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Ambiguità dell’arte visiva e Malattia di Alzheimer

Ambiguità dell’arte visiva e Malattia di Alzheimer

di L. Colucci, O. Musella, S. Pollice, P. Di Maggio, A. M. Fasanaro

L’ osservazione di opere di arte  ed il dialogo sviluppato  a partire da esse è un intervento efficace nei  pazienti con Malattia di Alzheimer: ne suscita l’ interesse, ne  favorisce  l’interazione ed il dialogo. Il  benessere psicologico del paziente e del caregiver ne può risultare  inoltre significativamente migliorato. Non è  tuttavia chiaro  quali  aspetti dell’  arte visiva siano  più  efficaci   nel coinvolgere  e stimolare il paziente. Sono soprattutto  le  immagini definite e  riconoscibili,  in cui l’oggetto e/o la scena rappresentata  hanno una unica interpretazione a coinvolgere ed essere apprezzate, oppure è possibile suscitare maggiore  stimolo ed interesse attraverso immagini caratterizzate da un certo grado di ambiguità? Quale tipo  di ambiguità  stimola maggiormente  i pazienti? E’ valida  anche per i pazienti con malattia di Alzheimer la preferenza verso opere caratterizzate da una molteplicità di possibili interpretazioni? Il nostro lavoro è diretto ad esplorare alcuni di questi aspetti, che sono stati  ben descritti ed analizzati da Semir  Zeki, noto esponente della neuro estetica. Egli  distingue due tipi di ambiguità: quella situazionale e quella formale.

La prima caratterizza immagini in  cui i singoli elementi sono ben identificabili,  ma  in cui la scena complessiva  si presta  a diverse interpretazioni tutte plausibili: le opere di Vermeer, possono, secondo Zeki, costituirne un esempio paradigmatico. L’ambiguità formale  invece caratterizza le opere  in cui  i singoli  elementi  sono  percettivamente ambigui, e dunque difficilmente identificabili:  le opere della corrente cubiste ne sono l’esempio.  La “visione simultanea”, il tentativo  di risolvere il conflitto tra la visione in 3D e la bidimensionalità del piano, che l’autore  mira ad ottenere,  può, di fatto, rendere poco comprensibile l’opera e quindi poco interessante e stimolante.   Secondo Zeki “tutta la grande arte” è tale se è basata sull’ambiguità situazionale. Altri autori, più recentemente, hanno confermato che moderati  livelli di ambiguità sono non solo tollerati ma apprezzati, nell’arte visiva, e che una certa incertezza nel definire precisamente la scena  osservata, contribuisce a rendere interessante, o anche affascinante, un’ opera. Ci siamo proposti in questo lavoro di  valutare la validità dell’ ipotesi formulata da Zeki  nei   pazienti  con danno cognitivo da malattia di Alzheimer. Anche in questi soggetti la condizione di ambiguità situazionale  sollecita maggiore interesse della non ambiguità? Anche in essi l’ ambiguità situazionale è preferita a quella formale? Su di  piano più pragmatico lo scopo  è anche  contribuire alla definizione dei metodi per attuare interventi  di  stimolazione  cognitiva  attraverso l’arte visiva  in questi soggetti. Metodi: sono stati selezionati 30 pazienti affetti da AD lieve-moderato (criteri nincds-adrda)  seguiti presso l’Unità Alzheimer dell’AORN Cardarelli di Napoli. I pazienti, in trattamento stabile con  inibitori delle colinesterasi, avevano un età media di 71 anni e un MMSE medio di 20.1, ed erano inseriti in un  progetto che prevedeva  l’osservazione e il commento di opere d’arte visiva. Le immagini, scelte da storici dell’arte in linea con le definizioni di ambiguità riportate da S. Zeki, erano in totale 30:10 caratterizzate da ambiguità situazionale, 10 da ambiguità formale e 10 non ambigue. L’intero programma, della durata complessiva di due mesi, prevedeva in ogni incontro la presentazione di 3 opere ognuna delle quali era rappresentativa di una delle categorie sopraindicate. E’ stato misurato per ognuna delle opere : a) il tempo speso nell’osservazione e nel commento; b) il grado di apprezzamento estetico. Risultati: L’analisi dei risultati è stata effettuata con Anova. E’ risultato che  i pazienti  preferivano  le immagini caratterizzate da ambiguità situazionale, rispetto alle altre. Il tempo speso per osservare e commentare tali opere è risultato inoltre nettamente  superiore rispetto a quello impiegato per le  opere caratterizzate da ambiguità formale o per quelle non ambigue. Discussione e Conclusioni:  I  pazienti con Malattia di Alzheimer, di grado moderato, hanno  mostrato di  preferire  le immagini caratterizzate da ambiguità situazionale, mentre quelle non ambigue e quelle caratterizzate da ambiguità formale sono risultate essere le  meno preferite. Inoltre il  tempo speso nella osservazione e nel commento delle immagini con ambiguità situazionale era nettamente superiore  rispetto a quello  impiegato nelle stesse attività se le opere erano non ambigue oppure  se  erano  caratterizzate da  ambiguità formale. I risultati sono coerenti con quanto dimostrato nei soggetti sani.  Numerose evidenze suggeriscono infatti  che le opere che presentano un certo grado di incertezza interpretativa sono più spesso valutate  “interessanti e piacevoli”, rispetto a quelle che non hanno  queste caratteristiche. L’ ambiguità “ situazionale”, caratterizzata da  immagini  ben riconoscibili in una  scena  che si presta   a più  interpretazioni  plausibili, è , a differenza delle altre condizioni, particolarmente capace  di evocare ricordi e suscitare interesse. La presenza di un certo grado di dissonanza nelle informazioni visive, dunque la presenza di una certa ambiguità formale, come quella delle opere di  corrente cubista, sembra invece porre invece una sfida troppo ardua  al sistema cognitivo di questi pazienti  e, conseguentemente, desta  scarso  interesse. Probabilmente ciò accade  perché essa  richiede capacità cognitive  superiori a quelle che  i pazienti  possiedono.  Il processo  di identificazione, evidentemente complesso, lo è  verosimilmente ancora di  più per   soggetti con danno cognitivo da  malattia di Alzheimer.  I nostri pazienti , a più riprese,  dichiaravano  di non riuscire a cogliere l’elemento rappresentato nell’opera, ne’ i  suoi contorni, e di non comprendere la scomposizione dei piani. L’opera  spesso risultava  incomprensibile. Secondo Fechner ed il  “principle of the aesthetic middle” si  genera nell’osservatore una  iperstimolazione, che non è  gradita. In altre parole informazioni troppo dissonanti  rendono le  opere poco piacevoli ad un osservatore “naive”, determinando una  difficoltà di riconoscimento di ciò che è  rappresentato, ed uno scarso  godimento dell’opera stessa. Tali opere  sembrano produrre un “fallimento estetico”. Nell’insieme l’ ipotesi proposta, cioè che il piacere estetico è associato soprattutto alla ambiguità situazionale è confermata. Tale condizione si associa infatti  ad un più frequente giudizio di   “piacere ” . Un certo grado di ambiguità  contribuirebbe  dunque a rendere interessante ed   affascinante  un quadro. I pazienti hanno anche riferito  spontaneamente durante l’osservazione di tali opere   ricordi  in qualche modo collegati alle immagini, attuando un  processo simile a quello che è alla base  della  terapia della reminiscenza. I caregiver hanno confermato un effetto  positivo  sul benessere psicologico e che, dopo ogni incontro,  i pazienti  esprimevano il desiderio di  proseguire l’esperienza. L’arte visiva, se caratterizzata  da  moderata ambiguità, può  essere  terapia.

 

 

 

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