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Arteterapia & Alzheimer

 “…Quando ripenso alle conoscenze acquisite dalla prima esperienza con la malattia di Alzheimer ad oggi, sono soddisfatta perché posso affermare con certezza che ogni forma d’arte, anche se povera, alternativa, semplice diviene una piccola vittoria sull’annientamento della persona che tale malattia porta con sé.
Nello spazio transizionale dell’arte, aver dato voce alle forme, ai colori, alle linee, ascoltando le risonanze emotive che risuonavano in ognuno di noi, ha permesso un incontro diverso, attraverso linguaggi non verbali, con chi lentamente ed inesorabilmente è stato privato della sua identità.

Ho scoperto che attraverso l’arte è possibile entrare in contatto anche con le parti più sofferenti dell’altro, senza spaventare e allontanare in posizioni di difesa o negazione del dolore, permettendo una reciproca fiducia, utente e terapeuta, in un percorso di vita unico.
Sono dieci anni che svolgo questa professione in diversi ambiti di cui quattro con con il Centro Donatori del Tempo. Questo libro vuole essere la condivisione di un’esperienza con quanti desiderano approfondire la relazione tra arteterapia e Alzheimer…”

Informale e Alzheimer
Si tratta di portare alle estreme conseguenze il concetto di sostituire totalmente e integralmente la realtà dipinta con la realtà della materia. D’intuire il valore evocativo della materia.  Ho dedicato queste ultime pagine ad alcune riflessioni molto personali circa il possibile parallelismo tra l’arte informale e l’arte prodotta da alcuni malati di Alzheimer.
Qualcuno potrà obiettare che, a causa del processo degenerativo, vengono a mancare i requisiti necessari per poter fare un confronto. Gli artisti professionisti, oltre a mantenere intatte le facoltà cognitive visuo-spaziali e di astrazione, sono consapevoli del loro fare artistico e del fatto che attraverso l’opera esprimono una tradizione, un’educazione o una contrapposizione ad esse; nel malato di Alzheimer grave, questa consapevolezza viene a mancare o è presente per un tempo molto breve non sufficiente per riconoscersi nell’oggetto creato. Non va però dimenticato che in taluni casi la malattia stessa ha permesso di rompere quelle resistenze che per tutta una vita hanno impedito di esprimersi artisticamente.
Può allora esistere arte fuori dall’atto di volontà? Per rispondere dobbiamo riconoscere che un elemento imprescindibile è il bisogno ancestrale di ogni uomo a creare, sano o malato, ma a livelli diversi. Se dell’arte riconosciamo principalmente la caratteristica di essere libertà di espressione, sganciata da imposizioni culturali, temporali o di mercato, allora la risposta è sì.
Nel capitolo in cui ho parlata dell’arteterapia, ho sottolineato che uno degli errori in cui può imbattersi un conduttore, è la ricerca del genio. Ribadisco questo concetto, ma aggiungo che se è vero che il mio scopo principale, quando conduco un atelier (nello specifico con malati di Alzheimer), non è quello di scoprire un artista, è anche vero che può capitare di scorgere, in alcune opere, tratti e caratteristiche che mi rimandano ad una corrente artistica: l’arte informale.
Cosa evidenziare? Come porci di fronte ad un “opera Alzheimer”? Spesso quando ci troviamo di fronte ad una tela che non rimanda ad elementi reali siamo portati a chiederci il suo significato. Quanto più si avvicina alla realtà, tanto più ci tranquillizza; viceversa quanto più si allontana, servendosi di forme colori, materia, tanto più ci spinge a domandare: “ ma cosa vuole dire”? Questo è spesso dettato dall’incapacità di lasciarsi condurre dalla materia stessa e da tutto ciò che essa può suscitare in noi. La comprensione di queste immagini non segue più la logica della ragione, ma delle emozioni che la forma, il colore, la materia suscitano ed evocano. Guardare “un’opera Alzheimer” vuol dire anche essere capaci, di fronte ad un nuovo linguaggio, di perdere quello convenzionale, divenire muti come un malato di Alzheimer e, in rispettoso silenzio, lasciarsi pervadere.
Per comprendere le assonanze dobbiamo ripercorrere la storia dell’arte informale, evidenziare gli elementi che la caratterizzano e trovare che in misura eguale appartengono alla modalità espressiva di alcuni malati di Alzheimer.
Il mondo dell’arte dagli ultimi anni dell’800 in poi ha subito repentini e profonde mutazioni. Immenso e complesso è lo scenario storico artistico e delle persone che vi hanno partecipato e vi partecipano. L’arte è il luogo della “trasgressione” alle convenzioni sociali e della “rottura” con il rigido mondo accademico.
Tuttavia una corrente artistica raccoglie intorno a sé persone, che per i traumatici effetti della seconda guerra mondiale e influenzati dall’esistenzialismo si rivolgono alla pittura: l’arte informale, la cui attenzione è rivolta soprattutto al processo artistico in sé e all’uso della materia. Le opere degli artisti si caratterizzano per l’assenza di una forma chiaramente riconoscibile, da qui il termine informale. Al posto degli elementi che caratterizzano l’arte tradizionale, lo spazio artistico è occupato da macchie di colore, indefinite e casuali, trame di segni, matasse, grovigli, grumi di materia consegnati alla tela attraverso il “gesto” che viene anch’esso eletto ad elemento indispensabile nel processo creativo.
Nei capitoli precedenti ho parlato della necessità intrinseca di creare dell’uomo e che la malattia (nel nostro caso l’Alzheimer) difficilmente, o solo nello stadio più avanzato, annulla. Il gesto è elevato ad azione che rompe il silenzio e l’immobilità quotidiana. Il segno è la traccia che racconta il passaggio dell’essere umano in quel luogo, in un tempo ben preciso. Segno che grida allo spettatore: “ io ci sono, io ho qualcosa da raccontare…”
Osservando le correnti principali che si delineano all’interno dell’arte informale, quella gestuale, di cui ne è il massimo rappresentante Pollock, quella materica con Dubuffet, Mariani, Burri, Tapies, quella spaziale di Fontana ed infine quella detta pittura segnica con Capogrossi ( quest’ultima si distacca leggermente per un rifiuto meno netto verso la forma, utilizzata solo come elemento grafico, privo di contenuti, un puro virtuosismo cromatico), non è presuntuoso evidenziare i punti d’incontro con l’arte di alcuni malati di Alzheimer. Nell’atelier può essere esaltato anche solo il gesto: atto fisico che riconsegna prepotentemente la persona alla realtà. (fig. 44 – 45)
La materia è stracciata, tagliata, aggrovigliata, incollata, cucita, bruciata. Essa ci rimanda ad un’intimità che il malato sente sfuggirgli e vorrebbe incatenare a sé, legare per non perdersi. Non è poi così difficile lasciarsi trasportare emotivamente quando osserviamo opere di questo tipo. Forse è più difficile accettare che esse facciano risuonare qualcosa dentro di noi, perché della diversità ci fa paura proprio la possibilità che essa ci assomigli un po’.
Le immagini che seguono appartengono ad opere di artisti di questa corrente; esse sono affiancate da opere eseguite da malati di Alzheimer.
Informale: un’arte libera di esplorare nuovi materiali, che rompe con la tradizione, svincolata da forme riconoscibili. La tecnica utilizzata è mista, colori, stoffe, colle, sostanza chimiche s’incontrano sul terreno della sperimentazione.
Informale: un’arte immediata, spontanea, irrazionale senza schema strutturale significante. Le forme s’inseguono a riempire uno spazio che, se lasciato vuoto, creerebbe angoscia. La ripetitività di linee e sagome crea un ritmo che culla, rilassa. Nel caso dell’arte di un malato di Alzheimer è possibile parlare di una vera e propria dialettica tra pieno e vuoto. Riempire uno spazio per riempire un’esistenza che lentamente va svuotandosi di ricordi e vissuti. Nell’anziano Alzheimer è portato all’estremo una tendenza che è già dell’uomo sin dalle sue origini: quella di creare per lasciare una traccia di sé nel mondo: ultimo grido prima del silenzio. Osservando un’opera di un malato di Alzheimer è importante tenere presente questo concetto, solo così potremo essere capaci di ascoltare le parole che la tela ci sussurra. E a quanti ancora, davanti ad un’opera informale o Alzheimer, chiedono insistentemente quale significato abbia, rispondo con le parole di Carlo Zinelli: “…se non te si cretino, guarda!…”

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