Principi fondamentali, caratteristiche e modelli alla base del profilo comportamentale criminale
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Principi fondamentali, caratteristiche e modelli alla base del profilo comportamentale criminale

Chi commette un crimine esibisce nella sua esecuzione un determinato modello di comportamento, pertanto un’adeguata interpretazione della scena del delitto permette di inferire alcune caratteristiche dell’autore del reato.

E’ necessario procedere partendo dagli unici elementi a disposizione: la vittima e la scena del crimine.

Entrambi questi aspetti possono fornire informazioni utili sulla personalità dell’assassino e l’analisi investigativa criminale (cioè l’esame psicologico del crimine) aiuta a comprendere la relazione esistente tra la vittima, il colpevole e la scena del crimine. Per stilare un “profilo psico-comportamentale” efficace è indispensabile considerare diversi elementi specifici dell’omicidio seriale, in particolare di quello con connotazione sessuale. Questi elementi sono: la valutazione della vittima, l’individuazione dei luoghi e del percorso del crimine, il mezzo omicidiario, il cammino e il destino dell’arma, la valutazione dell’aggressione,la carriera del serial killer.

Per quanto riguarda l’applicazione del profilo psicologico all’omicidio seriale, occorre innanzitutto precisare che in tutti gli atti di violenza, la fantasia riveste un ruolo importante e, per gli atti del serial killer, questo è particolarmente vero. La fantasia fa parte di tutto il processo omicidiario e continua a rivestire un ruolo fondamentale fino alla disposizione del cadavere. Dal punto di vista del profilo, il trasporto del cadavere, ad esempio, indica un processo di pianificazione anticipata, quindi la presenza di un soggetto organizzato, per cui devono essere considerati gli indizi in entrambi i luoghi (scena del crimine e luogo di disposizione del cadavere). Nel caso in cui i due luoghi coincidano, probabilmente si ha a che fare con un soggetto che vive nelle vicinanze e che ha caratteristiche di personalità del tipo asociale disorganizzato. Ogni azione del serial killer ha un significato simbolico ben più importante di quello concreto che risulta evidente a prima vista e il compito del profiler è quello di trovare tale significato. Un elemento ricorrente in molti omicidi seriali è l’applicazione di bendaggi sul volto della vittima. La motivazione più evidente è il fatto di impedire alla vittima di vedere l’identità del serial killer; una motivazione simbolica, invece, è quella di depersonalizzare ulteriormente la vittima. La presenza di un fenomeno di overkilling concentrato sul volto della vittima sta, invece, a significare proprio una volontà estrema di depersonalizazione; simbolicamente, l’aggressione si concentra nella zona degli occhi, perché lo sguardo della vittima è l’elemento principale che fa ricordare all’assassino di avere una persona di fronte. Nel modo in cui viene disposto il cadavere è importante l’intenzione dell’assassino di farlo scoprire oppure nasconderlo il più a lungo possibile. La messa in scena (staging) si verifica quando l’assassino altera deliberatamente la scena del crimine prima dell’arrivo della polizia e, di solito, è indicativa di un assassino organizzato, perché è necessaria una certa abilità mentale per capire quali elementi è meglio modificare. L’età di un assassino seriale è uno degli elementi più difficili da determinare, perché l’età emozionale ed esperenziale non sempre coincide con quella cronologica. Generalmente, gli assassini che mostrano un grado di sadismo più elevato e quelli che pianificano maggiormente il delitto sono meno giovani. Talvolta i serial killer sono soliti raccogliere feticci sulla scena del crimine. La ragione principale per cui un assassino seriale decide di prendere uno o più feticci dalla scena del delitto è quella di avere qualcosa che lo aiuti a ricordare ciò che è successo. Il feticcio, essendo qualcosa che è appartenuto alla vittima, contribuisce ad aumentare la gratificazione psicologica ottenuta durante l’omicidio, perché fa rivivere all’assassino le fasi di quest’ultimo. In alcuni casi, l’assassino seriale raccoglie trofei. La differenza principale con il feticcio è che, mentre questo rappresenta soltanto un simbolo che aiuta il soggetto a ricordare qualcosa di piacevole, il trofeo è uno stimolo visivo forte che ha funzione afrodisiache e spesso si tratta di una parte del corpo della vittima. Il feticcio ed il trofeo aiutano il soggetto a prolungare il ricordo del delitto commesso, per cui analizzare attentamente quello che manca tra gli effetti personali della vittima può fornire elementi utili sulla personalità dell’assassino. Infatti, tra un crimine e l’altro, il serial killer si mette ad osservare i suoi trofei per rivivere nella mente tutte le fasi dell’omicidio precedente. A volte, l’assassino, dopo aver preso un feticcio dalla vittima, soprattutto se si tratta di un gioiello, può decidere di presentarsi a casa dei parenti della persone uccisa per consegnarlo ad un familiare, con la scusa di averlo trovato per strada; ciò serve ad entrare direttamente nel mondo della vittima e ad alimentare le proprie fantasie; oppure può accadere che lo regali alla moglie o alla sua ragazza, anche se è proprio la donna all’origine della sua angoscia ed ostilità. Non tutti gli assassini seriali portano via dei feticci. È possibile, però, che il serial killer decida di tornare sulla scena del crimine per alimentare le proprie fantasie. I soggetti più organizzati fanno in modo di partecipare alle ricerche oppure osservare molto da vicino le indagini della polizia, sia per capire come procedono le stesse che per rivivere continuamente, a livello fantastico, il crimine. La collezione di ritagli di giornali che parlano di lui e delle sue imprese hanno la stessa funzione. Alcuni, sempre allo scopo di rinnovare le proprie fantasie, sono soliti andare a visitare le tombe delle loro vittime. Il profilo psicologico viene utilizzato quando le tecniche investigative tradizionali non sono applicabili e quando la scena del delitto mostra un gran numero di indizi comportamentali della personalità del soggetto.

A spiegare, comunque, il comportamento e lo sviluppo della personalità criminale sono nate nel corso degli anni varie teorie. Secondo le teorie comportamentistiche stimolo-risposta, diversi stimoli e condizionamenti ambientali, attraverso il meccanismo del rinforzo, radicano nell’individuo quegli elementi direttamente correlati con il comportamento antisociale e criminale. Nel 1939 Dollard, ad esempio, afferma che ogni forma di aggressione da parte dell’uomo è legata ad una precedente frustrazione di un bisogno importante. Nell’impossibilità di raggiungere il successo sociale l’individuo può porre in essere forme di aggressività verso la società (persone, beni individuali eccetera). Il ripetersi delle frustrazioni costituirebbe poi un rinforzo per le risposte aggressive. I primi studi moderni sulle correlazioni tra personalità e crimine sono ad opera dello studioso belga Etienne De Greeff. La personalità costituisce per De Greeff, una disposizione prefissata a reagire in un certo modo ad uno stimolo e deriva dall’insieme delle esperienze passate. De Greeff, studiando la criminogenesi ha individuato dei tratti tipici della personalità criminale, fra cui merita menzione il silenzio affettivo di alcuni delinquenti che secondo l’autore deriva dal loro sentimento di essere stati sottoposti ad un’ingiustizia. De Greeff per spiegare il comportamento criminale ha introdotto il concetto di “stato pericoloso“ che è costituito da una fase di equilibrio psichico instabile nel soggetto che precede l’esecuzione di un crimine. L’autore formula anche il concetto di “passaggio all’atto” fase in cui la situazione precipita e avviene l’esecuzione del delitto. Analizzando la criminodinamica degli omicidi De Greeff nota ad esempio tre fasi identificabili che precedono l’ideazione del crimine. La prima fase, definita del “consenso mitigato”, la fase “dell’assenso formulato” e la fase del “periodo di crisi”. Nella fase del consenso mitigato possono emergere dei segnali che anticipano l’evento criminale; nella fase dell’assenso formulato, si rilevano talvolta comportamenti offensivi, di tipo legale, di tipo verbale, od omissioni; nella fase del periodo di crisi il soggetto coscientizza la necessità di passare all’atto ed entra nello stato pericoloso che condurrà al crimine. Un altro interessante contributo allo studio personologico dei criminali è stato fornito da Pinatel che ha individuato un nucleo centrale della personalità di taluni criminali costituito da quattro tratti fondamentali: l’egocentrismo (che consente di ignorare i giudizi), la labilità (che consente di non tener conto delle conseguenze del crimine), l’aggressività (che consente di effettuare talune azioni criminali e superare gli ostacoli) e l’indifferenza affettiva (che consente di ignorare le sofferenze della vittima). Tra i contributi più recenti riportiamo quello di Frechette e Le Blanc che hanno delineato una sindrome della personalità criminale, rappresentata da una specifica struttura psicologica, che in alcuni individui si sovrappone ad altre strutture di personalità, favorendo l’acting out. La “sindrome” comprende tre tratti: l’iperattività delittuosa, la dissocialità e un notevole egocentrismo. Le Blanc e Frechette affermano che nei delinquenti di spessore elevato i fattori sociali ed ambientali ingeriscono con il comportamento, ma sempre mediati dai tratti della sindrome della personalità criminale. Gli approcci criminologici basati sulla ricerca delle cause del crimine insite nell’autore (teorie biologiche, psicologiche, psichiatriche) o nell’ambiente sociale dove l’autore è “immerso”(teorie sociologiche) non hanno retto, nel corso della storia, alle verifiche empiriche. La possibilità di localizzare degli elementi visibili (clinici, psicologici, sociali) nel soggetto, in grado di fornire una predizione del suo comportamento ha costituto (e ancora costituisce) una strada sovente percorsa dagli scienziati sociali alla ricerca di strumenti rassicuranti e generalizzabili. La previsione comportamentale si indirizza verso la natura e l’intensità di processi interattivi più che su caratteristiche stabili, antecedenti all’ipotetico fatto, insite nell’ambiente sociale o nella personalità dell’attore. In realtà tutti i comportamenti umani, compreso quello criminale, sono posti su piani di maggiore complessità e contemplano, necessariamente (parallelamente agli stimoli orientanti (biologici, personologici, sociali) un’attività di costruzione circolare (agente e retroagente)  da parte dell’attore sociale e del controllo sociale, non leggibile nei soli fattori biologici e sociali preesistenti ma ascrivibile all’attività di interpretazione, significazione e riorganizzazione compiuta dalla mente umana. La devianza, in altri termini, non è un’entità di fatto, iscritta nell’ordine naturale del mondo o rigidamente determinata da strutture interne del soggetto ma è il frutto di un processo di costruzione sociale mediato da un’attività peculiare del genere umano: il pensiero. Al delinearsi di tale approccio ha contribuito tra gli altri Karl Popper già agli inizi degli anni 70’ proponendo la mente umana non come una sorta di tabula rasa in balia delle stimolazioni interne ed esterne ma come una realtà dinamica in grado di produrre ipotesi che precedono, organizzano e quindi influenzano la percezione di ciò che avviene. La percezione, poi, induce modifiche sul processo di anticipazione del futuro mediante una retroazione esperenziale. L’osservazione viene così reintegrata nella teoria, che si modifica all’interno di una processualità interattiva. L’Interazionismo simbolico che formula il concetto di “altro generalizzato” e che ritiene le aspettative di comportamento dell’interlocutore in grado di orientare l’interazione (agiamo in base alle presunte reazioni dell’interlocutore). Il processo sociale influenza quindi il comportamento degli individui che a loro volta sviluppano il processo sociale. L’individuo tende ad assumere il punto di vista del gruppo sociale e i significati condivisi (schemi simbolici) relativi all’azione che sta per compiere, orientando il proprio comportamento. L’individuo è in grado così di produrre delle anticipazioni mentali degli effetti della propria azione. Per gli interazionisti il comportamento è definito ed orientato da una complessa rete di interazioni. Le tre dimensioni importanti per la criminologia interazionistica sono: l’azione deviante che deve essere visibile e deve produrre effetti pubblici; l’esistenza di una norma che viene violata in caso di devianza e rappresenta quindi la precondizione indispensabile per la definizione della trasgressione; una reazione sociale intesa sia come risposta socio-istituzionale alla devianza e sia come insieme di stereotipi, atteggiamenti e pregiudizi che precedono l’azione e ne orientano il decorso. Invece, la Teoria sistemica inserisce l’azione (anche la devianza) nel contesto ambientale e situazionale in cui si manifesta e di cui necessariamente è espressione. Il comportamento negativo non può quindi essere interpretato senza analizzare le dinamiche del sistema di interazioni a cui appartiene. Infine la per la Teoria dell’azione i significati sociali controllano le cognizioni coscienti che organizzano e orientano il comportamento osservabile. Il comportamento osservabile retroagisce sulle cognizioni coscienti. Il soggetto, in altri termini elabora ed interpreta socialmente le regole sociali e orienta il proprio comportamento anticipandone gli effetti (mentalmente) con una sorta di monitoraggio che definisce lo svolgimento dell’azione. Nel modello in esame le dinamiche intrapsichiche dell’individuo e le sue rappresentazioni cognitive entrano quindi in interazione con i significati e le regole sociali e tale dinamica complessa determina il suo agire. Correlata ad ogni azione è presente una fase di anticipazione mentale dei suoi effetti da parte dell’individuo. Gli effetti dell’azione possono infatti avere una funzione strumentale (non sufficiente a spiegare l’azione) es. “uccido per eliminare un soggetto per me scomodo” e una funzione espressiva che assume viceversa valenza comunicativa autodiretta e eterodiretta. La funzione espressiva autodiretta comporta una serie di messaggi che l’autore invia a se stesso e attraverso cui rielabora la propria identità (es. uccido per mostrare a me stesso che sono in grado di farlo). La funzione espressiva etero diretta comporta una serie di messaggi che l’autore invia all’altro generalizzato (es. uccido per mostrare agli altri quanto sono deciso). Il caso del parricidio, tipico omicidio in cui il figlio uccide il padre che costituisce un elemento di oppressione, rappresenta ad esempio un crimine difficilmente spiegabile osservando la sola funzione strumentale. Sovente, in tale forma di omicidio, l’azione criminale non rappresenta solo l’eliminazione di un ostacolo ma anche un’affermazione di forza. La funzione espressiva infine, agisce su quella strumentale orientandola. Sono pochi i principi che regolano il comportamento criminale dei serial killer. La varietà dei “fattori scatenanti” che spingono il serial killer a uccidere quasi infinita, eppure, se paragonata alla violenza del crimine, si tratta spesso di un elemento banale. L’assassino ha sempre in mente il tipo di vittima da uccidere: individuato con la fantasia probabilmente anni prima, rimane “latente” fino al momento del delitto. Il serial killer è spesso una persona incapace di realizzare le proprie potenzialità, una persona intelligente (non un genio, ma comunque un individuo promettente) che, per qualche motivo, rimane al di sotto delle aspettative.

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