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Analisi di un campione di operatori addetti alla cura di vittime di abuso sessuale.

Analisi di un campione di operatori addetti alla cura di vittime di abuso sessuale.

La nozione che lavorare con persone che soffrono abbia un costo significativo per il caregiver non è il prodotto di una riflessione nuova. Sebbene i costi emotivi siano svariati e segnalati, in pratica, da sempre, chiunque sia stato accanto al letto di un paziente grave, sa bene quanto sia pesante prendersi cura dei bisogni di una persona sofferente. Tuttavia, è solamente negli ultimi anni che ci si è dedicati in modo serio ad esaminare gli effetti che l’essere testimone delle indescrivibili ferite inflitte dalle esperienze traumatiche può avere sul caregiver.

Queste indagini di ricerche si sono evolute nel corso dello scorso secolo, consegnandoci una larga varietà di risorse.
Uno dei primi riferimenti, reperibili nella letteratura scientifica riguardo il costo del ruolo di cura, risale aCarl G. Jung in The Psychology of Dementia Praecox (Jung, 1907). In questo testo, Jung, discute le sfide del controtransfert – intendendo con questo la reazione, conscia ed inconscia, del terapeuta al paziente in terapia- ed in particolare, delle difficoltà controtransferali che l’analista incontra lavorando con pazienti psicotici. Jung suggerisce una strategia di trattamento nel quale il terapeuta partecipa alle fantasie e allucinazioni del paziente, con il paziente. Tuttavia, avverte che questa intensa partecipazione al dolore e immersione nelle  fantasie del mondo buio e doloroso delle immagini traumatiche, sortisce effetti significativi e deleteri per il terapeuta, specialmente per i neofiti e/o per quei terapeuti che non hanno risolto i propri nodi di sviluppo traumatico (Sedgewick, 1995). Gli studi sul controtransfert producono i primi scritti nel campo della psicoterapia che esplora sistematicamente gli effetti che la stessa psicoterapia ha sui terapeuti (Haley, 1974; Danieli, 1982; Lindy, 1988; Wilson et Lindy, 1994; Karakashian, 1994; Pearlman et Saakvitne, 1995). Alcuni recenti studi hanno suggerito che, a volte, i terapeuti vivono reazioni stransferali che imitano i sintomi dei propri pazienti (Herman, 1992; Pearlman & Saakvitne, 1995). Ad esempio, nel lavorare con pazienti sopravvissuti ad esperienze traumatiche, gli autori hanno segnalato reazioni controstransferali che mimano i sintomi di un Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD; Lindy, 1988; Wilson et Lindy, 1994; Peralman et Saakvitne, 1995).
Il Bournout, o “sindrome da esaurimento emotivo, depersonalizzazione e riduzione del talento personale” (Maslach, 1976), è stato usato per descrivere gli effetti cronici che gli psicoterapeuti soffrono a conseguenza dell’interazione con i loro pazienti e/o le richieste del loro posto di lavoro (Freudenberger, 1974; Cherniss, 1980; Farber, 1983; Sussman, 1992; Grosch & Olsen, 1995; Maslach & Goldberg, 1998). Numerose ricerche hanno mostrato che la vulnerabilità al bournout dei terapeuti è correlata alla sensazione di isolamento personale, successi ambigui e al depauperamento emozionale conseguente all’empatia (McCann et Perlamann, 1990). Il burnout, inoltre, si rivela non solo psicologicamente debilitante per i terapeuti, ma riduce e danneggia la capacità dei terapeuti di dare prestazioni competenti ed efficaci per la salute mentale dei pazienti (Faber, 1983). La letteratura sul burnout, coi suoi 25 anni di storia, descrive accuratamente i phenomena e suggerisce protocolli di intervento di prevenzione e trattamento, atti ad aiutare i professionisti. Gli studi sugli effetti del Trauma hanno portato ad una migliore comprensione degli effetti negativi nelle professioni di cura. Reazioni psicologiche al trauma sono state descritte in passato, durante centocinquanta anni, attraverso diverse definizioni come “shock da granata”, “nevrosi da combattimento”, “railroad spine syndrome” e “sindrome da affaticamento da combattimento”. Nonostante questo, prima del 1980, quando per la prima volta il Post Traumatic Stress Disorder (PTSD) venne formalmente riconosciuto come uno dei disturbi d’ansia, e, quindi, inserito in Asse I nel DSM-III, non era stata data nessuna classificazione ufficiale a questi disturbi. Da quel momento in poi, le ricerche sul PTSD hanno avuto una crescita esponenziale (Figley, 1995; Wilson et Lindy, 1994) e il campo della traumatologia è stato definito con proprie riviste, numerose organizzazioni professionali e un’unica e peculiare identità professionale (Figley, 1988; Bloom, 1999; Gold et Faust, 2001). Così come i terapeuti sono sempre più di frequente chiamati ad assistere sopravvissuti a crimini violenti disastri naturali, abusi infantili, torture, atti di genocidio, persecuzioni politiche, guerre e terrorismo, la discussione relativa alle reazioni dei terapeuti e delle altre professioni di aiuto nel lavoro con sopravissuti a traumi è emersa di recente nella letteratura della traumatologia (Figley, 1983, 1995; Danieli, 1988; McCann et Pearlman, 1990; Pearlman et Saakvitne, 1995; Stamm, 1995). Gli operatori che ascoltano narrazioni di traumi, di crudeltà umane e di perdite estreme possono essere sopraffatti e provare sentimenti di paura, dolore e sofferenza, simili a quelli dei loro pazienti. Possono, inoltre, sviluppare sintomi di PTSD simili a quelli dei loro pazienti, come pensieri intrusivi, incubi, evitamento, aumentato arousal, così come la sensazione di cambiamento nella loro relazione con se stessi, con i propri familiari e amici (Figley, 1995; McCann et Pearlman, 1990, Salton, 1999). Questo può portare gli stessi terapeuti ad avere bisogno di assistenza e supporto per potere affrontare gli effetti che l’ascoltare esperienze traumatiche altrui ha su di loro. Mentre la letteratura sperimentale si sviluppa lentamente in quest’area, c’è un emergente corpo di pubblicazioni scientifiche che si pone lo scopo di identificare e definire la traumatizzazione degli operatori nel loro lavoro di aiuto. Nello stesso anno, Pearlman e Saakvitne (1995), Figley (1995), e Stamm (1995) hanno scritto o revisionato test che esplorano questo fenomeno tra i professionisti dell’aiuto. I termini: “Traumatizzazione vicaria” (McCann & Pearlman, 1990; Pearlman & Saakvitne, 1995), “traumatizzazione secondaria” (Figley, 1987; Stamm, 1995) e “compassion fatigue” (Figley, 1995), sono tutti termini diventati pietre miliari nel gergo che descrive gli effetti deleteri di cui soffre chi lavora coi sopravvissuti al trauma. La Traumatizzazione vicaria (McCann et Pearlamm, 1990) si riferisce alla trasmissione di stress traumatico attraverso l’osservazione e/o l’ascolto di storie di eventi traumatici e lo spostamento e le distorsioni che derivano, nel caregiver, a carico del sistema percettivo e dei sistemi di significato. La traumatizzazione secondaria – disturbo da stress post traumatico secondario – si verifica quando uno è esposto ad eventi estremi, vissuti direttamente da un’altra persona e viene sopraffatto da questa esposizione secondaria al trauma (Figley et Kleber, 1995). Numerose teorie sono state proposte, ma nessuna è stata capace di dimostrare in modo conclusivo e definitivo il meccanismo che sta dietro la trasmissione di stress traumatico da un individuo ad un altro. È stato ipotizzato che, in questa trasmissione, un ruolo significativo sia da attribuirsi al livello di empatia del terapeuta con gli individui traumatizzati (Figley, 1995), e ci sono germoglianti dati empirici che supportano questa ipotesi (Salston, 2000). Figley (1995) propone anche che gli effetti combinati derivanti dalla visualizzazione continua delle immagini traumatiche dei pazienti, aggiunti all’effetto del burnout possano creare una condizione progressivamente debilitante nel caregiver; condizione, questa, che viene definita “stress da compassione”. Questo porta con sé che l’esposizione alle storie traumatiche dei pazienti può produrre una forma di disturbo post traumatico da stress nel quale il Criterio A, o “criterio evento”, del DSM è soddisfatto attraverso l’ascoltare, piuttosto che nell’esperienza in vivo di un evento traumatico. E’ interessante l’emergere di un dato significativo durante le ricerche e confermato da questa ricerca. Molti degli stessi terapeuti avevano, in passato, esperito esperienze traumatiche (Gentry, 1999). Potrebbero non esserci stati sintomi associati a questi eventi, o questi potrebbero essere rimasti sub-clinici. Si è osservato che come questi caregivers incontrano il materiale traumatico portatogli in seduta dai loro pazienti, molti di loro cominciano a sviluppare sintomi clinici post traumatici, associati con le loro storiche esperienze, fino ad allora “benigne” e/o asintomatiche. Nei tentativi di curare la “Compassion Fatigue” si è concluso che è spesso necessario indirizzarsi, prendersi cura e risolvere lo stress traumatico primario prima di potere occuparsi dello stress traumatico secondario e/o del burnout. C’è sempre, inoltre, un effetto di interazione, o meglio una sinergia, tra lo stress traumatico primario, quello secondario e sintomi del burnout. Sperimentare sintomi di una sola di questi sembra diminuire la resilienza e abbassare la soglia per l’effetto avverso degli altri due. Questo sembra portare ad un’insorgenza rapida di sintomi severi che possono diventare estremamente debilitanti per il terapeuta in un periodo di tempo molto breve.

La ricerca
Lo scopo della ricerca era esplorare il grado di traumatizzazione vicaria degli operatori che si occupano di pazienti sessualmente abusati e di paragonarlo a quello di altri operatori socio-sanitari. I dati riportati in letteratura suggeriscono un ruolo importante del genere, dell’età e del grado di soddisfazione relativamente al proprio lavoro come caregiver. Sono noti alcuni fattori di rischio a carico dell’operatore, quali l’essere stata vittima di abusi sessuali a propria volta e l’essere giovane. Ci si aspettava, inoltre, ad esempio, che gli operatori in ambito psicologico/psichiatrico dovessero essere meno a rischio di sviluppare i sintomi del Secondary Traumatic Stress.

Metodo
Partecipanti. I partecipanti alla ricerca sono stati 43, uomini e donne. Il campione principale era formato da operatori (psicologi, psicoterapeuti, assistenti sociali, medici, infermieri, educatori) che lavorano con pazienti che sono stati resi vittime di una forma di abuso sessuale. Il campione di controllo era costituito da operatori sanitari (con le stesse figure professionali del campione principale) che si occupano principalmente di altre tipologie di pazienti.  I partecipanti, tutti di madrelingua italiana, hanno età compresa tra i 24 e i 67 anni di età. L’età media è risultata essere 43.66 (st.dev.= 11,937), con una differenza rispetto al campione di appartenenza: campione 47.05 (st.dev= 11.933), controllo 40.52 (st.dev= 11.334).

Procedura
Il campione principale era costituito essenzialmente da operatori che lavorano presso strutture sanitarie pubbliche o in associazioni private e che si prendono cura di pazienti sessualmente abusati. Il campione di controllo è stato reclutato, con le stesse modalità, assicurandosi che la maggior parte dei loro pazienti non facesse un trattamento per delle problematiche legate alle sequele di un abuso sessuale. Ogni pacchetto ( in anonimato) di questionari comprendeva una presentazione alla ricerca, il modulo per il consenso informato, la Symptom Check List- 90 ( SCL-90, Derogatis, 1977), la versione italiana del Pro QOL e, infine, una scheda personale, nella quale oltre a età e professione venivano richieste ulteriori informazioni la cui conoscenza era necessaria per verificare – o confutare- le ipotesi di partenza. Chiedevamo quindi, se si era o no fatta un’esperienza personale di psicoterapia, sia a scopo didattico, in formazione, che per iniziativa totalmente personale, se si erano avuti, e a che età pazienti, che avessero richiesto aiuto anche per le conseguenze abuso sessuale, se essi stessi fossero stati vittime a loro volta di molestie o abusi sessuali. Non tutti i questionari sono stati completati, in alcuni non è stata compilata la scheda personale in altri è stata compilata solo parzialmente; altri ancora, hanno mal compilato il ProQOL o l’SCL 90, rispondendo in modo assolutamente costante a tutte le domande. I questionari sono stati somministrati dalla seconda decade di ottobre 2007 fino a prima delle vacanze di Natale dello stesso anno, questo in quanto la compilazione del questionario doveva fare riferimento essenzialmente agli ultimi trenta giorni, e sembrava poco utile raccogliere dati subito dopo le vacanze estive o dopo le vacanze natalizie.

Misure indipendenti
Dopo avere attentamente visionato alcuni dei questionari che erano stati proposti ai rispondenti durante precedenti ricerche, per lo più in territorio statunitense, si è ritenuto opportuno scremare le domande presenti in quei questionari, al fine di renderle il meno invadenti possibile, pur garantendo l’utilità per la quale venivano somministrate. Così, alle domande canoniche, che risultavano morbose nell’insistenza e nella precisione di domande e, quindi, di risposte circa i precedenti traumi, lutti e le precedenti esperienze di abuso personale subito o assistito (indagando tutte le aree di abuso, specie sessuale, tutti i possibili agenti: familiari diretti – genitori, fratelli, zii, cugini – e conoscenti, amici, ex partners), le diverse età, il contesto, si è sostituito un questionario che indaga pochi punti fondamentali: età, genere, stato civile, professione, chiede se si sono occupati e a che età – e quindi per quanto tempo e se ancora lo fanno (questo non era esplicitamente chiesto, ma, come previsto, tutte le risposte ne davano conto)- di pazienti sessualmente abusati, personali esperienze traumatiche pregresse, molestie sessuali, abusi sessuali, precedente esperienza di psicoterapia individuale. Si è deciso di rendere tutto con degli autosomministrati, e ai primi rispondenti è stato chiesto al momento della riconsegna un parere sulla pesantezza della compilazione. Alleggerire l’intrusività degli item sembrava il modo migliore per evitare grossi drop-out e materiale testale incompleto.

Misure dipendenti
Ai partecipanti è stato chiesto di compilare il ProQOL, Professional Quality of Life Scale, nella sua versione italiana. Il questionario, costituito da 30 items, indaga con le sue tre sub-scale, le nostre tre variabili dipendenti: Compassion Satisfaction (CS), Burnout (B), e Secondary Traumatic Stress (STS). È stata somministrata, inoltre, la SCL-90, Symptom Check List-90 (Derogatis, 1977), allo scopo sia di isolare eventuali soggetti particolarmente problematici, che di identificare i soggetti con punteggi elevati nell’area della depressione e dell’ansia che sembravano costrutti correlabili alle variabili dipendenti Burnout e Secondary Traumatic Stress, identificati con il questionario ProQOL; nonché con lo scopo di differenziare lo stress generale da quello trauma-specifico identificato dal ProQOL. Il test SCL-90 (Symptom Check List) è un questionario autosomministrato composto da 90 items che indaga l’eventuale esperienza di disturbi specifici, nel corso dell’ultima settimana o mese – nel nostro progetto si chiedeva di fare riferimento agli ultimi 30 giorni. Il soggetto fornisce una valutazione con una scala Likert a cinque punti da 0 ( =per niente) a 4 ( =moltissimo). I risultati individuano dieci dimensioni sintomatologiche di diverso significato; per ognuna di esse il punteggio relativo è calcolato come medie delle domande con risposta. In generale si considerano d’interesse punteggi medi uguali o maggiori a 1.00. È calcolato, inoltre, un indice globale (GSI, Global Score Index) come punteggio medio di tutte le domande con risposta del test; taluni altri considerano, infine, il numero assoluto delle domande con sintomo, e quindi il numero degli item cui il soggetto abbia attribuito punteggio di 1 o più. Le dieci dimensioni sintomatologiche sono le seguenti:
     Somatizzazione (SOM): Riflette disturbi che sorgono dalla percezione di disfunzioni corporee.
     Ossessione-Compulsione (O-C): Pensieri, impulsi e azioni sperimentate come incoercibili e non volute dal soggetto.
     Sensibilità interpersonale (INT): Sentimenti di inadeguatezza e inferiorità nei confronti di altre persone.
     Depressione (DEP):  Riassume un ampio spettro di sintomi concomitanti ad una sindrome depressiva.
     Ansia (ANX): Insieme di sintomi e comportamenti correlati ad un’alta ansia manifesta.
     Ostilità (HOS): Pensieri, sentimenti e azioni caratteristici di uno stato di rabbia. irritabilità, risentimento.
     Ansia fobica (PHOB): Persistente risposta di paura irrazionale e non proporzionata nei confronti di persone, luoghi ed occasioni specifici che conduce a comportamenti di evitamento/fuga.
     Ideazione paranoide (PAR): Disturbo del pensiero caratterizzato da sospetto, paura di perdita di autonomia misto ad ostilità ed idee di riferimento.
     Psicoticismo (PSY): Pur includendo alcuni sintomi primari della schizofrenia (allucinazioni, estraneità del pensiero), è da intendersi come una dimensione continua dell’esperienza umana caratterizzata da ritiro, isolamento e stile di vita schizoide e non certo come sintomo diagnostico della patologia schizofrenica.
     Disturbi del sonno (SLEEP): Insonnia, sonno disturbato, risveglio precoce.
Quattro item non risultano appartenere ad alcuna dimensione, ma entrano comunque nella valutazione dell’indice globale (GSI).

ProQOL – Versione Italiana
La versione italiana del test è stata ottenuta attraverso una serie di translations e back-translations. Ero a conoscenza di una precedente traduzione dello stesso test, ma ad una degli autori, la dott.sa Stamm, e alla sua equipe questa non risultava, così in accordo con loro si è proceduto ad ottenere una versione nella lingua italiana a partire dalle versioni in loro possesso già validate. A partire, quindi, dalla versione madre, inglese, e dalle versioni figlie in francese e spagnolo si è proceduto come segue:

  1. Si è compiuta una prima traduzione dall’inglese all’italiano.
  2. Si è fatta, poi, la stessa cosa per le versioni spagnola e francese, entrambe grazie alla collaborazione di due bilingui con la lingua italiana.
  3. Si è, quindi, cercato di porre insieme le versioni derivanti dalle tre lingue e una volta ottenuta una versione italiana, la si è sottoposta al giudizio di due giudici indipendenti: un madrelingua inglese e un bilingue inglese-italiano.
  4. A questo punto c’era una concordanza molto buona su buona parte degli items, fatta eccezione, a volte, per la traduzione della parola “caregiver”, sulla quale si registrava un maggiore disaccordo.
  5. Preso nota dei suggerimenti si è ottenuta un’ulteriore e definitiva versione del test, dove gli items “disturbanti” etano stati rivisitati e quindi sottoposti ancora al giudizio di tre diversi giudici indipendenti, che ha ottenuto il nulla osta, con un inter-rater agreement di oltre il 90% (α=0,906).

A questo punto si è ritenuto di poter sottoporre il questionario al campione, consapevoli del fatto che un’analisi di validazione rappresenterebbe il metodo migliore per stabilire la validità del test anche nella lingua
italiana. Avendo a disposizione un campione con una numerosità più significativa si procederebbe con ulteriori verifiche.

La codifica
La prima fase dello scoring consiste nell’invertire il punteggio di alcuni items (1, 4, 15, 17, 29) e poi si prosegue con le somme delle tre scale del ProQOL.
 
Risultati
Dai dati trovati in letteratura, dai risultati delle ricerche precedentemente effettuate in questo ambito, ci si aspettava di registrare un livello di secondary traumatic stress maggiore nel campione e non nel controllo, che il gruppo di appartenenza (campione/controllo) non avesse rilevanza relativamente al costrutto del Burnout, che la Compassion Satisfaction costituisse una sorta di fattore di protezione verso Secondary Traumatic Stress e Burnout e, infine, che il profilo ricavato con la SCL-90 (punteggio globale) non correlasse  col secondary traumatic stress. Le ricerche precedentemente condotte in ambito americano, come abbiamo visto, facevano supporre, inoltre, un ruolo sia dell’età che del genere oltre che della propria storia personale, intendendo con questo sostenere che chi avesse un pregresso abuso nella sua anamnesi personale sarebbe più esposto allo sviluppo della sintomatologia. La scelta di condurre la ricerca con operatori appartenenti a diverse categorie, in quanto all’ambito sanitario, mirava a verificare se la professione (psicologi/ psichiatri/ psicoterapeuti vs non-psicologi) avesse ruolo e potesse ad esempio essere un fattore di rischio o di protezione. L’idea di base era che probabilmente un operatore del campo della salute mentale dovesse avere degli strumenti maggiori o comunque più specifici per affrontare lo stress; e con la stessa idea di base si è introdotta anche la variabile “pregressa psicoterapia”. È importante rilevare che il nostro campione è costituito quasi totalmente da donne, l’81 % dei dati disponibili; mentre il controllo è costituito dal 35,4% di donne e conta un numero maggiore di dati mancanti rispetto a questa variabile (vd. tabelle di seguito).
Data la numerosità campionaria (N=43) non sufficientemente ampia per poter supporre di avere un campione che si distribuisse secondo una curva Normale, prima di procedere al confronto delle medie con il test T si è preferito fare il test Non Parametrico di Kolmogorov-Smirnov e di Mann Whitney. Successivamente si è fatto un test T (Indipendent Samples T test). Si nota che la Compassion satisfaction risulta avere valori più elevati per il campione, mentre il burnout ha una media maggiore nel gruppo di controllo. Il Secondary traumatic stress, come ci si aspettava, ha valori maggiori per il campione principale (media campione= 14,4000; media controllo= 10,3182). A conferma che lo stress rilevato dal ProQOL non è relativo a condizioni generali, ma specifico del lavoro di cura, possiamo vedere i valori del punteggio globale della SCL-90: i valori del controllo risultano leggermente più elevati di quelli del campione, i valori della sub scala dell’ Ansia e quella Depressione sono pressoché comparabili nei due campioni, con una leggera accentuazione dei valori della scala Ansia nel controllo rispetto al campione. Differentemente da quanto ci si poteva aspettare partendo dai dati riportati letteratura, essere donna o essere più giovani o entrambe le due cose non ha rilevanza per lo sviluppo di una sintomatologia STS. Con l’analisi della varianza si è rilevato un peso significativo delle pregresse molestie sessuali, come fattore di rischio in coloro che sviluppano maggiormente sintomi STS, mentre il numero ridotto di casi di abusi sessuali non permette di considerare significativi i risultati pertinenti a tale variabile. Si può considerare significativo, sebbene non marcatamente rilevante, del campione di appartenenza. Risulta totalmente irrilevante il tipo di professione svolta.

Correlazioni
Analizzando le correlazioni si rilevano i seguenti dati:
La Compassion satisfaction non correla con nessun’altra variabile, se non una moderata correlazione con l’età (r= .379; sig= .016). Il STS correla con il burnout (r= .472; sig= .002) e con le pregresse molestie sessuali (r= .437; sig= .005), e quest’ultime con un pregresso abuso sessuale(r= .313; sig= .050). Il punteggio alla SCL-90, come previsto, non correla con nessun’altra variabile. Ciò che maggiormente colpisce è la totale assenza di correlazione con una professione più “psicologica”, fatta eccezione per la correlazione con la psicoterapia (r=.527, sig.=.001) e con l’appartenenza al campione o al controllo (r= .385; Sig.=.016). Difatti, quello che mi aspettavo era sì una maggiore frequenza di STS negli operatori che si occupano di pazienti abusati, ma sembrava sensato supporre che uno psicologo o uno psichiatra avesse degli strumenti e una conoscenza tale, anche di se stesso, per la propria formazione, che gli permettessero di affrontare più adeguatamente i fattori che determinano sviluppo di sintomi da secondary traumatic stress. Così come mi aspettavo che l’avere fatto una propria psicoterapia, per formazione o solo per scelta/necessità personale, potesse essere, in qualche modo, avvantaggiato rispetto ai colleghi che, viceversa, non hanno una psicoterapia alle spalle. Un dato trasversale che invece non stupisce, purtroppo, è la percentuale di abusi e molestie sessuali. Sia nel gruppo generale, sia nella proporzione differente nei due campioni.

Conclusioni
Dai dati raccolti e dalle riflessioni conseguenti, potremmo notare alcuni elementi. Il primo è la differenza della media dei nostri campioni, che risulta inferiore, rispetto a quella fornita dagli ideatori dello strumento. Ci si potrebbe chiedere se questo possa essere dovuto ad una maggiore “sanità” della popolazione dell’area italiana, o forse ad una influenza importante, giocata in questo verso, dalla numerosità del campione. O ancora, alla variabilità di professioni che componevano il campione. Pare potrebbe essere interessante analizzare anche la distribuzione e la sua differenza non solo tra professionisti della mente, o della “salute mentale”, e non; ma anche tra i vari altri professionisti. C’è differenza tra educatori, assistenti sociali, infermieri, medici o, anche, volontari?E ancora, qual è il ruolo del posto di lavoro, del luogo, inteso ovviamente non solo strutturalmente, ma come ambiente lavorativo. La struttura in cui si lavora, fornisce sufficienti supporti e strumenti per la gestione delle problematiche che potrebbero derivare dal lavoro di aiuto? Chi ha punteggi più elevati al ProQOL nella scala STS, ma anche in quella Burnout, si ritiene più o meno soddisfatto di chi ha punteggi più bassi? Il ruolo del supporto dell’organizzazione di appartenenza è segnalato in letteratura come una delle variabili con maggiore potere esplicativo, sarebbe interessante vedere come in una realtà molto differente da quella anglosassone, quale è la nostra in Italia, questa rimanga una variabile significativa. Questo dato risulta maggiormente importante nell’ottica della prevenzione e della cura. Non ci si può permettere di trascurare il fatto che un terapeuta che non ha gli strumenti per gestire un lavoro di “compassione”, specie secondo la prospettiva dinamica, diventa se non dannoso, almeno inutile per un paziente che si ritroverà spesso ad esperire sentimenti confusi e che altrettanto spesso si troverà ad indossare i panni del caregiver, per il suo stesso terapeuta, in una totale inversione di ruoli – nei casi più gravi – e che sentirà l’obbligo di dover proteggere il terapeuta dal proprio materiale traumatico, percepito e vissuto come pericoloso

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