambiamenti anche nella scuola, che si sta sempre più trasformando da pura agenzia informativa e socializzante ad agenzia formativa che si occupa della crescita globale della personalità degli allievi.
Per fare questo la scuola deve fare propri concetti e metodi derivanti non solo dalla pedagogia tradizionale, ma anche dalla psicologia. Nell’età adolescenziale gli alunni iniziano una metamorfosi che lascia tutti impreparati e confusi. Genitori e docenti non sanno a chi rivolgersi e che atteggiamento adottare per paura di sbagliare.
È in questa nuova accezione di scuola, che deve fare proprie le attività di prevenzione del disagio e di promozione del benessere, che si colloca la pratica del “counseling scolastico”, il cui fine è quello di sviluppare un’adeguata capacità comunicativa e di favorire relazioni positive ed efficaci tra studenti, insegnanti, genitori ed altre figure educative o professionali.
In tale ottica, ed a titolo sperimentale, la Scuola Media “G. Giusti” di Terzigno ha accolto il progetto “Sportello Permanente di Counseling per prevenzione del disagio nelle scuole” proposto da “La Grotta di Guizzo Azzurro”, patrocinato dal CSV (Centro di servizio per il volontariato di Napoli e Provincia) e portato a termine dalla dott.ssa Valeria Cioffi.
In sede collegiale i docenti rifletteranno su questa nuova esperienza, valutandone i punti di forza ed i punti di debolezza, al fine di operare in futuro con le modalità più opportune.
Fernando Carillo, dirigente Scolastico.

Il Progetto
“Sportello Permanente di Counseling per prevenzione del disagio nelle scuole”
Contesto territoriale di riferimento e analisi dei bisogni
L’Ambito Territoriale n. 6 – vesuviano interno – ricopre un vasto e complesso territorio, le cui peculiarità socioculturali evidenziano un marcato bisogno di una rete d’interventi che possano prevenire adeguatamente le conseguenze derivate dalla particolare realtà qual è il disagio giovanile in ambito scolastico. L’assenza di un piano sociale zonale attivo in questo ambito territoriale riferisce la totale mancanza di risposte alle specifiche realtà, individuali e di gruppo. L’influenza mediatica ci rimanda una società giovanile bisognosa di contenimento al fine di indirizzare e guidare adeguatamente le spinte pulsionali tipiche di una delicata fase evolutiva qual è l’adolescenza. Non vi può essere intervento migliore di quello che vede il coinvolgimento delle prime Agenzie educative Socializzanti – scuola e famiglia  – in stretta collaborazione integrata dall’ intervento dei Servizi Sociali e di Associazioni alle quali sta a cuore lo sviluppo e la costruzione di società sane. Mai come in questo periodo storico se ne avverte la necessità.

Bisogno rilevato su cui si intende intervenire
Numerose indagini sociologiche hanno dimostrato un cambiamento della domanda e delle aspettative degli alunni e delle loro famiglie rispetto all’istituzione scolastica. Quest’ultima, sempre più frequentemente, viene chiamata ad intervenire non solo sugli aspetti prettamente didattici, ma anche psicologici, ritrovandosi ad affrontare nuove aree problematiche che necessitano della collaborazione di esperti del settore. Ciò è evidente sin dalla prima indagine sociologica sul campo effettuata in Italia sulla ricognizione delle esperienze di partenariato in atto nelle scuole con i genitori, effettuata nel periodo aprile-giugno 2003, promossa dal MIUR e coordinata dall’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia Romagna e condotta dall’Istituto di Sociologia dell’Università Salesiana di Roma, che ne ha curato la codifica, la lettura dei dati e la stesura del Rapporto finale. Questa ricerca ha avuto come oggetto di studio circa 350 progetti di partenariato tra “scuola e genitori”. L’analisi di questo settore ha evidenziato un aumento del 44.3% del volume di iniziative di partenariato. Si assiste ad un indice di continuità e di sviluppo molto pronunciato, oltre che ad una probabile diffusione dello stimolo ad altri istituti che nel passato non erano stati sensibili a questo progetto. I risultati di questo studio, rispetto ai genitori e alla scuola, evidenziano: un miglioramento delle relazioni tra scuola e genitori (44.0%); lo sviluppo dei legami col territorio (41.9%); un miglioramento delle competenze educative dei genitori (27.3%). Mentre rispetto agli alunni è stato evidenziato: un rinnovato interesse e coinvolgimento nelle attività della scuola (24.6%); un miglioramento dell’autostima degli alunni (15.2%); una maggior partecipazione dei genitori nelle attività dei figli (14.1%).

Finalità
Finalità del progetto è quella di promuovere nei ragazzi, nei genitori e negli insegnanti la consapevolezza delle problematiche connesse al disagio scolastico e al bullismo, favorendo lo sviluppo di comportamenti prosociali e modalità relazionali basate su collaborazione ed empatia, intervenendo sulle condizioni di disagio  a scuola con interventi individualizzati e sistematicamente monitorati nel territorio descritto.

Obiettivi per:
Lo sportello di counseling per gli allievi

  1. Chiarificazione della natura del disagio
  2. Ricerca dialettica comune per una consapevolizzazione del disagio e del tipo di emozioni ad esso collegato.

Obiettivi della prima fase del progetto
Si intende consentire ai ragazzi di:

  • iniziare a guardarsi dentro, ad osservare i propri sentimenti e quelli degli altri, a riflettere sulle relazioni in famiglia e con i coetanei;
  • conoscere meglio se stessi, i propri comportamenti e quelli degli altri;
  • osservare come gli altri li percepiscono e l’immagine che hanno di loro;
  • acquisire maggiore consapevolezza di sé;
  • migliorare le relazioni con i docenti e con i coetanei;
  • venire a conoscenza della possibilità di essere accompagnati a risolvere disagi psicologici più profondi in modo idoneo tramite lo sportello di counseling.

Le consultazioni psicologiche individuali per i genitori

  1. Reciproca conoscenza
  2. Ricostruzione dell’anamnesi personale e familiare dalla gravidanza in poi, ripercorrendo tutti i momenti importanti della crescita cognitiva, emotiva, relazionale e sociale. 
  3. Approfondire la natura del disagio e  condividere con la famiglia l’ eventuale piano di recupero, con le relative indicazioni.

Lo sportello di counseling psicologico per gli insegnanti

  1. Offrire un supporto, un sostegno e il confronto per esigenze di ordine professionale e personale.
  2. Realizzare strategie d’intervento per la gestione di allievi particolarmente difficili e per predisporre idonei piani educativi mirati alle esigenze del singolo allievo.
  3. Capire  perché un ragazzo non apprende; che tipo di difficoltà sta incontrando; se queste sono di natura psicologica, organica, cognitiva o altro.
  4. Predisporre una serie di azioni destinate a lui, alla scuola e alla famiglia , finalizzate all’eliminazione del disagio.
  5. Aumentare  i servizi che aiutano lo studente ad adattarsi nel miglior modo possibile alla propria situazione unica di individuo.

Relazione finale relativa alla prima fase del progetto
“Sportello permanente di Counseling per la prevenzione del disagio nelle scuole”
dott.ssa Valeria De Santis, Psicologa

Relativamente al mio intervento nel progetto per il disagio degli alunni nella scuola, ritengo che gli obiettivi concordati e prescelti siano stati raggiunti nell’arco di tempo a disposizione.
Il lavoro con i gruppi di alunni aveva come finalità (I Fase) la condivisione di esperienze riguardanti temi quali empatia, congruenza, comunicazione non verbale, espressione corporea.
La collaborazione dei ragazzi è stata necessaria per rendere possibili tali attività esperienziali in un clima relazionale di rispetto, familiarità e fiducia. È stato necessario che ognuno potesse osservare e verificare da parte mia un atteggiamento non giudicante, piuttosto una disponibilità a costruire la relazione senza imporla. È stato necessario porre, nei primi incontri, le basi per far sì che i ragazzi comprendessero il significato e l’importanza degli incontri, la mia sincera disponibilità ad accogliere le loro problematiche e l’intenzione di creare un’ atmosfera di responsabilità e di fiducia tra i vari componenti del gruppo.
Dopo aver fatto ciò sono stati effettuati, nel corso dei vari incontri, diversi “Giochi di Gruppo” che hanno avuto come obiettivo quello di trattare alcune problematiche tipicamente pre- adolescenziali ed adolescenziali: l’amicizia, le emozioni, i conflitti interiori, la fiducia, l’identificazione con l’altro, volti a rafforzare ed a guardare in modo autentico le relazioni con gli adulti e tra coetanei. Inoltre, il gruppo, in seguito agli stimoli proposti, ha permesso di far emergere tematiche personali cui il gruppo stesso ha contribuito ad accogliere ed a contenere.
I ragazzi  sono stati stimolati a far esperienza delle proprie paure, dei propri dubbi rispetto al futuro ed alla possibilità che il mondo interiore, spesso causa di conflitti e sofferenza non espressa, possa essere accolto e condiviso con l’altro.
Il tempo a disposizione (2 ore per ogni gruppo) è stato strutturato in questo modo: una prima parte del tempo è stata utilizzata per discutere insieme sul tema del giorno, a partire da stimoli da me forniti; in un secondo momento è stato chiesto ai ragazzi di tenere presente un tempo a disposizione per realizzare, a seconda del gioco proposto, un lavoro personale (storie, fantasie, commenti, disegni, rappresentazioni); in una fase successiva i ragazzi hanno imparato ad utilizzare il gruppo, in posizione circolare, per riflettere e confrontarsi sui lavori svolti.
Il mio compito è stato quello di condurre il gruppo, osservare le dinamiche relazionali e utilizzarle come oggetto di discussione, attraverso giochi di ruolo tra i vari componenti e stimolo di riflessione. I gruppi hanno mostrato ottime capacità di comprensione emotiva, hanno reagito in modo creativo agli stimoli da me proposti e a quelli nati spontaneamente all’interno del gruppo stesso. I ragazzi hanno mostrato buone capacità empatiche verso i coetanei ed una forte motivazione ad esprimere le proprie emozioni e le proprie problematiche. Hanno ricevuto, di volta in volta, numerose rassicurazioni rispetto alla riservatezza come regola del gruppo e ciò è servito per lasciar esprimere in modo spontaneo i loro disagi ma anche le loro risorse.
I contenuti degli incontri hanno riguardato anche il rapporto con le figure genitoriali, i vantaggi dell’infanzia e le aspettative rispetto all’autonomia ed all’età adulta. Molti dei componenti del gruppo hanno dimostrato di avere un pensiero critico e creativo rispetto agli argomenti trattati ed una curiosità verso il pensiero altrui ed il confronto. Spesso le dinamiche del gruppo sono state osservate, sottoposte all’attenzione del gruppo e orientate e riformulate in senso positivo e costruttivo per il gruppo. È stato possibile riflettere insieme sull’importanza della comunicazione verbale e non verbale, dell’ascolto e dei pregiudizi all’interno delle relazione. I temi ricorrenti hanno riguardato la famiglia, l’amicizia, la fiducia, i tradimenti, le relazioni intime ed amorose. È stato vantaggioso utilizzare la fantasia e l’immaginazione per stimolare il pensiero critico e rafforzare o modificare idee preesistenti.
È stato possibile, inoltre, stimolare i ragazzi a potenziare la propria consapevolezza riguardo la natura del disagio e la capacità di entrare in contatto con le proprie emozioni, nominarle, condividerle, significarle. Il gruppo ha potuto sperimentare una conoscenza maggiore di sé, l’importanza di osservare i propri ed altrui comportamenti, osservare come gli altri li percepiscono e l’immagine che hanno di loro, migliorare le relazioni con i docenti e con i coetanei, motivarli a risolvere eventuali disagi potendo contare sullo sportello di counseling.

Attualità
Ultimamente abbiamo dovuto assistere a sconcertanti fatti di cronaca che vedono coinvolti minori sempre più in tenera età: scippi, violenze. Non  possiamo restare indifferenti senza chiederci perché la purezza, l’ ingenuità e tutte le congeniali caratteristiche della fanciullezza e dell’ adolescenza stanno lasciando il posto ad un’ inaudita violenza. Ci sembra pertanto giusto, prima della conclusione di questo lavoro soffermarci a riflettere: proponiamo la lettura dei seguenti commenti a fatti di cronaca ultimamente accaduti che condividiamo pienamente e che avvalorano quanto abbiamo voluto far emergere nell’ attuazione di questo delicato lavoro:
 
Gioventù bruciata la vera emergenza da affrontare
di Davide Morganti
Nella provincia di Napoli la morte è un paese per i giovani, dove si va ad abitare ancora prima di morire e quando arriva non si è abbastanza vecchi da poterla sopportare. La tragica rapina di Qualiano con l’ uccisione di un ventiquattrenne e di un sedicenne, è il grido di una pistola sistemata alla nuca di un territorio che circonda il corpo piagato di Napoli come filo spinato.Purtroppo in provincia si sta assistendo a un federalismo dell’ indifferenza e del disprezzo, un paese è poco interessato all’ altro e in questa zona grigia appassisce la gioventù tra comuni sciolti per infiltrazioni camorristiche, abusi e saccheggi di vario genere che fanno da testimoni all’ illegalità. I due giovani erano figli di un imprenditore e di un ferroviere, quindi salta subito l’ equazione facile che vuole un rapinatore appartenere a famiglia malavitosa. Il più grande aveva anche un figlio di appena un anno. Stiamo rischiando di perdere il futuro che sta crescendo nella carne dei nostri giovani. Banale dire che il mito del danaro, del potere, della ferocia hanno presa ormai su quanti ritengono gli altri  prede da spolpare. “ La sofferenza altrui bisogna bene che serva a qualcosa”, scrive Curzio Malaparte, e in provincia pare sia diventata business. In questi giorni si parlerà di sicurezza nell’ hinterland napoletano, si punterà alla videosorveglianza, o almeno queste sono le intenzioni, più che sulle caserme che con la loro staticità sono meno efficaci delle postazioni mobili. Ma le videocamere non ci saranno mai su chi cresce da queste parti per vederne i disturbi e curarli.La gioventù si è trasformata in una pratica del male, i giovani, quandi si avvicinano a un supermercato, una tabaccheria, un negozio, una gioielleria mettono paura, ansia, la loro presenza, soprattutto se si trovano in gruppo, provoca allarme. Un ventenne è uno stato d’ allerta, la vecchia semiotica lombrisiana che grossolanamente individuava nei tratti somatici i tratti della delinquenza non esiste più. Gel, orecchino, vestiti firmati, abbronzatura da lampada, depilazione sono  segni che uniformano chiunque, bene e male. Ma se un giovane muore, un paese si impoverisce. La settimana scorsa, sulle pagine di questo giornale ( Il Mattino), Angelo Petrella scrisse che la provincia , era una conurbazione frammentata che ruotava attorno a Napoli, ma senza continuità. Quello che bisognerebbe fare, giunti a questo punto, è creare degli incontri tra tutti i comuni periodicamente, che terrebbero conto  della scuola, della polizia, degli assistenti sociali, delle associazioni, per cominciare a rammendare faticosamente un territorio che fa della incomunicabilità un’ infezione che ammala i più piccoli. Ci dovremmo preoccupare di ogni giovane, come gli zoologi fanno con i panda, non considerarli nella genericità sociologica, ma nell’individualità irripetibile e dunque da educare alla vita e non alla morte. Stiamo assistendo a una mattanza dove a perdere, alla fine, è chiunque abbia deciso di continuare a vivere qui. In un’ ottica agostiniana, l’ uomo è destinato per sua natura a peccare, a compiere il male e a dover sperare nella Grazia per ottenere la salvezza. Questa cupa visione , oggi, è più che mai presente, solo non possiamo restare con le mani in mano, in attesa di un evento salvifico che, nel frattempo rischia di dannare un’ intera generazione. Qua nessuno si illude di azzerare il male, ma è difficile accettare che le istituzioni continuino a credere che i giovani siano solo una fascia di disoccupati,   di persone che andranno via o di organismi in attesa di deperire.

Scippatore baby un fallimento che ci riguarda
di Diego De Silva
Non imputabile per minore età. Questa forma assorbe in sé la storia del ragazzino di undici anni che domenica alla stazione centrale di Napoli, con una piccola banda di complici poco più grandi di lui, ha scippato e mandato in ospedale una ragazza “ Non imputabile” vuol dire che il nome dell’ancora bambino non verrà conservato negli archivi. Ma certo, quel suo non essere “ imputabile “ non modifica la condizione borderline della sua età, né in altro senso archivia per davvero una storia fin troppe volte reiterata. E soprattutto a Napoli non scopriamo ora la delinquenza minorile, né può bastarci asserire che non si tratta di una novità, che esiste da sempre. Possiamo anche aggiungere che non è nemmeno – benché quel marchio spesso la certifichi, ulteriormente infestandola, – un’affiliata necessaria della camorra. Eppure, di tutte le categorie criminogene  di cui abbiamo conoscenza, l’esser “ delinquenti” da bambini è quella che comporta il maggior grado di sconcerto e di demoralizzazione, come se il reato commesso dal minore avesse un’immediata capacità di chiamare indiscriminatamente in causa la società civile; quasi che ciascuno adulto, in quanto tale, se ne sentisse,in misura anche minima, responsabile. La prima reazione , quella che immediatamente si produce anche davanti alla semplice notizia di un reato commesso da un minore ( fosse anche uno di vecchissima data come lo scippo, che tuttavia, nella sua ricorrenza ed abitualità, è quello che produce il maggior numero di traumi psicologici e lesioni personali alle vittime, incidendo fortemente sul senso d’insicurezza che condiziona e avvilisce la semplice attività del camminare per strada , è il disorientamento. Il sentore ( dapprima vago, poi sempre più definito ) di un fallimento sociale già ampiamente avvenuto che ha generato  un’ altra crepa nel viver comune. E insieme, nell’apprendere questo tipo di notizia, un po’ tutti proviamo un inquietante senso di vulnerabilità ( che è poi la tipica reazione della vittima, il cui vero timore non è tanto il fatto subito, ma l’angoscia che possa ripetersi: Perché, per quanto paradossale sembri, difendersi da un bambino è difficilissimo. Un bambino non combatte ad armi pari: è nell’inferiorità il suo vantaggio: Di più: nell’accettabilità del combattere contro di lui, proprio in quanto bambino. La non punibilità del minore (già in sè un baluardo delinquenziale, che non a caso le organizzazioni criminali mettono in conto come prerogativa fondamentale  nell’arruolamento  delle piccole leve), la sua consapevolezza in chi ne usa, è un deterrente della paura di delinquere e, all’inverso, un amplificatore di quella di chi ne è esposto. E’ questa in fondo, la ragione per cui da più parti s’invoca la riduzione dell’età punibile, come se poi mandare in galera qualche migliaio di minorenni in più all’anno ne inibisse la proliferazione e soprattutto non rischiasse di causare un aumento esponenziale della delinquenza in fasce di minori anche al di sotto dei sedici anni.
Il punto, probabilmente, è che un dibattito approfondito sul tema non è mai davvero entrato all’ordine del giorno della nostra agenda politica. Il minore, checchè se ne dica nei convegni dedicati, non è al centro dell’interesse di un progetto di sviluppo sociale che lo preveda in  posizione di assoluta priorità. Il bambino che nel corso della sua crescita incontra il crimine e lo pratica, è di fatto sentito come una fisiologia della questione sociale, una piccola metastasi metropolitana assegnata ai problemi molto più ampi come quelli del lavoro, della scuola e della relativa dispersione, della lotta alle mafie e cosi via: di fatto, è un problema rinviato. Oggetto di soluzioni tutto sommato provvisorie, insufficiente o quantomeno limite in sé. Capovolgere i termini prioritari della questione, smettere d’includerlo in ambiti più complessi tenendolo così in lista d’attesa; progettare su di lui e per lui, costruire politiche in funzione sua, può essere una strada per risolverla. Fare, insomma: trovare il modo di fare qualcosa. Ciò che abbiamo diritto di chiedere alla politica. O continueremo all’infinito a raccontare  e commentare storie come questa, leccarci le ferite, vivere quella demoralizzazione civile ricorrente a cui fra un po’ smetteremo anche di reagire.

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