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Contesti applicativi delle Arti Terapie

Il Modello Espressivo Modulare Arteterapico è descrivibile secondo diversi  aspetti, due dei quali fondamentali.

Innanzitutto il Modello è stato definito “espressivo” poiché finalità degli interventi è quella di favorire la messa in forma e dunque l’espressione  degli elementi connessi alla personalità, alla storia personale ed ai contesti di appartenenza  dell’individuo, attraverso la creazione di manufatti (plastico-pittorici, sonori, teatrali, ecc) .

Questo perché, per promuovere processi di elaborazione, integrazione e trasformazione, in altri termini per promuovere processi terapeutici, è necessario dapprima che l’individuo venga aiutato nella messa a fuoco dei suoi problemi, delle sue corazze caratteriali, dei suoi modi di relazionarsi agli altri.

In breve, è necessario che l’individuo possa definire meglio la sua identità (ed è questo, forse, di per sé un aspetto fortemente terapeutico, oltre che propedeutico ai processi terapeutici stessi), prima ancora di affrontare un lavoro che cerchi di modellarla, smussarla, comprimerla, espanderla, così come si fa con la materia durante i laboratori di arte terapia.

In secondo luogo, è necessario che il dispositivo proposto sia in grado di modellarsi caso per caso e situazione per situazione, a seconda di quello che è il contesto in cui l’intervento viene realizzato.

L’Arteterapeuta, o il Professionista di altra disciplina che formato in Arteterapia applica questa metodica nel suo contesto lavorativo, deve, primariamente, pensare alla modularità come la capacità di variare l’intervento a seconda del tipo di personalità, patologie, problematiche dei singoli individui  ai quali viene proposto di lavorare con l’utilizzo di questa disciplina. In secondo luogo, è necessario pensare la modularità anche come la possibilità del variare il tipo di intervento, come anche il tipo di tecnica utilizzata, con il variare della finalità che il professionista o l’equipe dei professionisti si propongono alla luce del tipo di problematica affrontata.

Sempre più di frequente, l’Arteterapia viene utilizzata come tecnica integrata ad altre nei più svariati contesti applicativi.

Istituzioni scolastiche, Associazioni, Consultori, Centri riabilitativi, studi privati,  ma anche ludoteche, Musei, spazi pubblici, sono solo alcuni dei contesti all’interno dei quali oggi è previsto l’intervento di questa disciplina. Questo perché in una realtà in cui è diventato complesso anche solo l’entrare in relazione con l’Altro da Sé appare, sempre più evidente, la necessità di rivolgersi a quelle discipline che, lontane dal volere etichettare, stigmatizzare e normalizzare gli individui, promuovono processi di cambiamento, armonizzazione ed integrazione in un ottica di benessere e condivisione non solo negli spazi riservati esclusivamente alla psicopatologia.

Per avere una idea chiara rispetto a quella che può essere la trasversalità degli ambiti applicativi della disciplina alla quale facciamo riferimento, innanzitutto, è bene scindere diversi piani e finalità di intervento: l’educazione, la prevenzione e la terapia.

Per ciò che riguarda l’educazione, si riscontra nelle Istituzioni una crescente attenzione verso la metodica Arteterapica per diversi tipi di intervento. Da un lato abbiamo l’applicazione dell’Arteterapia con finalità strettamente legate alle problematiche relative l’apprendimento, le difficoltà di memorizzazione, l’apprendimento della lingua per stranieri (o  l’apprendimento della seconda lingua), dall’altro la richiesta di intervento per sanare le situazioni difficili che risultano ingestibili con le sole risorse messe a disposizione dall’Istituzione stessa e che rendono difficoltoso il processo educativo all’interno dei gruppi classe (integrazione degli stranieri, integrazione dei bambini portatori di handicap, episodi di vandalismo e bullismo, disturbi comportamentali, ecc) .

Una nuova ed interessantissima applicazione dell’Arteterapia è quella che vede impegnata tale metodica nel favorire i processi di apprendimento.

In primo luogo, durante un laboratorio di Arteterapia si favorisce una regressione funzionale al servizio dell’Io attraverso il contatto con la materia e le possibilità, date dal conduttore, di sperimentare una fase liberamente creativa che, a differenza di quanto spesso avviene nei contesti educativi fin dalla prima infanzia, viene realizzata ponendo particolare attenzione a che l’individuo possa sentirsi libero di esprimersi creando senza sottostare a regole (tecniche prestabilite, regole legate al contenimento dell’esperienza corporea, ecc.) che impediscano il libero fruire dell’esperienza ed in particolar modo la partecipazione dell’intero corpo, e non solo della mente, nel processo creativo.

“Tutti i bambini, nati in qualsiasi punto del pianeta, sono creativi; ma la società non permette che vivano la loro creatività”, “ciascun essere umano nasce creativo ma pochissimi lo rimangono” perché “ la creatività richiede libertà, libertà della mente, libertà dal sapere, libertà dai pregiudizi” scrive Osho in “La creatività”.

Pensiamoci un attimo: che spazio viene dato alla creatività nelle nostre scuole? Quando viene imposto ad un bambino che disegno fare, quali colori usare, quando i compiti consistono in una serie di fotocopie da compilare, quando tutti devono eseguire la stessa “consegna”, sedersi nel posto deciso dall’insegnante, che margine di libertà rimane al bambino? Come può fiorire e svilupparsi la creatività in tali condizioni? E poi quanto spazio viene dato all’arte, alla musica, alla danza ed in particolare alla libera espressione, dunque all’improvvisazione in queste discipline, ovverosia ai sensi ed al senso della bellezza?

Se non viene annaffiata ed alimentata, la creatività si spegne e con essa si volatilizza la possibilità di un apprendimento positivo, partecipato ed efficace. La creatività è ciò che ci rende vivi, vitali, entusiasti, appassionati, che ci permette di scoprire vie nuove e mezzi nuovi .

Un grande maestro di creatività è stato Bruno Munari, che con i suoi laboratori- veri e propri luoghi di scoperta, sperimentazione e autoapprendimento attraverso il gioco- ha insegnato a migliaia di bambini “non cosa fare ma come fare”. Il lavoro di Munari si basa sul concetto che “ se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco” come recita un antico proverbio cinese, citato dall’artista. 

Bisogna, fin che si è in tempo, abituare l’individuo a pensare, a immaginare, a fantasticare, ad essere creativo” diceva Munari.

“Conservare lo spirito dell’infanzia dentro di sé per tutta la vita – o farlo riemergere attraverso i laboratori di Arteterapia, aggiungerei- vuol dire conservare la curiosità di conoscere, il piacere di capire, la voglia di comunicare”. Queste, senza dubbio, le basi per un buon apprendimento.

Indubbiamente, un altro aspetto legato a questa potenzialità dell’arteterapia è la presenza e la preparazione dell’Arteterapeuta capace di favorire questi processi di creatività, ma anche di guidarli all’interno dello svolgimento dell’intervento. Questo è fondamentale perché ciascuno possa sperimentare un buon livello di autoefficacia all’interno del gruppo.

La dimensione dell’autoefficacia, infatti, permette di accrescere anche il livello di autostima di un individuo e, come sappiamo, l’autostima è anch’essa un elemento portante nei processi di apprendimento. Se un bambino non crede in sé e nelle sue potenzialità, se evita il contatto con l’altro (sia esso il compagno o l’insegnante) per paura di non essere alla sua altezza, questo ha inevitabilmente una ricaduta negativa sulle sue potenzialità di apprendimento. Numerose ricerche dimostrano, ad esempio, che sensazioni di inefficacia e bassa autostima mettono il soggetto in una posizione di passività nel caso di sua applicazione a compiti difficili che richiederebbero maggiore attenzione e pazienza.

Importante risulta essere anche il lavoro in presenza e con la partecipazione dei docenti o comunque la possibilità di riportare loro le peculiarità, personologiche ed intellettive, che l’esperto può rilevarle durante un intervento arte terapico. Sappiamo, infatti, che le intelligenze sono multiple e per favorire un buon apprendimento è necessario mettere a punto delle strategie e degli strumenti che lo favoriscano in maniera differenziata da bambino a bambino.

In ambito preventivo, interessantissime applicazioni del metodo sono descritte nell’uso dello stesso all’interno dei servizi socio-assistenziali di base. 

Solo per citare uno dei tanti esempi possibili, farò riferimento all’applicazione delle tecniche del Modello Espressivo Modulare all’interno dei CAN (Corsi di Accompagnamento alla Nascita) in interventi rivolti a donne in stato interessante (7°-8° mese di gestazione).

La finalità, in tale contesto, era quella di permettere l’accesso e l’elaborazione, attraverso il gruppo,  a quelle parti dell’esperienza della gestazione spesso tralasciate nei normali corsi pre-parto (perché non facilmente verbalizzabili ed analizzabili su di un piano prettamente cosciente), ossia quelle relative alla condivisione delle aspettative legate all’evento nascita ed alle normali paure ed ansie che caratterizzano questa fase della vita soprattutto negli ultimi mesi prima del parto.

Spesso una eccessiva medicalizzazione dell’evento nascita fa sì che queste donne vivano in maniera ansiosa la loro gravidanza che viene spesso trattata come uno stato  patologico e non normale. Va da sé che, in un tale scenario, spesso le future mamme si ritrovino a condividere pesi, misure, valori glicemici, tralasciando la possibilità di confrontarsi apertamente su di un piano maggiormente emotivo e legato alle sensazioni, positive e negative, che il loro stato comporta in termini psichici oltre che fisici.

Un’altra delle problematiche facilmente riscontrabili nel lavoro con le gestanti è quello della difficoltà ad attuare già dalle prime fasi della gravidanza una regressione funzionale che permetta loro di predisporsi all’arrivo del neonato non solo da un punto di vista pratico, ma anche per quegli aspetti legati all’accudimento emotivo.

Attraverso laboratori condotti secondo il Modello di riferimento è possibile lavorare su tutti questi aspetti. Le mamme comunicano con i loro bambini nelle pance, li fanno partecipare alle attività ludiche, rivolgono loro un’attenzione carica di positività e di creatività. Possono, inoltre, accedere ad un piano simbolico che rende possibile un reale lavoro di elaborazione e integrazione degli elementi negativi legati al loro particolare momento di vita. E’, dunque, possibile sperimentare il valore dell’accudimento ricevuto e donato nel gruppo, rassicurandosi sulle future doti genitoriali.

Tutti questi aspetti sono fortemente legati alla possibilità di prevenire, ad esempio, depressioni post-partum o, più semplicemente, alla possibilità di favorire un’ambiente di accoglimento del nascituro più rispondente alle sue necessità di stimolazione all’interno della relazione con la madre.

Una delle verbalizzazioni più frequenti in questo tipo di esperienze è quella delle mamme che affermano di aver dimenticato, fino a quel momento, le loro capacità ludico-creative,e di non aver mai pensato che un bambino poteva giocare già durante la sua vita intrauterina.

Le gestanti, affermano di percepire un grande sostegno dal gruppo, di sentirsi accolte, capite e meno solo di prima.

Molte, infine, verbalizzano di aver sentito il bambino muoversi durante l’esperienza e la convinzione che questo sia un segno della piacevolezza che i bambini provano durante i laboratori!

Questo ci mostra ottimamente le possibilità enormi date dalla tecnica arte terapica in ambito preventivo.

Un’altra possibile applicazione è quella realizzabile all’interno delle Istituzioni scolastiche per prevenire episodi di bullismo e, più in generale, per prevenire la devianza minorile.

Farò riferimento ad una esperienza da me condotta in un’Istituto Comprensivo  di un piccolo paese della Provincia tarantina.

Il mio intervento era stato richiesto a causa di alcuni episodi che avevano visto protagonista M., un ragazzino di 12 anni con una difficile storia di separazione dei genitori alle spalle. Il ragazzo, oltre che fare già uso di sigarette aveva cominciato anche a consumare regolarmente bevande alcoliche.  Nonostante la buona integrazione di M nella sua classe, gli insegnanti lamentavano di avere grandi difficoltà nella gestione dell’intero gruppo poiché spesso il ragazzo agiva come distrattore portando tutti i suoi compagni ad un grande livello di agitazione e confusione.

L’intervento proposto fu un intervento multidisciplinare. Usai tre diverse tecniche:

  1. L’Arteterapia Plastico-pittorica per mettere in forma, attraverso ’improvvisazione nei vari campi dell’arte, esperienze emotive e condividerle con gli altri

  2. Lo Psicodramma per elaborare, attraverso la messa in scena e l’azione, le tematiche e le scene più rilevanti

  3. La tecnica Gruppoanalitica per favorire percorsi di crescita attraverso la lettura delle dinamiche del gruppo di lavoro.

Questo approccio permise di stabilire all’interno del gruppo-classe la “Comunicazione Circolare” e dunque di acquisire capacità quali:

  • L’ascolto;
  • L’empatia;
  • Il dar fiducia e sostegno;
  • L’interesse per l’altro;
  • La condivisione.

Il gruppo fu capace di riflettere su temi quali: le famiglie in evoluzione, le dinamiche presenti nel gruppo dei pari, le caratteristiche evolutive della fase di sviluppo attuale (la pre-adolescenza), il rapporto con gli insegnanti, i modelli mediatici ed, infine, le caratteristiche personologiche caratterizzanti ciascuno dei componenti della classe.

Questo nuovo livello di consapevolezza e di scambio favorì una ristrutturazione dell’esperienza di ciascuno all’interno della classe. Non fu, dunque, un’ esperienza utile solo al ragazzo per il quale l’intervento era stato richiesto, bensì i fenomeni elaborativi e trasformativi videro coinvolti tutti i ragazzi che poterono riflettere sulle proprie dinamiche personali mentre aiutavano quel ragazzo in difficoltà.

Emerse la consapevolezza che gli episodi di devianza e bullismo erano da intendersi come forma espressiva di un disagio profondo. I ragazzi valutarono, inoltre,  quanto fosse possibile veicolare i vissuti di aggressività, le difficoltà di relazione, la solitudine in attività positive così come era stato fatto durante i laboratori di arte terapia.

La paura del giudizio e l’incapacità di comunicare la propria sofferenza agli altri vennero superate, al loro posto emerse una capacità nuova di entrare in relazione con le proprie emozioni, metterle in forma e comunicarle agli altri. In breve, fu realizzato un processo di alfabetizzazione emotiva che potesse servire a questi ragazzi non solo per il superamento delle problematiche attuali, ma anche per accedere ad un nuovo modo di relazionarsi con gli altri, per l’appunto un nuovo modo che rendesse possibile prevenire le possibili situazioni di disagio future.

L’alfabetizzazione emotiva è un processo che può garantire, infatti, una migliore gestione delle emozioni, rendendo possibile il riconoscimento di quelle proprie ed altrui che diventano così comunicabili. E’ così possibile apprendere come gestire le emozioni attraverso il gruppo, senza agirle, confidando nelle capacità degli altri di fungere da contenitore delle nostre ansie e paure, perché queste non prendano il sopravvento nella nostra vita.

Per quanto riguarda le applicazioni dell’Arteterapia in ambito terapeutico possiamo certamente affermare che queste sono tante quante le diverse patologie, moltiplicate per i diversi orientamenti teorici ed approcci metodologici dei vari terapeuti e per i setting -individuali, di gruppo, istituzionali, ecc- possibili scenari di tali interventi.

Sappiamo dell’esistenza di moltissime esperienze centrate sul metodo arte terapico in ambito ospedaliero (per malati oncologici, per bambini ospedalizzati, per pazienti psichiatrici, ecc) ed ancora molte altre attivate in Servizi che si occupano di tossicodipendenza, disturbi dell’alimentazione, violenza sulle donne e tanti altri. Altro contesto importante di applicazione del metodo è quello della riabilitazione fisica e psichica.

Di fatto, L’Arteterapia nasce proprio dall’idea che è possibile favorire processi trasformativi, integrativi, rielaborativi, ossia terapeutici in tutti quei contesti nei quali è necessario un intervento di presa in carico delle problematiche del paziente, prendendo in considerazione le due polarità del corpo e della mente.

Un percorso attraverso il quale si accudisce un individuo o un contesto collettivo, attraverso la stimolazione delle sue capacità creative per trovare nuove sintesi dei suoi modelli interpretativi del mondo non può non essere considerato “terapeutico”. Sebbene questo termine non abbia esclusivamente un’accezione “clinica”, in quanto vuole semplicemente sottolineare quanto il benessere dell’individuo passi anche per un’armonizzazione delle sue maniere di comunicare con il mondo esterno e di auto percepirsi non solo secondo codici verbali ma anche corporei.

Molti luoghi comuni descrivono il corpo come un’area di esclusiva pertinenza medica e biologica, senza tenere conto del fatto che molte recenti ricerche dimostrino quanto anche il corpo si esprima secondo codici culturali e quanto molto spesso si conviva, inconsapevolmente, con diversi e tra loro conflittuali schemi di relazione corporea, anch’essi “culturalmente” definiti.

La parola “terapia”, come la parola “cura”, rappresenta inevitabilmente dei percorsi finalizzati all’armonia e al benessere ed è più che comprensibile, quindi, che l’Arte possa svolgere una funzione in questi casi, senza attingere necessariamente in maniera preponderante né al modello medico, nè a quello psicologico.

Questo lascia ben intendere quanto l’uso dei dispositivi arte terapici sia fortemente trasversale nei più svariati contesti applicativi in ambito terapeutico.

Una interessante e fruttuosa applicazione delle Artiterapie credo sia quella relativa all’inserimento di alcune tecniche all’interno dei colloqui preliminari in ambito psicologico, precedenti la presa in carico del paziente da parte del terapeuta.

E’ noto il vasto utilizzo di reattivi  di tipo “carta-matita”, anche detti test del disegno, nelle fasi diagnostiche precedenti agli interventi terapeutici. Citando alcuni dei più noti abbiamo: il test delle macchie di Rorschach, il disegno della figura umana, il disegno dell’albero, il disegno del bambino sotto la pioggia e molti altri.

Tutti questi test permettono di pervenire, se correttamente interpretati all’interno di un ben più vasto intervento diagnostico affiancato da colloqui clinici, ad una definizione del paziente rispetto alle sue caratteristiche identitarie, i suoi meccanismi di difesa prevalenti, i suoi tratti patologici, ecc.

L’innovazione data dalla tecnica arte terapica in ambito diagnostico riguarda la possibilità di favorire, già in una fase iniziale e di primo approccio alle problematiche del paziente, dei processi di integrazione e restituzione da parte del terapeuta rispetto alle dinamiche che emergono già dalle prime produzioni grafiche del soggetto e che hanno strettissima correlazione con la sua vita.

Come sa chi di terapia si occupa, è fondamentale stabilire una buona interazione tra terapeuta e paziente fin dalle prime battute e molto del successo della futura terapia dipende proprio da quei primi momenti di incontro. Non a caso, spesso, soprattutto in ambito istituzionale, i primi incontri diagnostici sono affidati ad esperti che poi provvederanno all’invio del paziente al terapeuta. Questo proprio perché nelle prime fasi diagnostiche, normalmente, è necessario mantenere un certo distacco dal soggetto per evitare che la relazione nascente con il terapeuta infici la validità dei risultati dei test somministrati. Questo vale, a maggior ragione, nel caso dei reattivi di tipo carta-matita che inevitabilmente chiedono al soggetto di attingere ad un piano profondo legato alla sua creatività e capacità di messa in forma e condivisione della sua esperienza.

Una possibilità data dalle arti terapie è proprio quella di mettere a punto dei dispositivi che tengano conto di tutti questi aspetti e che permettano allo stesso tempo una esperienza elaborativa mediata dall’approccio con l’Arte e una messa in forma delle parti fondamentali dell’individuo che possa essere un utile indicatore per la comprensione, da parte del terapeuta, del tipo di problematica che affligge quel dato paziente.

Uno dei test da me proposti in fase diagnostica, ad esempio, è il test de “La linea della vita”. Propongo al paziente di disegnare una linea che possa rappresentare la sua vita.

Nella raccolta e classificazione delle produzioni ottenute mediante la somministrazione di questo test, le produzioni presentate sembrano essere molto eloquenti se osservate alla luce delle note sul tipo di patologia o di storia dei soggetti successivamente rilevate con colloqui clinici e previa somministrazione di altri test.

Così come suggerito ad esempio dalla Oliviero Ferraris per ciò che riguarda l’interpretazione del disegno infantile, in questi casi viene chiesta una descrizione delle produzioni e questo favorisce, innanzitutto, una maggiore possibilità di comprensione della storia del soggetto e delle sue caratteristiche caratteriali da parte del terapeuta. Inoltre, i soggetti, di fronte alle loro produzioni grafiche sembrano essere facilitati nel racconto della loro storia.

Il terapeuta formato anche in Arteterapia, a questo punto, può agire sulle produzioni apportando delle modifiche che permettano il passaggio dalla bidimensionalità del primo disegno alla tridimensionalità delle produzioni.

Il passaggio alla tridimensionalità vuole rappresentare la possibilità, sperimentata poco prima da queste persone, di dare forma e vita al racconto della loro storia personale all’interno della relazione con il terapeuta. Inoltre, finalità dell’arteterapia è anche quella di permettere all’individuo di guardare la sua vita da una posizione interna all’opera d’arte stessa che essa rappresenta. Solo in questa maniera possiamo pensare di innescare dei processi veramente trasformativi che permettano alle persone che lavorano con noi di affrontare la vita in una maniera più partecipata.

Così, la signora E., guardando come svettavano verso l’alto le date che aveva segnato lungo la linea della vita disse “ Certo Dottoressa, sono stati dei momenti difficilissimi della mia vita, ma è pur vero che mi hanno dato uno spessore”

La signora T., associò al suo disegno un acquario pieno di pesci e quindi un immagine molto vitale, in controtendenza con gli stati depressivi di cui aveva parlato fino a quel momento.

M., considerando il fatto che il suo disegno evanescente fu molto difficile da trasformare in quello che ora gli  appariva come un albero mi disse “C’hai le palle! Non pensavo che ci saresti riuscita” .

E. venne messo innanzi ad un adeguato ridimensionamento della sua linea della vita (La linea venne ritagliata e piegata a fisarmonica così da poter essere contenuta ed attaccata su di una base di cartone di circa 20 cm). Non gli erano bastati 4 fogli per rappresentare soli 11 anni che però per lui, evidentemente, erano stati molto pesanti. Fu quello l’inizio della sua apertura verso il futuro, verso la considerazione che molto altro ancora doveva accadere e che nella vita, dietro l’angolo, c’è sempre chi può esserci d’aiuto. Dopo due anni di psicoterapia, E. andando via mi disse “Ti ricordi il disegno della linea della vita? So che lo hai messo da parte. Volevo chiederti di tenerlo per me e se possibile vorrei che tu mi dessi un altro pezzo di cartone come quello su cui quella volta hai compresso tutto….sai, mi sa che mi servirà, certo forse uno anche più grande, ma vedrò di farmelo bastare…l’ho capito sai, ogni cosa con una buona idea può essere messa nel giusto posto. Credo che è questo quello che farò dalla prossima settimana!”.

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