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DALL’INSERTO PSICOTERAPIE – Forme dell’Arteterapia

DALL’INSERTO PSICOTERAPIE – Forme dell’Arteterapia

L’Arteterapia si configura come una ‘psicoterapia eclettica’: essa infatti acquisisce liberamente ma ordinatamente elementi da altre scuole, ritenendo che non sia l’individuo a doversi adattare alla terapia, ma la terapia a doversi adattare all’individuo; e che pertanto qualunque tecnica che ‘funzioni’, ovvero produca risultati, sia da adoperare, di là dai confini delle teorie e delle scuole, che esprimono dei ‘modelli ermeneutici’ della psiche – ‘categorie’ kantiane, in ultima analisi – che non vanno mai ipostatizzati. Per questa via l’ART fonde in particolare la prospettiva ‘archeologica’ e ‘diacronica’ di tipo freudiano

(Psicoanalisi, Psicologia analitica, Psicologia individuale) con quella ‘sincronica’ delle psicoterapie esperienziali (Psicologia della Gestalt e Analisi Transazionale), privilegiando un approccio comunque pragmatico, teso all’eziologia solo nella misura in cui essa possa servire a risolvere la problematica in fieri, convinta che, seppure sia innegabile che ogni nevrosi abbia una storia e delle concause (piuttosto che una causa), sia terapeuticamente essenziale modificare lo status ‘in atto’ del paziente, hic et nunc. L’ART non rifiuta nel suo complesso neppure la prospettiva cognitivista nelle sue varie accezioni, integrandone ecletticamente i modelli, anche se non ne condivide l’attuale predominio: essa soprattutto ritiene che – come dimostrano l’arte, i processi onirici e creativi – l’analisi dei ‘processi coscienti’, pur indispensabile, non sia sufficiente a rendere compiutamente conto del funzionamento della psiche umana, che ha invece la sua parte più rilevante e saliente nei ‘processi inconsci’.
L’Arteterapia, così sviluppata, si configura inoltre come un ‘modello integrato’ non solo sul piano specifico delle scienze psicologiche, ma parimenti con le altre ‘scienze umane’, acquisendo largamente nella sua teoria e nella sua prassi da cinque discipline, da considerare ‘primarie’ per l’ART: psicologia dell’arte e della letteratura, sociologia, filosofia (estetica in primis), letteratura e storia dell’arte. In particolare, la sociologia fornisce gli strumenti analitici fondamentali per la comprensione del ‘campo’ in cui si muove e col quale interagisce l’individuo, che l’Arteterapia considera sempre come ‘uomo sociale’, espressione e frutto inscindibili dell’interazione e della personale e irripetibile fusione dei suoi ‘tratti individuali’ con il ‘clima socioculturale’ (come lo possiamo chiamare) e la forma mentis della sua epoca.
La nevrosi dell’uomo moderno è anche una ‘nevrosi sociale’, in quanto sempre (direttamente od indirettamente) drammatica espressione della ‘condizione umana’ nella modernità: l’uomo, ridotto (per dirla marcusianamente) «ad una dimensione», spersonalizzato e disumanizzato nei fiammeggianti gironi infernali della ‘città tentacolare’, trasformato in meccanismo senza nome né senso dell’ingranaggio burocratico di frommiana memoria, vive la metafora esile e bellissima della farfalla gozzaniana: destinato a smarrirsi, a ‘perdersi’ nei meandri del labirinto della città, immolato all’immortale Minosse del denaro e dell’utile («with usura», direbbe Pound).
In questo senso, l’Arteterapia, come l’arte, deve andare al di là della desiderabilità sociale e del politically correct; o, come si potrebbe dire, mutatis mutandis, dello psychologically correct: libertà, creatività, dinamismo psicologico, autorealizzazione e autovalorizzazione, eterocentrismo e positivizzazione del narcisismo sono gli obiettivi generali della terapia, assolutamente prioritarî e alternativi rispetto ai valori (disvalori?)  conformistici correnti nella società.
È spesso come una ‘dea lontana e crudele’, che da un’infinita lontananza prende imperscrutabile dall’alto le sue fatali decisioni, che l’individuo esistenzialmente malato sente quindi la vita ed il mondo, e ansiosamente lo teme: è perciò una nevrosi, quella che abbiamo definito ‘sociale’, anche ‘esistenziale’, che coinvolge il ‘senso’ stesso dell’uomo e del suo stare al mondo, così come biograficamente individuato da Viktor Frankl.
Spesso il paziente, come l’artista, si confronta con un ‘mondo perfetto’, teso e sotteso fra passato e futuro, ma senza presente:  rispetto al quale vive un senso di acuta nostalgia, una sorta di nóstos incommensurabile, che il pensiero di un baudeleriano idéal fa continuamente e dolorosamente vibrare, alimentando il senso del fallimento e dell’impotenza che sovente contrassegnano l’esperienza nevrotica. Ma il ‘mondo perfetto’, per dirla shakespearianamente, è fatto del materiale di cui sono fatti i sogni, ed è là che va collocato, non obliterandolo, ma valorizzandone e dinamizzandone invece l’indubbia forza propulsiva ed immaginativa: e come tale va affiancato al ‘mondo imperfetto’ della realtà, che deve costituire l’effettiva misura del reale e del Sé.
Una delle tipiche sedute arteterapeutiche sono quelle che chiamiamo ‘come tutta una vita’: l’analizzando, come nella fruizione di una grande opera d’arte, ha la sensazione di ripercorrere, nell’ora del setting, tutta la sua vita, riconfigurandola in una nuova Gestalt, in una rielaborata ‘forma globale’ – ‘complessiva’ ed ‘unitaria’ –, ricostruendo e ricomponendo la frammentazione del suo Sé e della percezione della sua vita, disarticolata se non proprio andata in pezzi nel corso degli anni.
L’obiettivo della psicoterapia, alla fine, è, semplicemente, pratico: l’accrescimento del benessere psicologico; in questo senso, possono esistere due soli tipi di terapia: ‘buona terapia’ e ‘cattiva terapia’.
Nella prassi clinica ci si accorge che, sebbene scopo dell’analisi sia la risoluzione definitiva della problematica nevrotica, è però necessario puntare ad ottenere quanto prima dei sia pur piccoli miglioramenti sintomatici, che avranno il duplice esito di attivare nel paziente quel ‘sentimento terapeutico’ essenziale che è l’ ‘auto-incoraggiamento’ e di impedire che egli abbandoni la terapia non avendo la pazienza e la determinazione sufficienti per aspettare i risultati sui tempi lunghi della guarigione. L’ ‘auto-incoraggiamento’ è in effetti la base per lo sviluppo di quell’«autoefficacia percepita» di cui parla Bandura, indispensabile per il successo della terapia: è solo con essa, infatti, che il nevrotico sentirà di potersi via via riappropriare di sé e della sua vita, non essendo più una zattera in balia delle onde e delle tempeste, ma un potente veliero in grado di sfruttare i venti per arrivare alla sua meta, solcando col coraggio dell’esperto marinaio il ‘gran mare dell’Inconscio’.
Sotto questo aspetto, è necessario lavorare sin dall’inizio su due livelli: a breve termine, ovvero sui sintomi, per dare subito un primo sollievo al paziente e fargli continuare la terapia (l’abbandono del setting coinciderebbe in ogni caso e comunque con il fallimento dell’analisi);  a lungo termine, idest eziologicamente, sulle cause – o meglio sulle concause (diremo con Perls che la nevrosi non ha mai una causa sola, ma sempre una moltitudine di aitia a vario titolo concorrenti).
È infatti essenziale rassicurare da subito il paziente, dandogli fin dalla prima seduta una sia pur generica esplicazione ed inquadrando i suoi sintomi ed i suoi problemi in uno schema nosografico complessivo, che avrà il non trascurabile vantaggio di dargli una prima e parziale ma preziosa tranquillizzazione, infondergli un’ancóra nebulosa fiducia nell’analista e cominciare a disporlo positivamente nei confronti della terapia.
E al paziente, infantilmente ansioso di vedere fluttuare la bacchetta magica sui suoi problemi, bisognerà opporre, rielaborando Gramsci, il realismo della ragione e l’ottimismo della volontà, non facendogli mai mancare un benevolo e fiducioso incoraggiamento accanto ad un sano richiamo alla lunghezza ed alla difficoltà del suo cómpito: la psicologia ha il fine pragmatico di insegnare l’ ‘arte di vivere’, abbandonando la turris eburnea della ‘fantasia’ e del baudelairiano idéal; ed acquisendo, in ultima analisi, l’arte di un (sano ed ottimistico, ma sempre concreto) realismo, rifuggendo da qualsiasi facile buonismo od interpretazione semplicistica ed unilaterale di ‘pensiero positivo’, insomma ingenuamente dimentico della comunque drammatica varietas della vita.
È una ‘medicina amara’ che gli si propone, ma anche per questo efficace e preziosa, capace com’è di trasformare l’astrazione sterile del suo ‘idealismo nevrotico’ almeno in una sofferenza fatta di lacrime e sangue, primo faticoso ma irrinunciabile passo per cominciare a (ri)prendere possesso di sé e della propria vita.
Solo l’instaurarsi di una foscoliana «corrispondenza d’amorosi sensi» fra terapeuta e paziente – come dire fra ‘maestro’ ed ‘allievo’, in cui il primo fa valere la sua misurata auctoritas ed il secondo si conforma al suo benevolo ma mai passivo discepolato – può fornire l’energia ed il sostegno per un lavoro a due (anche a che non divenga una folie à deux!) come quello dell’analisi: questa empatia, questo felice fluire e defluire di transfert e controtransfert, lieve e potente come la risacca del mare, scandiscono il modo e il tempo della terapia, ovvero di un viaggio in cui l’analista deve far sentire all’analizzando la sua superiore competenza, ma anche la sua comune e paritaria humanitas, in un rapporto umano che, paradossalmente, è sbilanciato da una parte, ma in perfetto equilibrio dall’altra. E se il terapeuta dà molto al paziente, è anche il cliente a dare molto allo psicologo, facendolo riflettere ed interrogare su se stesso e sugli strumenti e le modalità della terapia; anzi: la bravura ed il talento dello psicoterapeuta si misura anche dalla sua capacità e saggia umiltà di apprendere dal paziente, in un continuo interscambio psicologico ed umano. Il cliente deve sentire che lo psicoterapeuta non lo fa per soldi (questi sono la conseguenza di una prestazione professionale, mai però il fine dell’analista): affettività, ‘compartecipazione emotiva’, ‘ascolto partecipe’ devono essere sapientemente dosati dall’arteterapeuta in una Mischung completa ed  armoniosa. L’uso del ‘noi terapeutico’, adeguato a sottolineare costantemente la comunanza d’intenti ma pure l’ ‘alleanza terapeutica’, sarà un ulteriore valido strumento in tal senso.
L’analista avrà d’altra parte la difficile ma essenziale capacità di essere nel contempo ‘dentro e partecipe’ e ‘fuori e distaccato’ rispetto all’analizzando, mettendo di più l’accento, a seconda del caso, ora su una ‘posizione’ ora sull’altra.
Egli dovrà contribuire a smontare, un po’ alla volta, il sentirsi ‘diverso’ e/o ‘speciale’ solitamente avvertito dal nevrotico; a sfatare la sua convinzione di essere particolarmente sfortunato e infelice; di essere una vittima predestinata di un fato misterioso ed avverso, facendogli nel contempo recuperare un senso fabbrile di sé e della sua vita.
Il ‘rapporto terepeutico’ deve mirare ad un uomo (riprendendo Marcuse) non più «one-dimensional», ma «multi-dimensional»: lo ‘spirituale’ ed il ‘materiale’ devono essere in complementare e dinamizzante equilibrio.
Errori non se ne possono evitare nel viaggio, perché lungo è l’itinerario ed incerta la rotta, che mai si rivela quella tracciata sulle carte:  ma il pilota deve essere sempre con gli occhi alle stelle, pronto a percepire ogni deviazione dalla rotta e rimettersi sulla via giusta; ché anzi, da buon marinaio, deve saper tenere conto anche di venti e correnti, a causa dei quali a volte deviare per una rotta più lunga può essere preferibile per giungere alla meta agognata.
Il viaggio è a due, ma l’arteterapeuta sarà il pilota; e dunque egli non si farà condizionare dalle coatte ed ossessive ripetizioni del suo passeggero: non di rado i nevrotici esibiscono una notevole sia pure monotematica capacità di influenza, fondata su una testarda ipertensione emotiva verso i proprî pseudo-obiettivi, così caricati di significato (chiameremo ‘effetto Cesare’, dal nome di un nostro paziente particolarmente e caratteristicamente dotato in tal senso, questa ‘modalità nevrotica’).
L’apporto della filosofia è quindi essenziale: specialmente la ‘teoria critica’ come è stata elaborata dalla Scuola di Francoforte è interessante per l’Arteterapia, così come tutti i sistemi che potremmo definire ‘umanistici’, vale a dire fondati sulla centralità dell’uomo inteso non come mezzo ma come fine.
Altrettanto caratterizzante dell’ART è la sua vicinanza con le filosofie orientali, segnatamente il Buddismo Zen ed il Taoismo, ma anche il Confucianesimo: di queste antiche scuole di pensiero essa condivide innanzi tutto il rifiuto della ‘malattia della metafisica occidentale’ (per dirla alla Derrida), il cerebralismo degli infiniti ‘perché’, l’iper-razionalismo della cervellotica parcellizzazione di microscopiche analisi e di egotistiche auto-osservazioni, che in terapia non fanno altro che alimentare le razionalizzazioni del paziente; privilegiando invece l’ ‘essere’ come unità e totalità ed il ‘come’ quale modello ermeneutico, convinta che è nell’attimo che scorre l’eterno. Il nevrotico è anche una persona che è ‘separata’ dagli altri e dal mondo, ma prima ancóra da se stesso: cómpito del terapeuta è ristabilire questo duplice e parallelo legame, ricostituendo l’unità perduta con il tempo (nel suo scorrere) e con l’universo (nel suo essere totale).

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