Psicoterapia e mediazione artistica con pazienti oncologici
Rivista di Arti Terapie e Neuroscienze / psicoterpia e mediazione artistica con pazienti oncologici

Psicoterapia e mediazione artistica con pazienti oncologici

Nel corso dell’attività svolta all’interno del Servizio di Psiconcologia Dipartimentale dell’ospedale di Perugia, ci è spesso capitato di rilevare l’importanza che l’ arte assume nelle vicende di vita di ogni individuo. Molte sono le persone che trovano forza e risorse nel processo creativo artistico, non soltanto come fruitori ma soprattutto come creatori. Tutte le emozioni trovano  efficace via espressiva  attraverso i linguaggi artistici: musica, pittura, poesia, danza, recitazione, narrativa, fotografia e altri ancora.

E’ esperienza a noi comune dar voce ad un sentimento, sia esso piacevole o doloroso, per mezzo di una di queste forme artistiche, direttamente in prima persona o indirettamente, usufruendo di un produzione artistica già esistente.
Chi non si è mai ritrovato a commuoversi ascoltando un brano musicale, guardando un quadro, una statua o leggendo un libro? E’ un luogo comune dire: “Non ci sono parole per esprimere quello che si prova”, dove per “parole” si intende il linguaggio verbale; al contrario un prodotto artistico  può condensare, attivare e sprigionare emozioni complesse di immediata ed allargata condivisione tra più persone, che pur non si conoscono. Secondo la Handler Spitz  , “l’arte comprende più simboli di quelli psicoanalitici”, intendendo con ciò la potenzialità dell’espressione artistica nel veicolare contenuti inconsci e rimossi.
Sulla base di queste considerazioni, nel maggio 2006, è nato il Laboratorio di Arti Terapie Integrate,  iniziativa sostenuta dall’Associazione Umbra Contro il Cancro (AUCC onlus).Il principio base a cui ci si riferisce è l’antichissimo rapporto tra uomo e arte. Nelle popolazioni primitive  arte e salute, arte e guarigione, erano concetti strettamente intrecciati tra di loro ed espressi nella figura dello sciamano, detto anche uomo medicina. Lo sciamano aiutava le persone a ritrovare l’equilibrio psicofisico turbato dalla malattia, utilizzando musica, danza e pittura. Successivamente, con lo sviluppo della civiltà, arte e medicina hanno preso strade divergenti, fino ad assumere significati opposti tra di loro: l’arte si è fatta portavoce della sfera emotiva, affettiva, irrazionale, quasi in contrapposizione alla medicina, che è invece diventata appannaggio della scienza, della razionalità e della logica.Solo nell’ultimo secolo si è rivalutato il concetto dell’arte come terapia; sono così nate, nel senso di riformulazione in veste scientifica, le differenti arti terapie: musicoterapia, arteterapia plastico-pittorica, danzaterapia, drammaterapia, arte terapia poetica . In che cosa differisce l’arte dall’arte terapia? Semplificando possiamo dire che l’arte terapia, in senso lato, è una forma di relazione d’aiuto volta a promuovere un miglioramento della qualità di vita dell’individuo, che avviene per mezzo dei linguaggi artistici. A differenza dell’arte, l’obiettivo primario non consiste nella realizzazione del prodotto artistico, ma nella costituzione di una relazione tra il cliente e l’arte terapeuta, che sia in qualche modo di aiuto per il fruitore. Altra importante differenza consiste nel fatto che l’arte terapia non si prefigge scopi didattici  di apprendimento di tecniche, né, tanto meno, si propone di verificare e valutare tali risultati sul piano tecnico. Non è  necessario avere una formazione artistica per partecipare ad un laboratorio di arti terapie integrate. Spesso i pazienti si preoccupano della loro personale carenza tecnica, ma sono prontamente rassicurati dai terapeuti sulla totale estraneità, nella terapia per mezzo dell’arte, dell’aspetto valutativo in senso tecnico ed estetico. In arte terapia è di fondamentale importanza stabilire fin dai primi incontri un clima accogliente e non giudicante. Infatti, come confermano studi fatti su studenti universitari , l’originalità e la capacità creativa aumentano in un clima di indulgenza, sicurezza, amicizia, collaborazione, permissività e così via. Tutti noi abbiamo fin da bambini la capacità di esprimerci attraverso musica, canto, danza, disegno, pittura, recitazione, etc. Attraverso il gioco, il processo creativo permette al piccolo individuo di sperimentarsi in ruoli nuovi e diversi, fino al raggiungimento della personalità adulta e matura, in un continuo fare e disfare di trasformazioni. Il gioco, in particolare il gioco in comune, è in sé una terapia che avviene all’interno di una relazione . Nell’adulto l’attività fantastica prende il posto del  gioco, ma, a differenza del bambino,  generalmente l’adulto si vergogna delle proprie fantasie ed opera costantemente un processo di rimozione oppure di repressione cosciente, qualora esse affiorino alla coscienza . L’artista sembra essere la persona in grado di esprimere, attraverso la propria capacità  tecnica artistica, tali contenuti altrimenti inaccettabili, dando voce a sentimenti umani condivisi, comunemente rimossi o repressi. A tale proposito dice Freud : “ …il poeta ci mette in condizione di gustare d’ora in poi le nostre fantasie senza alcun rimprovero e senza vergogna”. Bisogna  comunque fare attenzione, come ci suggerisce Arieti , a distinguere il prodotto creativo dal processo creativo: quest’ultimo appartiene ai meccanismi mentali primitivi definiti da Freud  processo primario. Nel processo creativo i meccanismi del processo primario (inconscio, irrazionale) compaiono intrecciati e combinati in modo complesso a quelli del processo secondario (logico-razionale).  A questa combinazione, da cui nascono forze inedite ed innovatrici, Arieti  ha dato il nome di processo terziario, “la sintesi magica dalla quale emerge il nuovo, l’inaspettato e l’auspicabile”. Il processo creativo ci accompagna per tutta la vita e costituisce una risorsa, un pozzo a cui attingere per trovare inedite ed appropriate strategie di adattamento alle inevitabili vicissitudini della nostra vita. La malattia, vista come perdita dell’equilibrio di salute, impone la ricerca di ogni strumento possibile, volto a ristabilire l’equilibrio perso. E’quindi indispensabile che, in sinergia con le cure della medicina convenzionale, il paziente richiami a sé tutte  le risorse interne al suo essere, per trovare una strada che lo riconduca verso lo stato di salute.
L’attività da noi svolta è definita “psicoterapia di gruppo a mediazione artistica”, in quanto la relazione terapeutica si sviluppa parallelamente attraverso il linguaggio verbale e quello non verbale artistico. Il materiale artistico prodotto nel corso delle sedute assume lo stesso valore delle associazioni libere, cioè rappresenta materiale da interpretare all’interno della relazione transferale. Così come nella psicoterapia psicodinamica classica (verbale), anche nella psicoterapia a mediazione artistica le interpretazioni non equivalgono a spiegazioni, né tento meno a giudizi sul prodotto artistico. Simmetricamente il terapeuta potrà comunicare con il paziente sia in modo verbale, che attraverso gli stessi linguaggi artistici, scegliendo quello che sente più appropriato al momento. Premessa imprescindibile è il fatto che il terapeuta abbia una formazione specifica, che gli permetta di  muoversi agilmente nella lettura, comprensione ed espressione del materiale non verbale artistico. Per qualcuno sarà più facile esprimersi con le matite colorate o con i pennelli, per qualcun altro con gli strumenti musicali o  con dei versi o con la creta. Dice Kandinsky : “…uno stesso suono interiore può essere espresso contemporaneamente da varie arti, ognuna delle quali lo esprimerà secondo le proprie caratteristiche, aggiungendogli una ricchezza e una forza che una sola arte non potrebbe dargli…Gli uomini hanno  reazioni diverse nei confronti delle forme espressive: uno è più sensibile alla musica (che peraltro coinvolge tutti tranne rarissime eccezioni), un altro alla pittura, il terzo alla letteratura, etc. Inoltre le energie racchiuse nelle varie arti sono fondamentalmente diverse e quindi la loro somma rafforza il loro influsso sull’uomo, anche se agiscono isolatamente”. La persona può così stabilire un contatto e dialogare con il proprio inconscio attraverso il libero fluire di immagini, fantasie, pensieri, ricordi, associazioni, che trovano espressione e materializzazione nei diversi  prodotti artistici, i quali, a loro volta, rappresentano i ponti di comunicazione e di relazione con il terapeuta.
Descrizione dei laboratori: il setting
Il Laboratorio di Arti Terapie Integrate, si svolge una volta alla settimana, per la durata di 2 ore, presso un circolo sociale (Circolo ARCI di S.Erminio) nelle vicinanze dell’ospedale. Altre 3 ore sono dedicate ciascuna alla valutazione testistica dei pazienti, alla riunione settimanale dell’equipe e alla supervisione. Lo spazio è stato gentilmente offerto dal circolo, come contributo volontario alla cura del malato oncologico. Si tratta di una grande sala lungo il cui perimetro si aprono finestroni, che scoprono un  bel panorama rappresentato da alberi, colline ed ampi scorci di cielo. Queste caratteristiche dello spazio di cura sono molto importanti, in quanto spesso i pazienti sono reduci da lunghi periodi di degenza e convalescenza al chiuso ed esprimono la necessità di aria, orizzonte libero, luce, colori e immagini della natura. Al centro della stanza, nel pavimento, c’è un mosaico di mattonelle, sopra il quale vengono disposti, come fosse un tappeto, gli strumenti musicali. Essi appartengono al tipico strumentario Orff, che è caratterizzato da strumenti etnici semplici, di facile uso per chiunque (percussioni, maracas, sonagli, campanelli, xilofoni, etc.), adatti all’improvvisazione musicale libera . Intorno agli strumenti vengono disposte a cerchio le sedie. Sono inoltre presenti supporti audio, quali uno stereo per riprodurre cd e musicassette  e un registratore digitale per la registrazione delle improvvisazioni musicali. A lato della zona musica, a ridosso delle grandi finestre, per usufruire al meglio della luce naturale, si trova invece la zona pittura. Essa è costituita da una serie di tavolini accostati, sopra i quali sono disposti i vari materiali plastico-pittorici (tempere, acquarelli, pennelli, pastelli, cere, pastelli ad olio, pennarelli, plastilina, creta, colla, materiale da collage, etc.), circondati da sedie. Al laboratorio accedono pazienti oncologici nei vari stadi della malattia: dal momento iniziale della diagnosi, fino alla guarigione o alla fase terminale. L’invio avviene sia per mezzo degli operatori dei vari reparti oncologici, sia per indicazioni del servizio di psiconcologia, sia attraverso l’auto-invio da parte di pazienti, che sono venuti a conoscenza dell’iniziativa in occasione di eventi sociali sul tema. Possono partecipare un massimo di venti pazienti; il gruppo è semi-aperto, in quanto, per avere accesso al servizio, è necessario un colloquio preliminare con la psichiatra responsabile del servizio. In concomitanza al primo incontro, vengono eseguiti alcuni tests psicodiagnostici  ( HAM-A test per la valutazione dell’ansia; HAM-D test per la valutazione della depressione; QL-Index test per la qualità della vita) e due questionari (allegati 1 e 2), specificamente elaborati dai conduttori del laboratorio (una scheda anamnestica musicoterapica  e un’altra che indaga il rapporto del paziente con l’arte in generale). Il laboratorio è condotto da una psichiatra psicoterapeuta musicoterapeuta ed arteterapeuta, insieme ad una psicologa musicoterapeuta. Inoltre partecipano attivamente tirocinanti di diversa provenienza: medicina, psicologia, scuole di formazione in arti terapie, counselling, etc.
Casi clinici
Vediamo ora come in un setting di psicoterapia a mediazione artistica paziente e terapeuta esprimono sia in modo verbale che attraverso i linguaggi artistici i loro contenuti e come questi ultimi possano essere letti in chiave transferale e controtransferale alla stessa stregua del materiale verbale. Prenderemo in considerazione casi clinici che costituiscono esempi in cui compaiono alcuni tra i temi più ricorrenti nella psicoterapia psicodinamica.
Caso clinico 1: lo schiacciante peso del falso sé compiacente
A. è una donna di circa sessant’anni, con cancro della mammella in fase metastatica avanzata. Quando A. inizia la psicoterapia a mediazione artistica, presenta una sintomatologia caratterizzata da abbassamento del tono dell’umore, profonda tristezza, crisi di pianto, mancanza di energia sia mentale che fisica, demotivazione nei confronti della vita e delle cure mediche da intraprendere. Riferisce di aver già fatto in passato una psicoterapia analitica, per un disturbo depressivo, circa dieci anni prima.Fin dai primi incontri ci racconta la sua vita, definendola come un’esistenza schiacciata dal peso dei ruoli: figlia, sorella, insegnante, amica, moglie, madre. In un incontro realizza un disegno, in cui compare una grossa tartaruga. Il collo è chinato, la testa è bassa; nelle macchie del guscio  scrive i ruoli vissuti come pesi, zavorre. A. ci dice di sentirsi come questa tartaruga, appesantita e fiaccata dall’opprimente peso del suo guscio (cioè  dai ruoli in cui si sente imprigionata), che le impedisce di vivere con serenità e libertà di movimento. Al disegno aggiunge questo testo: “Imprigionata dalle regole, ogni volta che da giovane ne sono uscita, ne ho pagato le conseguenze (radicali sadici del super-io ). Quando non ne sono uscita, sono stata schiacciata dal peso (del falso sé compiacente)” . Per anni A. ha cercato di cambiare e superare questa difficoltà, ma si è sempre trovata imprigionata nel suo falso sé compiacente, senza mai riuscire ad esprimere la propria identità nascosta. Il disegno intitolato “Non ho parole”, sembra uno di quei giochi in cui i puntini vanno collegati tra loro per ottenere un’immagine precisa. In esso esprime la sua incapacità a mostrare la sua vera identità, rivelata solo da una serie di tracce di se stessa. A. ci racconta che per un lungo periodo era solita fare disegni di questo tipo, sentendosi nascosta nell’immagine di sé  così celata e da questa stessa protetta, senza trovare il modo di  comunicare i propri punti di vista e posizioni nei confronti dei  problemi personali di vita che la facevano soffrire.
In questo altro disegno, intitolato “Spazio e tempo”, appare evidente come la paziente viva il presente in un modo coartato, schiacciato tra un passato imprigionato e carico di ruoli (ogni casella ne rappresenta uno, come vediamo dalle scritte “mamma, moglie, sorella, figlia, insegnante, amica”) e un futuro anch’esso pieno di caselle, inserite in uno sfondo del passato, in cui si esprime la venatura melanconica: le persiane verdi indicano la casa della zia, all’estero, dove A. trascorreva le vacanze nell’infanzia e dove desidererebbe trasferirsi e concludere la sua tormentata vita. L’io è sospeso al centro del disegno, senza che i piedi poggino a terra, stretto in un sottile spazio; la rappresentazione della paziente sembra essere fissata alla pancia, quasi inchiodata, da una sorta di enorme perno. Inoltre la figura è stilizzata, priva di volume, “senza carne”: A. stessa dice di sentirsi “svuotata”  dalla vita. In un incontro A. ci  porta alcuni suoi scritti, tra i quali una poesia, composta circa 5 anni prima di ammalarsi di cancro:
“Senza titolo”
Perché queste palpebre                                              
di piombo
che mi impediscono di vedere
i colori della vita
 
Perché questo mantello
così pesante
che piega le mie spalle
e vieta alle mie braccia
di allargarsi al mondo
 
Perché questi lacci
stringono così forte il mio petto
che non mi fanno più sentire
il battito del mio cuore
 
Perché sento
tra lo stomaco e il ventre
una morsa ingombrante
che annulla la percezione
di ogni sintomo vitale.
 
Che cos’è
questa lastra di piombo                                                                              
sulle mie palpebre
che mi impedisce di vedere
i colori della vita
 
Ma perché
la mia mente
non grida ai miei piedi
di correre via da tutto questo
 
E’ cosi pesante
la mia solitudine
che devo appoggiarne un po’
su questo foglio.
 
Ora la vedo;
è profonda come il nero dell’inchiostro
e immensa come il candore lacerante
di questa pagina.
 
Come si può ben  notare nel caso di A., lo stesso contenuto emotivo può esprimersi indifferentemente e coerentemente sia con il linguaggio verbale che con uno o più linguaggi artistici, come disegni o poesia.
Caso clinico 2: fiducia e sblocco emotivo
B. è una donna di circa 36 anni, operata al seno per cancro della mammella, in trattamento chemioterapico. In occasione dei suoi rari e brevissimi interventi verbali, manifesta al gruppo la sua difficoltà ad instaurare relazioni di fiducia, ad aprirsi, a dire quello che pensa. Ciò è dovuto alla paura di essere rifiutata, non compresa e giudicata. Anche nel gruppo B., pur partecipando con interesse all’attività, sta spesso in silenzio e lascia agli altri gli spazi verbali che si vengono di tanto in tanto a creare. Peraltro è molto stimata e affettivamente sentita dal gruppo, al quale partecipa con assiduità fin dal primo incontro. Nel disegno intitolato “Il dono”, B. rappresenta un pacco chiuso, con tanto di nastro colorato, in un paesaggio primaverile. Alcune persone stanno discendendo una collina, di ritorno da un passeggiata in una bella giornata di sole. B. sembra dirci che si sente come un regalo, quindi una cosa bella, chiuso però in una scatola, cioè inutile e non goduto. Per dì più è sospeso nel vuoto, forse in attesa che qualcuno, finalmente, lo apra. Al contrario, nel disegno le persone camminano volgendo le spalle al regalo, come se non lo avessero visto o lo avessero lasciato chiuso e solo. Nelle immagini successivamente prodotte, B. sembra “entrare” nel pacco per esplorarne il contenuto. Nell’ “Esplorazione”, la cornice azzurra può rappresentare la scatola, mentre l’interno appare vivace e pieno di colori (le risorse vitali inespresse, bloccate allo stato di potenzialità). Sembrano essere presenti due figure delineate dalle tracce rosse: la figura a sinistra, ripiegata su se stessa, a testa bassa e la figura a destra in piedi e con le braccia rivolte verso l’alto. Possiamo ipotizzarne il significato, interpretandole come due stati emotivi della paziente: il primo rappresenterebbe l’attuale introversione con ripiegamento su se stessa, il secondo esprimerebbe il desiderio di aprirsi e dischiudere il proprio mondo emotivo. Prendere coscienza della necessità di mobilitare ed utilizzare le proprie risorse interne, aiuta B. a  trovare finalmente “il coraggio di dire la verità” . Commentando il disegno, B. afferma  che aprire la bocca  per dire quello che si pensa, sia nel bene (le pennellate gialle) che nel male (le pennellate nere), nonostante lo sforzo delle buone intenzioni (come si può notare nell’immagine in cui si vede soltanto la lingua e non compaiono i denti, a significare un’aggressività rimossa),  può provocare nell’altro sofferenza (le lacrime sono rappresentate dalle fitte pennellate azzurre).
Aprirsi è comunque vissuto come un valore positivo. Infatti nel disegno intitolato “La finestra è aperta…!”, possiamo notare come i colori vivaci, la bellezza del panorama (un balcone fiorito da cui si ammirano la distesa del mare e il sole splendente), nonostante il mare mosso e strisciato di pennellate nere, costituiscano la gratificazione derivata dall’apertura fiduciosa di B. (le persiane verdi spalancate), transferalmente sperimentata nel gruppo di terapia. Come possiamo notare nella successione cronologica dei disegni, il desiderio della paziente di superare il blocco emotivo rimane costante e trova di volta in volta immagini diverse per affiorare alla realtà cosciente, rivelato e al tempo stesso protetto dalla rappresentazione grafica: la figura rossa sulla destra della figura 5 e le persiane aperte. Negli incontri seguenti B. si mostra ormai fiduciosa e desiderosa di continuare ad aprire il proprio mondo emotivo. Sia ne “Il vulcano che è dentro di noi”  che in “Fuochi d’artificio”, la paziente sembra sentirsi finalmente libera di cominciare a dare sfogo ai suoi sentimenti, che, come in un’allegra esplosione di colori, segno delle sue energie vitali ritrovate, si spandono e vengono accolti nel gruppo.
Caso clinico 3: transfert di appartenenza al gruppo.
C. è una donna di circa 55 anni, anche lei affetta da carcinoma mammario metastatico, in trattamento chemioterapico. Spesso, stanca e provata  dalle stesse terapie, arriva appoggiandosi al bastone, nonostante il suo temperamento energico ed esuberante. Nel disegno intitolato “L’amicizia” si raffigura mentre cammina con la sua migliore amica lungo il percorso della vita. Come si può notare la strada è accidentata per la presenza di massi neri ( le avversità); al centro in basso compare una frase, dedicata alla fedele amica: “Grazie per avermi accompagnato lungo la strada della vita”. Nel lato sinistro c’è un sole, interpretato da C. come il calore dell’amicizia, che la sostiene e la incoraggia nell’ affrontare il difficile cammino della malattia.  
In questo incontro la paziente verbalizza il suo disagio nel non poter parlare del suo reale stato d’animo con i familiari: ad esempio vorrebbe parlare del suo funerale, ma  in famiglia non può farlo, perché le “chiudono la bocca” ogni volta che inizia il discorso. Con amarezza commenta il fatto che, come in molte altre situazioni del passato, neanche in questo momento si permette di mostrare paura, fragilità, insicurezza e bisogno di lasciarsi andare. Questo tema compare spesso in più  persone del gruppo, probabilmente come tratto generazionale comune al ruolo femminile rivestito in famiglia. In “Maciste”, appellativo autoironico con cui C. si definisce, possiamo notare due figure al centro del disegno, con cui la paziente rappresenta  aspetti contrapposti di sè. La figura centrale a destra raffigura C. in piedi, a colori, sorridente, in posizione assertiva, con enormi braccia (la forza di Maciste); le tre figure sul lato destro del disegno sono marito e figli, che l’hanno sempre vista  come una roccia. Invece nella figura centrale a sinistra C. si mostra in ginocchio, in bianco e nero, piuttosto evanescente, come se si trovasse dietro una lastra trasparente. Alla sua sinistra compaiono tre figure femminili, che sono le amiche. Possiamo ben notare in questa occasione come il processo creativo artistico, anch’esso in gran parte inconscio, funzioni in modo analogo al processo onirico. Infatti le amiche sono qui diventate tre, rispetto al disegno precedente in cui ne compariva una sola, in accordo al meccanismo  della duplicazione del simbolo, descritto da Freud . Le amiche rappresentano transferalmente il gruppo terapeutico, che la vede “in ginocchio”, come lei dice di sentirsi veramente, pur non permettendosi di manifestarlo se non all’interno dei rapporti di amicizia. In “Appartengo ad un gruppo”  il transfert amicale  è esplicito e diretto: tutte le persone del gruppo, compresa C., si tengono per mano in cerchio, in un clima pieno di calore-colore. Commentando il proprio disegno ci dice quanto sia importante per lei l’incontro settimanale con il gruppo, in quanto unico momento in cui può sentirsi libera si dare sfogo al suo stato d’animo e non sentirsi sola con le sue paure.
Continuando ad analizzare il transfert positivo di appartenenza al gruppo emerso nelle immagini grafico-pittoriche, sarà ora presentata una serie di produzioni inerenti questo tema eseguita dagli altri pazienti. Nel  primo incontro dopo la sospensione estiva dell’attività, D. esprime in un acquarello la sua felicità per la ripresa della terapia, intitolandolo “Un felice ritrovarsi”. I partecipanti del gruppo si tengono per mano in un sereno ambiente naturale, sotto un grande sole; la figura della paziente è poco distante, leggermente più in alto, forse a significare il senso di solitudine provato nel mese di pausa estivo. In “Campo di papaveri”   E. raffigura un allegro campo di papaveri rossi (le persone del gruppo) davanti ad una serie di case colorate (il setting rassicurante della terapia); commenta questa immagine come una rappresentazione di serenità ed allegria. Nel disegno di F., notiamo come l’immagine del gruppo sia avvertita in modo più strutturato da regole, in perfetta coerenza con il ferreo super-io che  caratterizza la paziente: ne “La scuola e la maestra” osserviamo una classe scolastica durante la lezione. La maestra (terapeuta) dietro la cattedra sta facendo lezione agli scolari (gruppo dei pazienti), ordinatamente seduti a coppie nei banchi. Di frequente emerge il ricordo degli anni della scuola, soprattutto in relazione ai materiali da disegno utilizzati in arte terapia, spesso abbandonati in quell’epoca e mai più utilizzati. Con “Gli amici dell’infanzia”, G. esprime la sua regressione ad un piacevole ricordo infantile, con i suoi compagni di giochi: una bambola,un gatto ed un aquilone. Il laboratorio di arti terapie  infatti rievoca a volte il gioco infantile, in cui la creatività viene stimolata e condivisa in gruppo. In un altro disegno, “Il nostro ambiente d’incontro”, H. raffigura il gruppo come un grande fiore multicolore, in cui ciascun membro è rappresentato da un petalo di colore diverso. In ogni petalo/persona ci sono però macchie/fiori neri all’interno, che stanno a significare i problemi e le sofferenze da cui ci si sente afflitti. La paziente ci fa comunque notare che i petali sono tenuti insieme da un saldo centro colorato, che sembra un sole (il calore del gruppo), libero dalle macchie nere.
Rimanendo nel tema del transfert di gruppo, illustriamo ora una particolare modalità spesso praticata nel laboratorio: essa consiste nella  realizzazione di  una produzione grafico-pittorica su un unico grande foglio, con tecniche miste (acquerello, pastelli, pennarelli, colori a dito, tempere, porporina ed altri materiali). In “Vivere”, il tema, emerso nell’improvvisazione musicale di gruppo eseguita all’inizio dell’incontro, si riferiva alla capacità di trovare il proprio spazio nella relazione con gli altri: esistere senza prevaricare né essere schiacciati. Al prodotto finale  è stato dato appunto il titolo “Vivere”, con esplicito riferimento al famoso brano del noto cantautore italiano, Vasco Rossi. Emblematiche le parole della canzone: “Vivere, anche se sei morto dentro…, e poi pensare che domani sarà sempre meglio…vivere, senza perdersi d’animo mai, e combattere e lottare contro tutto contro…”.
In un altro incontro,  una paziente, dopo la lettura di frasi tratte dal libro “L’esperienza del dolore” di Salvatore Natoli, intercalate da pensieri da lei stessa scritti, ha proposto al gruppo l’immagine stampata sulla copertina del libro, come emblema del dolore: una pianta di agave è costretta da una sbarra di ferro a piegare le foglie. La terapeuta ha allora suggerito di  dipingere tutti insieme su un grande foglio bianco, con colori a tempera, pastelli a cera, matite colorate e colori a dito. Così come nella verbalizzazione subito dopo la lettura delle frasi, anche nella lettura dell’immagine dipinta insieme, il gruppo si è concentrato maggiormente sui risvolti positivi del dolore, visto come ineludibile stimolo a  prendersi cura di sé e dei propri bisogni, piuttosto che sugli aspetti della sofferenza  e della disperazione che esso comporta. Il dipinto appare infatti  luminoso, a colori vivaci. Le foglie della pianta di agave (i singoli pazienti), unite alla base dal grosso ceppo (rappresentazione del gruppo), si allungano verso  i due soli (le due terapeute). Le fitte gocce di pioggia,  che cadono dall’alto sulla pianta, contengono un duplice significato: sono l’ alimento essenziale per la vita della pianta, ma simboleggiano anche  le lacrime versate nel dolore. Le radici, dipinte da una terapeuta, sostengono la pianta che risultava instabile e la radicano al terreno. Esse sembrano riprodurre una figura femminile dai lunghi capelli che ricorda la Madre Terra, con riferimento al ciclo nascita-morte-rinascita. Il rosso che è stato versato sul foglio rimanda al sangue e, quindi, alla vita. Ogni persona ha poi dato un titolo personale all’opera.
Per concludere il tema del transfert di appartenenza al gruppo, presentiamo ora una produzione plastica. Questo cuore è stato realizzato con das, poi pitturato con tempera e lucidato con vernice. Poco prima della pausa estiva, una paziente ha dovuto affrontare un ulteriore, inaspettato ciclo di chemioterapia. La terapeuta ha pensato di realizzare un cuore cavo, nel cui interno poter raccogliere i capelli, che sarebbero nuovamente caduti, a causa  della chemio. La paziente ha invece fatto richiesta al gruppo di scrivere  un biglietto ciascuno, con una frase dedicata a lei, in modo da poter portare con sé, nel periodo di sospensione della psicoterapia, le parole del gruppo. Successivamente la stessa paziente ci ha riferito di aver letto i biglietti infilati nel “cuore” durante le somministrazioni della chemioterapia; questo le ha  reso meno difficile accettare il nuovo ciclo di cure e l’ha fatta sentire meno sola.
Caso clinico 4: superamento della ferita narcisistica e la riappropriazione dell’identità sessuale.
Questo caso clinico si riferisce ad una psicoterapia a mediazione artistica individuale, svolta parallelamente al laboratorio di gruppo.
I. è una donna di 55 anni, mastectomizzata per un carcinoma mammario, in fase di remissione. La paziente ha già eseguito in passato una psicoterapia di gruppo a orientamento analitico, per un disturbo depressivo insorto all’età di circa  trenta anni. Nel descriversi I. pone l’accento sul conflitto interiore tra un carattere forte, rigido, esigente, spiccatamente razionale e una naturale inclinazione agli aspetti emozionali, artistici e spirituali dell’esistenza, mai assecondata, anzi repressa fin dall’età infantile, in cui ricorda di essere stata piuttosto ribelle. In uno dei suoi primi disegni  I. raffigura una lumaca, lenta e vulnerabile senza la sua casa protettiva, che striscia a terra faticosamente. Più a destra c’è un albero, piccolo in proporzione alla lumaca, con un ramo tagliato, come un moncone, simbolo della resezione della mammella (immagine della ferita narcisistica). Nel corso della psicoterapia I. produce diversi disegni, che illustrano la sua vita affettiva, dall’infanzia fino alla vita attuale. In uno di questi, sono raffigurati la luna e il sole, che, a dire della stessa paziente, simboleggiano la coppia genitoriale. La luna/madre è  grigia, fredda,  contornata da spine che la difendono e la rendono inaccessibile; il sole/padre viene rappresentato da un’immagine idealizzata, piena di colori/aspettative, anche se la bocca storta tradisce il fatto che qualcosa non è andato bene. In effetti I. racconta che il padre se ne andò di casa quando lei era ancora una bambina; come conseguenza di questo evento avvenne una progressiva chiusura della madre, che divenne sempre più rigida e distante, inaccessibile come la luna del disegno. La terapeuta, riferendosi al metodo del disegno speculare progressivo  interviene con una propria risposta non verbale grafica: le spine che circondano la luna vengono trasformate nei raggi  del sole. Simbolicamente, una volta rimosse le difese materne (le spine), gli spermatozoi  paterni (i raggi del sole colorati) vanno così a fecondare  la madre (la luna grigia e fredda). Cioè gli aspetti maschili idealizzati, quindi irraggiungibili, della paziente si fondono con gli elementi femminili altrimenti infecondi. Integrando in questo modo aspetti conflittuali e contrapposti, il sé della paziente può sentirsi fecondato e nutrito. In un disegno successivo  I. raffigura quattro sfere, colorate in modo disordinato e a tratti circolari veloci e sbrigativi, appese a sottili fili. Queste quattro sfere possono rappresentare diversi aspetti. Un riferimento è legato alla  sua famiglia di origine (quattro componenti), che ha avuto grossi problemi, a tal punto che si è disgregata dopo pochi anni dalla sua costituzione (vissuto di precarietà: “essere appesi ad un filo”). Ma quattro sono anche i componenti della attuale famiglia della paziente, all’interno della quale sono pure presenti duri contrasti (i tratti neri e decisi che si stagliano sullo sfondo roseo). Altra possibile lettura dell’immagine, è  considerare le quattro sfere come rappresentazione grafica della mammella malata (stesso meccanismo freudiano della moltiplicazione del simbolo ). A distanza di qualche settimana, notiamo nei disegni alcune importanti modificazioni. In uno di essi  vediamo che I. percorre una strada centrale ( il percorso terapeutico) insieme ad un’altra persona (la terapeuta), seguendo quattro animali, presumibilmente cani (gli aspetti istintuali repressi con cui cerca di venire a patti). Notiamo in alto il sole e la luna, cioè gli elementi genitoriali. Infine osserviamo come la strada sia delimitata da file di alberi di diverse dimensioni, accomunati da una caratteristica: tutti presentano un grosso tronco tagliato (rappresentazione della resezione della mammella), che si ramifica verso destra dal fusto principale. Se inizialmente l’albero dal ramo troncato era uno solo, ora gli alberi sono diventati quindici. Da questa amplificazione  possiamo ben comprendere quanto la mastectomia sia vissuta come una grave ferita narcisistica dell’identità femminile.
Ora analizziamo l’immagine infantile e desessualizzata che I. ha di sé all’inizio della terapia: le scarpe non hanno tacco, l’aspetto è quello di una bambina, senza seno, con due tasche nella gonna a forma di triangolo (i tre spigoli auto-aggressivi probabilmente rappresentano le mammelle che, persa la loro rotondità, si “trasformano” negativamente in senso neoplastico). Dopo alcuni mesi di terapia I. si disegna in modo profondamente diverso: l’aspetto è quello di una donna adulta, con le scarpe con il tacco, la maglietta femminile, scollata e con motivo floreale. Sono assenti  le tasche triangolari della gonna, a significare, forse, che la mammella “trasformata”, cioè malata, non c’è più.  Nel periodo concomitante all’intervento di ricostruzione della mammella, I. esegue un altro disegno: la sua immagine continua ad essere quella di una donna adulta, con la stessa maglietta femminile della figura precedente e le medesime scarpe con il tacco. In più vediamo un importante ed emblematico cambiamento: il tronco degli alberi non presenta più il ramo tagliato (segno della mastectomia). Sopra l’immagine di se stessa disegna due mammelle, unite tra di loro, perfettamente simmetriche e dotate di capezzoli. La ferita narcisistica sembra così essere superata: la paziente,  si è finalmente riappacificata con la sua identità femminile. Ora può cogliere i fiori e i frutti (figure rosse in alto nel disegno) che la vita le offre.
Caso clinico 5: elaborazione del lutto in gruppo
Nel gruppo di psicoterapia analitica verbale, che si svolge parallelamente al laboratorio di arti terapie, dopo circa due anni dal suo inizio, una paziente è venuta a mancare, a causa della ripresa della malattia oncologica. L., 54 anni, era affetta da carcinoma del pavimento della bocca. Sarà qui descritta la seduta in cui fu elaborata la notizia della sua morte. Con l’intento di rompere il gelo, fatto di silenzio e tristezza, che la dolorosa notizia aveva creato nel gruppo, la terapeuta suggerì di fare un disegno, scrivere una poesia, cantare una canzone, leggere un brano o altro, per accomiatarsi  da L. in modo non verbale. In effetti, non si trovavano parole adatte ad esprimere i forti sentimenti che circolavano in tutti i membri del gruppo, comprese terapeute ed osservatore. Furono letti due scritti, uno preso dal “Libro tibetano dei morti” e l’altro dal titolo “La foglia Muriel” . Inoltre furono prodotti alcuni disegni, eseguiti con lo scopo di congedarsi da L. e che riportano diversi elementi a lei riferiti. In uno di essi è raffigurato il salotto di L., con il divano di cui tanto ci aveva parlato e un breve scritto di saluto. In un altro disegno troviamo una foglia autunnale che, compiuto il suo ciclo vitale, si è staccata dal ramo e viaggia in cielo trasportata dal vento; essa rappresenta la morte sentita come evento naturale. La presenza di un grande sole giallo che riscalda, sembra esprimere la speranza che il calore degli affetti (del gruppo, come anche delle altre persone care) non ci abbandoni mai, neanche nella e dopo la morte.
Proseguiamo ancora con un’immagine di L.: l’allegro cappello che era solita portare, preso nel vortice multicolore della vita e della morte. Nel foglio c’è anche una  poesia, scritta da uno dei membri del gruppo, in  riferimento alla zona corporea  colpita dalla neoplasia:
I baci della tua bocca
hanno dato gioia intorno a te
 
Le parole della tua bocca
hanno segnato la tua e le nostre vite
 
Le sofferenze della tua bocca
hanno fatto arrivare
il momento di chiedere
 
Le nostre bocche dicono il tuo ricordo
lungo il sentiero della vita.
 
In un altro disegno una paziente disegna una striscia di cielo azzurro in cui è immerso il sole, come se volesse alludere al fatto che per L. non c’è più la dimensione terrena, ma solo quella celeste. Sotto, compare una breve ma calda lettera di commiato. Nell’immagine di un’altra paziente osserviamo una staccionata, che attraversa il foglio in senso orizzontale e lo divide in due parti (la vita terrena in basso e quella ultra-terrena in alto), si apre al centro creando un punto di passaggio: i confini della terra  (marrone e verde) si aprono e creano un varco verso l’altro mondo, fatto di cielo (azzurro) e di luce (giallo). La morte è vista come un transito da una dimensione all’altra, da ciò che è finito all’infinito. Sono state inoltre scritte alcune lettere di commiato in cui venivano sottolineati il valore del tempo passato insieme a riflettere sulle vite di ognuno, nonché il ricordo di L., condiviso nel gruppo come affetto,  forza ed energia.
Concludiamo con un ringraziamento a tutte le persone che hanno partecipato al laboratorio di arti terapie integrate, per i loro contributi di profonda ed inestimabile ricchezza interiore.

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