Rosae rosarum: declinazioni al femminile.
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Rosae rosarum: declinazioni al femminile.

Nascere donna è di per se un privilegio di natura. La vita sceglie un corpo di donna per donare la vita. La natura si compiace di questo e dona alla donna questo potere.
Attraverso una ferita che resta sempre aperta la creatività prende vita.
E la natura si compiace di realizzare sé in un corpo di donna.
La domanda che sorge spontanea allora è questa:
Da dove viene la negazione di questo potere femminile?
Proprio in quanto potere avviene in un cambio di generazione e non di genere.
Il conflitto nasce da parte di chi detiene il potere in quanto già madre e coloro che per diritto di natura sono chiamate a subentrare, le figlie.

Amore e psiche nella favola di Apuleio: Venere invidiosa e gelosa di Psiche si vendica su di lei con una maledizione.
Core e Demetra: l’invidia della madre per  il regno preso per metà dalla figlia.
Non sono dunque gli uomini i veri oggetti dell’invidia femminile.
La condizione di impotenza e di subalternità all’egemonia maschile si traduce in una sorda rivalità reciproca, spingendo le donne a farsi subdolamente la guerra tra loro …
Laddove la madre, volendo possedere la figlia per la vita, non aiuta la figlia a compiere il cambio generazionale.
Ebbene, proprio nella complessità del legame preedipico madre-figlia –  evidenziato da Freud, quando definiva l’amore della bimba per il padre un “surrogato” dell’amore materno – vanno ricercate le ragioni profonde delle asperità e delle lacerazioni che tanto spesso caratterizzano i rapporti tra donne.
La via indicata per un loro possibile superamento, è la via dell’ elaborazione della relazione con la propria madre, la sola davvero in grado di modificare e trasformare i rapporti fra donna e donna:  è innegabile, tuttavia, che in questa relazione e nella capacità di elaborarla, si gioca la possibilità di gestire e controllare l’invidia nel corso della vita, ogni volta che siamo chiamate a confrontarci con un’altra donna.
Se la donna figlia, non viene aiutata dalla donna madre a compiere con il dovuto rispetto, il proprio processo di identificazione e quindi a differenziarsi da essa il veleno della madre ricade sulla figlia.
Da dove verrebbe la velenosa invidia che colpisce Biancaneve se non dalle brame della madre-matrigna?
Ma nella sagra dello specchio tra proiezioni e brame narcisistiche è proprio la figlia ad avere il danno fatale. L’arma dell’affetto viene dunque usata per legare la figlia vista come concorrente potenziale. Il veleno della mela resta comunque un danno per l’immagine del sé femminile (perché generato dall’identità femminile stessa) e sarebbe letale, se non fosse per il bacio dell’amante che ristabilisce la differenza di genere e recupera, il valore sessuale femminile.
Da qui la nascita dell’aggressività: Dolo- Doglie- Dolore: partorirai con dolore.
No, partorirai con gioia.
Una donna che non per sua volontà ma per diritto di natura, deve subentrare al ruolo creatore materno è per sua natura pura ed innocente, ma la stessa donna la cui identità deriva in tutto con l’identificazione primaria con la madre non può che essere devastata e aggressiva. Questa è clinica che infinite volte si è impregnata nella mela avvelenata di Biancaneve o nei film di Almodovar vedete l’ultimo.
L’umiliazione del narcisismo nella fase di costituzione dell’identità femminile è l’unico vero motivo per cui una donna risulti strutturalmente incapace di amare o di accettare di essere amata.
A questo proposito le statistiche sulle violenze denunciate dalle donne nelle associazioni antiviolenza, mostrano che nell’87,4 % il nemico è il marito o il compagno: le uniche persone che la donna presumibilmente sceglie nella vita con libertà.
Rimane la considerazione che la violenza che una donna subisce nella vita è pari e proporzionale alla violenza subita nel rapporto primario famigliare: la componente sadomasochista che connota i rapporti attuali è purtroppo funzione di scarico della tensione del legame che si forma nella cattiva simbiosi primaria.
Quello che è peggio è che molte donne non sembrano rendersene conto, apportando nella loro vita un’infelicità esistenziale e una disperazione divenuta strutturale.
Quella dell’infelicità affettiva, viziata anche dalla violenza e dal dramma, è una storia già scritta nell’anamnesi famigliare.
La parola consapevolezza entrata, assieme ad altre, nel linguaggio consueto, non è, come si crede, il rimedio a tutti mali. Non basta, trasformare in conscio ciò che è inconscio, anche se sarebbe azzardato concludere che fra essere consapevoli di qualcosa che ci riguarda e non esserlo non vi sia alcuna differenza.
É importate tenere presente che fino a quando anche nei gruppi di donne che in ogni incontro di una donna con l’altra si riaccendono le passioni del legame madre-figlia e il dolore per la rinuncia al proprio oggetto d’amore appartenente al proprio stesso sesso a favore di un oggetto di sesso diverso, – in forza di una eterosessualità normata – questo incontro sarà fatale. Finché il lutto per questa perdita non sarà stato attraversato, finché la differenza insisterà ad essere pensata, tematizzata e teorizzata quasi esclusivamente al genere maschile.
É necessario alla “cultura” dell’invidia, fatta propria tra una generazione e l’altra, la cultura della prossimità e della sorellanza. Non più la matriosca e la sua gerarchia ma la sorellanza tra le donne di tutte le età. Sono testimone attiva di questa sorellanza.
É necessario dunque incontrare la madre come donna e non come dio.
É necessario ritornare a riconoscere e a incontrare la natura come madre, come vita.
Essere madre per una donna è solo un ruolo, e bisogna compierlo con potere e responsabilità che questo ruolo rappresenta.
Siamo, come donne, protagoniste della Vita, siamo co-creatrici con la vita stessa, siamo artiste e protagoniste nella storia.
Questo comporta l’abolizione del diritto di dominanza della madre sulla figlia denominato possesso.
Dobbiamo essere consapevoli della nostra forza rinnovatrice che è solare contro la minaccia dell’oscurità.
Anche la bestialità del maschio troverà la soluzione nel momento in cui Iside dona la sua rosa all’asino di Apuleio riportandolo all’umano.
Solo così il soggetto potrà coniugarsi attraverso il predicato sul suo complemento oggetto d’amore.

 

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