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Carla: Corpo malato e sessualità

L’essere umano, come anche Lacan ci dice, non può possedere la lingua che secondo l’ortografia lacanianasi chiama lalingua, inconscia e inscritta nel corpo che è invece anche lingua dell’Altro, nel senso che dall’Altro proviene, lingua che se “viene creduta” fa sperare che davvero esista l’identità, cioè quell’insieme di ascolto e di saperi coincidenti con l’io ai quali ci si illude di potersi appoggiare per esistere e che invece possono produrre follia e morte se non si accetta di farsi carico della scoperta di un doloroso scarto tra quello che abbiamo creduto di essere e quello che di noi rappresenta il “sapere che non sappiamo di sapere”.

Lacan ci dice che proprio strutturalmente l’uomo non ci sa fare col sapere e quindi ci porta a considerare l’importanza dell’ignoranza di cui ci dice esisterne una dotta, su cui si attesta, ovviamente, la posizione dell’analista e una crassa, che non causa però il desiderio di sapere e va sul versante della ricerca di dimensioni illusive di un tutto pieno: Tutto questo rappresenta l’inizio dell’incastro nel godimento e nella ripetizione che forse, per certi versi, è di certo rassicurante ma che però diventa foriero di malattia nella misura in cui non si vuole o non si può accettare di pagare il prezzo che ogni cosa della vita comporta.Il caso di cui parlerò, il caso di Carla può essere visto sotto varie angolature.
Oggi cercherò di focalizzarmi più che altro sugli aspetti inerenti il nesso che può esserci tra un corpo malato e la sessualità. Mi riferirò al corpo, ovviamente, non nel senso di organismo ma in quello del parlessere, cioè di quel corpo che è organizzato fondamentalmente dall’Altro e dalle sue parole, quelle parole ascoltate che, quando le cose vanno abbastanza bene, ci permettono, in presenza di una metafora paterna, di arrivare ad un godimento del corpo stesso fruibile e articolato al desiderio.La parola sesso viene dal latino e vuol dire secare, tagliare e ne è il participio passato; la mia paziente è un esempio assai emblematico di quel che capita quando non si è mai veramente “tagliati” dal significante e si resta assolutamente uniti alla madre, madre che, in quanto tale, come Lacan afferma, non ha di fatto un sesso. Cominciamo ora però a parlare di Carla.

Il primo colloquio
Un giorno di parecchi anni fa arriva la telefonata di una giovane che dice di chiamarsi Carla che mi chiede un appuntamento perché consigliata in tal senso dal suo medico di famiglia; concordo con lei di vederci la settimana successiva. Nell’ora e nel giorno previsti il campanello suona, vado ad aprire la porta e rimango sconcertata nel trovarmi di fronte una giovane donna in compagnia di una signora. Le due donne entrano e come in genere faccio in questi casi chiedo chi sia la persona che mi ha telefonato per l’appuntamento; prontamente la signora risponde: «Questa è Carla, ed è con lei dottoressa che ha parlato al telefono, io sono sua madre e sono venuta per dire quello che sta accadendo a mia figlia.» Rivolgendomi a quest’ultima chiedo gentilmente, ma in modo fermo, se desidera entrare per il colloquio da sola o con la madre e Carla risponde in modo titubante, anche perché di certo non si aspetta la mia domanda, che va bene che la madre assista. Appena le donne in questione si accomodano la madre comincia a parlare guardando un po’ me e un po’ Carla, afferma che vuole solo dirmi alcune cose a proposito di sua figlia per spiegarmi la situazione, ma che assolutamente non é sua intenzione interferire o essere invadente: «Il fatto è, dottoressa, che sono molto preoccupata, perché è da poco che abbiamo scoperto che Carla ci ha mentito per troppi anni, anni in cui usciva la mattina e stava fuori tutto il giorno per frequentare l’università, anni in cui ci parlava degli esami che sosteneva e dei voti che prendeva, alcuni buoni altri meno, mai una bocciatura secondo lei! E poi la tesi con cento, ed ecco, lo vede questo documento che attesta che è laureata? È falso, si è trattato sempre di una menzogna, ha fatto solo quattro esami e niente più, lo abbiamo scoperto perché ci siamo accorti che il certificato di laurea non era originale, capisce bene che è arrivato il momento di fare qualche cosa!» Carla, mentre la madre parla, sta seduta con uno sguardo vuoto che sembra non vedere nulla, mi rivolgo a lei in un modo che vuole essere interrogativo ma per risposta ottengo solo silenzio come se non ci fosse nulla da dire e allora, prima che la madre riprenda a parlare le dico:  «L’ho ascoltata attentamente» e poi rivolgendomi di nuovo alla figlia : «Crede di volere un nuovo appuntamento per la prossima settimana ?» La ragazza afferma di si per cui, quindi dico : «Bene allora ci vediamo martedì prossimo alla stessa ora», poi rivolta alla madre: «Se vorrà sapere altre cose, potrà provare a chiederle a sua figlia, che se vorrà le darà delle risposte, io non posso dirle altro»; accompagno quindi le due donne alla porta sentendomi addosso lo sguardo inferocito della madre.
Questo è il primo incontro con Carla, chiusa e raggomitolata su se stessa, che capisco benissimo, qualora tornasse, mi darebbe molto filo da torcere, ma è sulla quantità del filo e sull’intensità del torcere che probabilmente non ho le idee troppo chiare, tuttavia questo mio sapere poco articolato in fondo rappresenta una difesa necessaria in quanto mi permette di provare a farmi carico di persone a cui, contrariamente, potrei non dare la mia disponibilità per un trattamento.

La storia di Carla
Carla ha 29 anni è una brunetta esile che sembra vivere in un suo mondo caratterizzato da un tempo e uno spazio soggettivi diversi da quelli della realtà comunemente accettata, cosa che emerge chiaramente sin dai primi colloqui, in cui, tra lunghi silenzi ogni tanto dice qualche parola che appunto conferma questa impressione iniziale. La paziente afferma che quello che la madre mi ha riferito nel primo colloquio è vero e cioè che da parecchio tempo non fa assolutamente nulla, precedentemente, invece, usciva davvero la mattina per andare all’università, dove passava tutta la giornata stando seduta nei giardini o a vagare fra qualche aula, per poi tornare a casa la sera.  Dice di aver superato veramente i primi quattro esami ad economia e commercio ma di non essere riuscita a superare il quinto, cosa che l’ha convinta definitivamente di non essere all’altezza di seguitare gli studi, perché, secondo lei, non ce l’avrebbe mai fatta ma l’idea però di dover dire di questo fallimento in famiglia non la sopportava e quindi ha escogitato il sistema di “far finta” di andare all’università e di laurearsi. Sostiene che in fondo era andato “tutto bene” fino a quando ha mostrato il certificato di laurea che aveva fatto al computer: “È a quel punto, dottoressa, che è saltato tutto fuori!!” Poi la mamma si è pure confidata col suo medico che le ha consigliato di venire a parlare con lei.» A poco a poco comincio a scoprire  nuove cose, sempre più inquietanti della “non vita” di Carla, che racconta, per quel po’ che può ricordare, della sua infanzia apparentemente nemmeno tanto triste, se non fosse per il fatto che da nulla si può capire che sia stata un’infanzia,  sembra un essere immerso in un tempo particolarissimo, o forse sarebbe meglio dire, immerso in un “non tempo” in cui tutto è cristallizzato in cui non si avvicendano né le stagioni né gli anni. Dalle sue parole non si evince se sia mai stata in grado di provare un sentimento e qui volutamente non dico un’ “emozione” perché questo termine rimanda a dimensioni che mi sembra, oggi come oggi, siano molto inflazionate, assai poco comprese e sicuramente troppo spesso non inquadrate correttamente, ed è bene ricordare che c’è una sostanziale differenza tra emozione ed “affect”, l’affetto cioè di cui parla Freud e che Lacan poi ci ha spiegato essere un “effetto”: qualcosa che rimanda quindi al rapporto del “ soggetto” col significante. Solo una volta Carla sembra più coinvolta ed ha una voce un po’ più vibrante, e ciò capita quando ricorda di come abbia vomitato tutte le mattine prima di andare a scuola sin dalle elementari, forse, dice lei, per la paura che aveva della suora prima e dei professori poi. La paziente si descrive come molto solitaria e dice di non aver mai provato  nessuna forma di contentezza nemmeno nelle rare volte in cui ricorda di aver frequentato fuori dalla scuola qualche amica, afferma solo che stava meglio quando rimaneva in compagnia di suo nonno materno che da sempre vive in casa con lei e i suoi genitori.   Del padre Carla, per molto tempo non dice nulla, fino a che le faccio una domanda diretta, scopro allora che il padre c’è, almeno dal punto di vista della realtà ma che lo teme da sempre, anche perché le è stato descritto da sua madre come uno che si sarebbe arrabbiato tantissimo se tornando a casa avesse scoperto che le figlie non si erano comportate bene durante la sua assenza.
Ha poi due sorelle più grandi rispettivamente di tre e cinque anni, che però appena laureate, sono andate via di casa e con le quali non ha quindi rapporti significativi. Dalle parole di Carla l’adolescenza appare se possibile, ancora peggiore, e sembra un perfetto continuum dell’infanzia, l’unica diversità è rappresentata dal fatto che la paziente è andata alle medie e poi all’istituto tecnico, scuola ovviamente, si fa per dire, “consigliatale” dalla madre dove però incontra delle difficoltà forse anche perché troppo chiusa e inibita, impara tutto a memoria e non capisce nulla di quello che studia. Riferisce di essere andata ogni tanto a qualche festicciola di compagne di classe, ma di aver fatto “Tappezzeria” a causa, dice lei,  delle sue difficoltà ad inserirsi in ogni gruppo. Inoltre, non può non colpire come non parli assolutamente mai dei ragazzi che sembrano rappresentare per lei, così come è per il padre, un altro mondo, un mondo che Carla fa di tutto per non sapere che esiste e nei confronti del quale non sembra dimostrare la men che minima curiosità. Una volta, a tal proposito le chiedo se ha mai avuto un fidanzato e lei guardandomi stupita, risponde evasivamente di no, afferma che lei non ha proprio mai pensato di avere un ragazzo, anche se sa che le sue amiche ce l’hanno. Sono sempre più sconcertata da questa strana ragazza, che apparentemente sembra avere uno stile cognitivo adeguato ma poi penso che io seguito a considerarla una ragazza mentre in realtà dal punto di vista dell’età cronologica è una giovane donna. Man mano che i colloqui si susseguono avvengono dei cambiamenti nella vita della paziente che, anche grazie all’aiuto di un amico di famiglia, ottiene un lavoro in banca, come impiegata, praticamente lo stesso tipo di lavoro della madre; l’unica annotazione a tal proposito è che dice di avere un po’ paura all’idea di un mondo sconosciuto come quello del lavoro. Un’altra particolarità che non può non colpirmi è che sostiene di non aver mai sognato in vita sua e sino ad ora effettivamente non è mai comparso un sogno.

Per Carla il corpo e la sessualità sembrano non esistere
Un giorno casualmente, fra i molti silenzi tipici delle sue sedute, viene fuori il discorso della salute, forse perché in quei giorni aveva di nuovo l’influenza e allora faccio una scoperta che, se possibile, aumenta ulteriormente la mia inquietudine; infatti mi dice che all’età di quindici anni, a causa di ecografie fatte per via di dolori addominali le è stata diagnosticata un’anomalia, forse genetica, per cui sembra che abbia un solo rene. Chiedo alla paziente cosa abbia fatto dopo questa scoperta e lei risponde: «Nulla». Praticamente né lei né sua madre si sono mai più poste la questione di voler accedere al “sapere” di cosa quell’ecografia avesse davvero evidenziato e quindi, anche rispetto ad una cosa così importante, sembra che la scelta fatta sia, come al solito, quella di negare qualsivoglia eventuale conflitto. Dopo alcuni colloqui in cui cerco di affrontare la questione del come mai nemmeno la salute del suo corpo le interessi un po’ finalmente giunge alla conclusione di prendere un appuntamento con un nefrologo che le prescrive tutta una serie di esami alla fine dei quali si scopre che in realtà il rene che pensava di non avere, esiste, ma è piccolissimo e non  sviluppato. Colgo quindi l’occasione per domandarle se è solita sottoporsi ad altre visite di controllo e lei risponde un po’ evasivamente di sì.
Certamente ormai mi rendo conto che i livelli di rimozione e di diniego di questa paziente sono fortissimi; seguita a venire da me ma non so bene se ciò per lei rappresenti almeno un po’ un desiderio o se invece nella sua mente seguiti soltanto ad obbedire alla madre di cui ogni tanto mi parla, ma è incredibile come non appena si lasci uscire una velatissima critica o sentimento un po’ rabbioso nei suoi confronti cerchi subito di metter in atto una sorta di contro-difesa per dimostrare e dimostrarmi che la mamma è davvero molto buona. A tal proposito in più di un’occasione chiedo a Carla come mai, nemmeno all’interno dello spazio terapeutico lei si possa permettere di dire quello che pensa e che prova senza subito dover coprire i propri sentimenti, specie se non in linea con ciò che evidentemente reputa il suo abituale stile di pensiero. Ascoltando Carla non si può non pensare al bellissimo e terribile libro di Fritz Zorn  Il Cavaliere la Morte e il Diavolo in cui si parla delle “lacrime non piante”. Tutti noi sappiamo che chi sta davvero molto male, non quindi  come i “sani depressi reattivi”, ma come ad esempio i melanconici o le persone affette da gravi malattie organiche, spesso non riesca a piangere, ne’ a disperarsi; solamente, nel migliore dei casi ha un atteggiamento che definirei “psichicamente catatonico” che pare serva a far finta di esistere. Dal mio ascolto di tanti pazienti affetti da gravi malattie organiche sembrerebbe che probabilmente la grave malattia organica a volte definita come “incurabile” potrebbe arrivare come sostituzione della posizione soggettiva, quando cioè anche la finzione diventa troppo faticosa e insostenibile, quando cioè l’unica soluzione rimasta sembra appunto la morte, morte intesa, come speranza di giungere in quel punto in cui la coscienza, che è in fondo il sinonimo del soffrire, può cessare definitivamente. Nella questione di Carla sicuramente ha un grosso peso anche  la questione inerente le “bugie” che sembrano per altro connesse a delle dimensioni di “vergogna”. E’ assai difficile stabilire cosa per lei abbia rappresentato la pubertà e se sia mai arrivata ad una dimensione psichica dell’adolescenza.
Un giorno parlando delle mestruazioni mi dice di essersi spaventata molto quando le arrivarono la prima volta in quanto la madre, malgrado avesse  undici anni, non gliene aveva mai parlato prima e afferma di essersi anche molto vergognata di questo evento, come se si trattasse di una cosa brutta che si doveva tenere nascosta. In una seduta ricorda con angoscia quando sempre intorno agli undici anni, il padre entrando in bagno dopo di lei disse a voce alta di chi fosse “quel coso sporco di sangue” lasciato sopra al bidet. Questo è uno dei pochi ricordi di Carla, che per il resto sembra appunto aver rimosso quasi totalmente la propria infanzia. Un giorno poi scopro che seguita a mentire e lo fa anche con me tant’è che pur avendomi detto che i colleghi ora la trattavano con molto più rispetto di prima non le assegnavano più i peggiori turni di lavoro: scopro casualmente che invece seguita a lavorare molto più di quello che dovrebbe essere il suo orario . Tutto questo viene fuori per via di una telefonata che le faccio per spostare una seduta a cui risponde la madre che mi dice che la figlia sta al lavoro. Quando la settimana successiva, finalmente la rivedo mi dice: «Dottoressa, mi dispiace, ho mentito anche a lei, ma avevo paura che si dispiacesse se avesse saputo la verità e cioè che al lavoro di fatto nulla cambia e io non riesco mai a far valere i miei diritti.» Le rispondo che certamente lavoreremo su quanto mi sta comunicando e anche sul perché abbia avuto bisogno di mentire pure a me che sua madre non sono, ma aggiungo anche che è arrivato il momento, visto che è già un po’ che ci vediamo, di decidere come proseguire il lavoro e cioè se intraprendere un percorso di analisi intensificando quindi le sedute o invece iniziare un gruppo di Psicodramma Analitico, Carla risponde che ci penserà.

Il corpo di Carla esprime ancora più chiaramente qualcosa   
Quattro giorni dopo mi arriva una telefonata da parte della madre di Carla che mi dice, molto angosciata, di chiamarmi da parte di sua figlia che è stata ricoverata d’urgenza la notte precedente in preda a forti dolori e che vuole farmi sapere però che appena le sarà possibile mi telefonerà. Dopo altri quattro giorni ricevo una telefonata da un cellulare ed è Carla che mi mette al corrente di quello che le è successo; praticamente ha subito un intervento alle ovaie che le sono state asportate per via di una grossa ciste che le aveva causato un blocco urinario, motivo del ricovero d’urgenza. Durante questo periodo sento ogni tanto telefonicamente Carla che ritorna per la seduta dopo quasi un mese . La prima volta che la rivedo ha come al solito quel sorriso che pare prestampato, sembra che in fondo non le sia capitato nulla di grave; mi parla dell’intervento minimizzandolo e allora le domando quando era stata l’ultima volta che si era fatta visitare dal ginecologo e la paziente mi risponde, ahimé candidamente, che lei dal ginecologo non ci è mai stata. Resto davvero senza parole e dentro di me crescono sentimenti contrastanti per Carla, che capisco, mi ha evidentemente mentito anche quando in precedenza aveva affermato di fare regolarmente le visite di controllo. Mi dico però che in fondo è già qualcosa che Carla non sia ancora fuggita dal lavoro che faticosamente tento di fare con lei e che comunque l’analisi non va sul versante del fare, né tanto meno su quello della ricerca del bene del paziente. L’analista secondo Lacan dovrebbe essere un “meno” , il rappresentante di una mancanza che permette al paziente la possibilità dell’insorgenza dello “oggetto a” causa del desiderio diventando quindi l’oggetto stesso del fantasma del paziente: ma nella mia esperienza con le persone che hanno gravi patologie organiche, con quelli che definisco “Pazienti Speciali” (denominati così dal professor Claudio Modigliani), non si sa mai se questo è possibile, perché questi individui sembrano spesso refrattari ad un vero trattamento. In realtà mi sembra che molto spesso i pazienti non vogliano davvero cambiare, al di là di quello che dicono e i “Pazienti Speciali”, se possibile, sembrano voler cambiare ancora di meno!!! Comunque riprende il lavoro e tento di affrontare nuovamente il particolare rapporto, o meglio sarebbe dire il “non rapporto” che ha con il proprio corpo, la sessualità  e la malattia. Un giorno mi dice che non aveva avuto voglia di confidarmi di non essere  mai andata dal ginecologo perché per lei questo non rappresentava un problema. Poi esclama la frase, che almeno nel mio ascolto terapeutico, unica cosa di cui io possa parlare, i pazienti che sviluppano un cancro ripetono sempre e cioè  : «Ma perché mi sarei dovuta ammalare, sono stata sempre bene, perché proprio a me?». Carla nel momento in cui viene da me il cancro non ce l’ha anche se già ha al suo attivo un rene atrofizzato e la perdita di ambedue le ovaie. Ma seguitandola ad ascoltare e riferendomi a tutte le cose che i pazienti con gravi patologie organiche da trent’anni mi riferiscono, comincio a temere che anche lei possa correre un forte rischio di sviluppare un cancro.
Malgrado l’intervento subito, anche questa volta, la paziente non sembra turbata più di tanto, e solo una volta accenna al fatto che non potrà più avere figli, aggiungendo però che comunque lei ai figli non aveva mai pensato. Provo ad approfondire l’argomento, ma Carla sa benissimo come fare a rendersi trasparente e invisibile, quando vuole: è proprio come una biscia, sfugge non appena intravede il pericolo e io so bene che per lei il vero pericolo è il sapere.  Siamo arrivati ormai alla pausa estiva e quindi dico a Carla che, stante il fatto che le circostanze lo hanno impedito precedentemente, durante l’estate potrà riflettere e decidere se e come continuare il suo lavoro con me e cioè, qualora scelga di andare avanti, o intensificare le sedute individuali o entrare in un gruppo di Psicodramma Analitico.

Come inquadrare la questione di Carla.
Per Lacan la madre svolgerebbe soprattutto quella funzione che permette al bambino di aver accesso al campo dell’immagine e quindi delle identificazioni, il padre invece dovrebbe poter rivestire quel ruolo attraverso cui è possibile arrivare, dopo l’assunzione della Legge, alla dimensione della separazione e quindi del desiderio, se ciò si verifica  il soggetto accederebbe ad un “godimento fallico”, differenziato dal puro “godimento interamente dell’Altro”, che è ciò che invece si verifica nella psicosi. Per Lacan la psicosi è associata alla “forclusione”, cioè a quell’impossibilità di entrare nella simbolizzazione, quell’impossibilità di distinguere il significante dal significato, quindi il rigetto di un significante fondamentale dall’universo simbolico del soggetto. Ma la psicosi, come sostiene da sempre Claudio Modigliani  “è pur sempre un salvataggio operato dalle difese psichiche per salvaguardare comunque la vita. Quindi nelle persone soggette a sviluppare malattie organiche dovrebbe esserci qualcosa che produce malattia ancor prima e comunque al di là della forclusione stessa, qualcosa che interviene anche rispetto alla mancanza della funzione paterna. Credo che la mia esperienza coi malati di cancro, specie di quelli in cui la malattia insorge in un’età giovanile, può far pensare a come di “Madre si muoia” e con ciò ovviamente non voglio intendere che le madri siano cattive o vogliano fare deliberatamente del male ai propri figli, ma credo che un certo tipo di “Altro Materno” cannibalico e perverso (intendendo con questo, ben inteso, un Altro Materno frutto del modo in cui il soggetto ascolta e che quindi non necessariamente si identifica con un altro inteso come persona della realtà), accompagnato come in spesso capita in questi casi da una mancanza di padre, o meglio dalla mancanza di un qualcuno in grado di svolgere una qualche forma di funzione paterna, sia un mix micidiale in grado di contribuire alla sviluppo di una  psicosi e forse anche un terreno in cui si può incrementare  una sorta di impossibilità cronica di dar luogo a quel minimo di soggettivazione indispensabile per il prosieguo della vita psichica e chissà, forse anche fisica, degli individui. Del resto anche Freud aveva intuito come esistesse una doppia modalità di formazione dei sintomi organici alcuni dei quali non evidenziavano chiaramente il famoso “salto tra lo psichico e il somatico”: la prima, quella in cui il corpo sarebbe una dimensione fondamentalmente “soggettivamente rappresentata” e quindi in qualche modo sessuata, in cui si possono creare dei fenomeni isterici che danno luogo ad una disfunzione organica che ha a che vedere con un valore simbolico collegato alla conversione, la seconda che riguarda invece un’ottica per cui inquadrare il corpo in un modo più oggettivo e che rimanda al concetto di “Nevrosi Attuale” in cui non si identifica un primum psicologico riconosciuto come causale e che quindi, sempre secondo Freud, non sarebbe soggetto alla possibilità di  un approccio psicoanalitico.Nel “Problema economico del masochismo” Freud collega il sadismo all’istinto distruttivo che assolverebbe al compito di dirottare la pulsione distruttiva verso l’esterno, in questo caso  la libido svolgerebbe appunto questo ruolo di “diffusore” della pulsione di morte verso oggetti esterni,  la questione diventerebbe pericolosa per il soggetto quando la pulsione di morte prenderebbe invece per oggetto il soggetto stesso; a questo punto saremmo quindi di fronte alla questione del masochismo in cui la vera meta diventa l’autodistruzione. Nel mio ascolto analitico e terapeutico le persone che ho incontrato che avevano sviluppato una grave malattia organica mi hanno sempre riferito questioni da cui era possibile individuare un profondo masochismo che si costituisce forse a partire dall’incontro con il sadismo di una dimensione materna che utilizza la forza e la violenza contro un’altra persona che viene assunta come oggetto, anche se Freud ci ha detto che poi il godimento dato dal dolore inflitto ad un altro sarebbe in realtà all’origine una meta masochista che si trasforma poi in meta pulsionale solo in un individuo già sadico.

Carla decide di intensificare le sedute
E’ ormai settembre e per me, come credo per tutti quelli che svolgono la mia professione, inizia un nuovo anno di lavoro. Rivedo quindi Carla che mi parla di come sono andate le sue vacanze; mi dice di aver trascorso dieci giorni in Svezia con due sue amiche e di essere stata bene; in teoria potrei anche sentirmi un po’ soddisfatta del lavoro preliminare svolto, ma il mio  ascolto è sempre accompagnato da una sensazione di inquietudine perché la mia impressione è che Carla sia sempre granitamene incastrata e lontana dalla propria soggettività: comunque mi comunica che preferisce intensificare le sedute individuali perché non interessata ad un’esperienza in gruppo di Psicodramma che pur le propongo. E’ evidente che per Carla l’idea di un investimento su tanti individui diversi, tanti piccoli altri della realtà sconosciuti  nei riguardi dei quali il processo di identificazione diventa più dialettico e in un certo senso pericoloso, non è proprio accettabile; a mala pena riesce ad investire un po’ di libido sulla mia immagine, forse una sorta di doppio dell’immagine materna all’interno di un setting ormai sperimentato, ma un cambiamento di questo le sembra impossibile per cui decido di non forzare la mano, anche se sono certa che il lavoro in un gruppo di Psicodramma potrebbe essere per lei estremamente importante. Ci vediamo quindi più spesso, ma le sedute mi sembrano sempre più “aride” e se non amassi tanto il mio lavoro e se per me ogni paziente non rappresentasse un po’ una sfida, forse sarei tentata di pensare che questa persona mi annoia. Capisco però che quella noia ha a che vedere anche con un tentativo inconscio di Carla di seguitare a fare il suo gioco che consiste nel far vedere quanto si stia impegnando per cambiare la sua vita mentre invece fa del suo meglio per mantenere lo statu quo affinché tutto resti completamente immutato; un giorno però arriva del tutto inaspettatamente affermando di aver sognato: «Sono in una piccola barca a remi e mi accorgo che il mare attorno a me si sta alzando sempre di più, penso che se seguita così mi troverò tra breve  in mezzo ad una tempesta.» Sia la paziente che io siamo strabiliate da questo evento, anche se non viene fuori nessuna associazione particolare se non che non sa nuotare, perché ha sempre avuto paura dell’acqua, e che il mare non le piace, mi dice anche che non capisce proprio cosa c’entri con lei questo sogno:
«Davvero non andrei mai in mezzo al mare da sola con una barchetta a remi!» Le chiedo allora cosa pensi di questo mare che si agita sempre di più, ma lei, come al solito, si chiude e dopo poco cambia discorso per dirmi qualcosa del lavoro. Passano altri due mesi e la speranza che quell’evento onirico significhi la possibilità per Carla di cominciare a dirsi qualcosa di più vero circa se stessa si va affievolendo perché tutto torna ad avere la classica modalità monocorde, un giorno poi durante una di quelle sedute in cui sembra non aver nulla di particolare da comunicare, se non il rendiconto apparentemente monotono e privo di ogni tonalità affettiva di come procedono le cose al lavoro, le chiedo: «Insomma va  tutto bene! Ma, allora, perché seguita a venire da me, mi pare che nemmeno desideri lamentarsi di qualcosa, e guardi che di questo sono davvero stupita perché in genere la lamentazione piace molto alle persone, a lei sembra non interessare nemmeno quella e allora a che le serve venire qua?» Carla sembra stupita, come se proprio le stessi parlando in una lingua sconosciuta ma dopo un po’ mi dice che lei non sa rispondermi per cui concludo la seduta  affermando che quanto meno ora sa di avere una domanda per la quale non ha una risposta. Nella seduta successiva Carla mi comunica, apparentemente soddisfatta, di aver preso l’appuntamento col ginecologo; sono contenta di questo perché precedentemente era venuto nuovamente fuori il discorso della salute e avevo scoperto che dal giorno dell’intervento alle ovaie Carla non aveva più fatto controlli.
 
Arriva il momento della verità
Ma il mio quesito resta sempre lo stesso, Carla vuole vivere? E, che vita è una vita vissuta così come Carla sceglie, più o meno consciamente, di vivere; sembra quasi che sia la vita a vivere Carla e non il contrario! La settimana seguente quando la paziente arriva e si siede mi sembra abbia un’aria un po’ triste ma comincia a parlare : «Dottoressa, venerdì scorso quando sono uscita da qui sono andata dal ginecologo per la visita di controllo e mi ha confermato che l’utero sta a posto ma ha trovato un nodulo al seno per cui domani andrò a fare la mammografia, inoltre dovrò fare anche un ago aspirato.» Sono senza parole, le mie paure, i miei peggiori presentimenti purtroppo prendono corpo; la cosa che mi colpisce è che però, in linea con quanto già ho ascoltato da altri pazienti che hanno un cancro è che Carla non sembra agitata e non posso non ricordare una delle ricerche di Pancheri e Biondi da cui si evidenzia perfettamente come le donne affette da mastopatia fibrocistica presentino delle elevazioni nei punteggi alle scale dell’ansia nel M.M.P.I. maggiori rispetto a quelle delle donne che hanno un carcinoma mammario. Da questo momento in poi è tutto un susseguirsi di eventi, in una telefonata Carla  qualche giorno dopo mi dice che l’ago aspirato ha confermato che si tratta di cancro e che quindi non appena possibile si ricovererà per l’intervento. Rivedo la paziente dopo circa quindici giorni (in cui però  rimango  comunque  in contato telefonico con lei), è un po’ sciupata ma il tono dell’umore è buono tanto che mi dice subito che i medici le hanno assicurato che l’intervento è andato bene ma che dovrà comunque sottoporsi ad una chemio e poi ad una radioterapia, in quanto la malattia ha colpito i linfonodi. Aggiunge poi che lei vuole fare davvero tutto quello che può per guarire e che quindi seguirà scrupolosamente le indicazioni dei medici; la seguito a vedere, anche se ovviamente con una frequenza più saltuaria tra una chemio e l’altra e se possibile sono sempre più stupefatta di come e quanto si dimostri serena, sembra che stia quasi in una fase euforica, tutta presa com’è dai tanti spostamenti a cui le cure la costringono. Potrei ancora dire molte cose su questa paziente, ma il tempo è tiranno per cui concludo affermando che comunque, non so bene come, ma ancora Carla vive malgrado abbia avuto anche una recidiva . Vero è che seguita caparbiamente a venire in terapia portandomi il suo granitico non volere o non potere ascoltare, tanto che a volte  penso che la cosa che maggiormente abbia il potere di tenerla in vita sia proprio il volermi dimostrare che la sua unica verità è quella che lei seguita a rappresentarmi, cioè la verità che il suo Altro materno da sempre stabilisce per lei essere tale. Lacan ci ha detto come il godimento specifico, nelle persone che sviluppano somatizzazioni, sia fondamentalmente quello autoerotico. Pertanto la salute fisica dovrebbe coincidere con la possibilità di investire libidicamente almeno un po’ all’esterno, spostando l’oggetto di godimento fuori dal proprio corpo: quello che Sami Ali definisce come “ correlazione negativa tra somatizzazione e processi proiettivi”.   Quando si investe massicciamente libido sul proprio schema corporeo il surplus che si viene ad avere concentrandosi ad esempio in una funzione o peggio in un organo può servire a entrare meno in rapporto coi propri investimenti conflittuali, cosa questa che permette il mantenimento dell’illusione di essere pacificati con sé e col mondo.  Forse si può ipotizzare che il più grosso investimento libidico per Carla, almeno fino a qualche tempo fa, sia stato quello operato su due punti specifici, le ovaie e il seno, cioè due importantissimi organi dell’apparato genitale femminile che hanno a che fare con il piacere e con la procreazione, organi che possono rappresentare teste di ponte per il passaggio della libido tra sé e gli altri e qualificare l’identità di genere. La questione nasce dal fatto che un soggetto dovrebbe poter arrivare, almeno un po’, al piacere e al desiderio svincolati dal godimento che in definitiva è libido non articolata al significante senza un taglio. Sinora Carla ha ritenuto evidentemente per lei troppo pericoloso tutto questo, tant’è che ad esempio si è ben guardata dall’entrare in un gruppo di psicodramma. L’idea che mi sono fatta ascoltando Carla è che abbia scelto, almeno sino ad un certo punto, di rifugiarsi apparentemente più comodamente, nella malattia, sperando così di riuscire a mettersi al riparo dal correre il rischio di aprirsi a qualsivoglia dimensione di piacere che sia al di fuori della dimensione narcisistica, ivi compreso quello sessuale. In questo momento comincia ad emergere la questione del come mai lei non si sia mai potuta davvero un po’ occupare di se stessa, di come non si sia mai concessa, ad esempio, di comprarsi un vestito carino né si sia mai potuta aprire ad una storia sentimentale. Carla infatti indossa sempre pantaloni e magliette sformate, seguita di fatto a non gradire per niente le frequentazioni con i parrucchieri e guardandola si ha la sensazione che davvero non abbia un sesso. Penso che tuttavia il lavoro condotto sino ad ora  abbia aiutato Carla almeno nella misura in cui il transfert con l’analista le ha consentito una qualche riorganizzazione dei suoi significanti permettendole così di effettuare qualche piccolo taglio. Forse questa sorta di rassicurazione potrà esserle utile ancora per rischiare altri passi in questa direzione.

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