Prestare il proprio Se’
Rivista di Arti Terapie e Neuroscienze / prestare il proprio se

Anche nell’ambito delle Artiterapie, è una mera illusione quella di pensare che un percorso possa essere esente da errori. Non si tratta di non fare errori o non cadere in trappole, anzi, è bene attivare l’osservatore interno ed esterno a noi per segnalare eventuali pieghe malsane durante il cammino, in quanto diviene fondamentale saperle individuare e utilizzarle al meglio per trasformarle da impedimento in risorsa. L’aspetto centrale del lavoro terapeutico è la relazione, i sentimenti, le emozioni e tutto ciò che riguarda le personalità in gioco, ovvero il transfert e il controtransfert che sono i prodotti dell’inconscio.

Non vi può essere una separazione netta tra il ruolo del terapeuta  e quello del paziente, poiché, di fatto, ciò che avviene, come in ogni rapporto, è un interscambio circolare che suscita e mette in scena emozioni diverse in entrambi. Non si tratta di negare questo scambio, quanto di osservarlo con attenzione e sapere trarne opportunità di crescita e di cambiamento.
Ci focalizzeremo sul controtransfert e cioè sulle risposte emotive del terapeuta considerando onestamente che quest’ultimo non è un eroe, né un salvatore, ma un essere umano con una sua storia, delle capacità e anche dei limiti.
Secondo Jung il transfert e il controtransfert non sono un prodotto esclusivo del rapporto psicoanalitico, ma un fenomeno sociale che entra in scena in tutte le relazioni. Ciò che distingue il terapeuta dal paziente, è essenzialmente una grande onestà con se stesso e, appoggiandosi a questa, la capacità di percorrere il cammino con una maggiore consapevolezza del sé, accompagnata dalla facoltà di saper gestire il proprio mondo interiore, con il bagaglio dei suoi vissuti, dei conflitti, delle fantasie, dei problemi irrisolti, delle ombre  e delle contraddizioni.
Per questo è fondamentale utilizzare al meglio questi ingredienti relazionali per trasformare ogni ostacolo in opportunità di cambiamento e trampolino per lanciarsi oltre il limite sperimentato. E’ una alchimia, una trasformazione tesa a sciogliere quelle tendenze ricorrenti all’idealizzazione che è uno dei maggiori ostacoli al percorso terapeutico. Il paziente vive, soprattutto nella fase iniziale della terapia, come una sorta di innamoramento durante il quale eleva l’immagine del terapeuta facendolo levitare fino a porlo su di un piedistallo: lo guarda estasiato, proiettando su di lui ogni sua brama di bellezza, purezza, aspirazione al bene.
Ma più in alto lo ha proiettato, tanto più in basso lo precipiterà nel momento del conflitto che lui stesso metterà in atto. Il terapeuta potrà accettare tutto questo solo se farà spazio dentro il suo sé, accogliendo indifferentemente la lode e l’ingiuria senza lasciarsene contaminare, anzi, trasformando in sé stesso tutta questa energia violenta, in una forza propulsiva di guarigione, di superamento dei limiti, lanciandosi oltre ad essi.
Il modo in cui il terapeuta sa trarre vantaggio dai propri errori fino a renderli costruttivi e trasformativi, dipende dalla sana consapevolezza della sua fallibilità, dalla elasticità e prontezza con cui sa affrontare le dinamiche in gioco, sia individuali che di gruppo.
Il paziente è, inconsciamente, un ottimo maestro per un terapeuta che sa osservare attentamente, poiché, attraverso tutto ciò che porta nel setting  illumina la via da seguire e traccia lui stesso il percorso.
Per questo il mancato riconoscimento del controtransfert può essere rischioso e impedire il dinamismo del percorso provocando un ristagno e un intasamento emotivo molto intenso, così che la situazione del paziente può addirittura essere peggiore della prima.
Talvolta il controtransfert particolarmente intenso induce una sorta di nevrosi, ovvero, un invischiamento affettivo da parte del terapeuta che, attraverso il paziente, proietta dinamiche proprie, frammenti della propria storia personale mai affrontati o totalmente rimossi. Ma se il terapeuta ha una buona consapevolezza del sé ed è abbastanza umile da riconoscere i suoi limiti e le sue capacità durante il percorso, saprà gestire anche la sua ombra e le sue contraddizioni per trasformare, nel rapporto, quella vulnerabilità  in risorsa salvifica, nel senso che darà una spinta, uno slancio, una accelerazione al processo di trasformazione in corso.
“Con l’insorgere della traslazione – scrive Jung – la struttura psichica del terapeuta si altera senza che egli stesso sulle prime se ne renda conto: egli viene contagiato.” Nella terapia, il terapeuta presta il suo sé al paziente, da questa contaminazione dell’inconscio possono nascere le difficoltà a gestire il controtransfert, tuttavia, quello che, a prima vista, potrebbe essere percepito come un ostacolo può essere trasformato in risorsa evolutiva per entrambi.
E’ come se, attraverso i vissuti evocati dal paziente, anche il terapeuta ogni volta si rinforzasse, poiché è solo attraverso il suo accogliere e fare spazio alla malattia dell’altro dentro di sé, che è in grado di sospingere e accelerare il processo di guarigione.
La Sacra Scrittura, che è un pozzo di sapienza e ricchezza psicologica, ci descrive questo processo, già nel libro del profeta Isaia, al capitolo 54, circa 34 d.C., descrivendolo nei termini di un parto:
“1.  E allora avverrà quello che è scritto: Canta, o sterile, tu che non partorivi! Scoppia in canti e grida forte, tu che non provavi doglie di parto! Poiché i figlioli della derelitta sono di più dei figlioli della donna maritata, dice il Signore.
 2.  Allarga il luogo della tua tenda, e si dispieghino le tende delle tue dimore; non risparmiare, allunga le tue corde e rafforza i tuoi pali!
 3.  Poiché tu ti spanderai a destra e a sinistra; la tua posterità erediterà i Gentili e renderà abitate le città deserte …”

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