+39 0832 601223 info@artedo.it
Musica: Il luogo dove non ci si aspetta nulla e può accadere di tutto

Musica: Il luogo dove non ci si aspetta nulla e può accadere di tutto

Un percorso di didattica musicale con un ragazzo portatore di handicap. Introduzione
“La musica come esperienza vissuta attrae subito perché mette in primo piano il partecipare, lo motiva, lo fa sentire importante, lo invita al coinvolgimento dei suoi sensi, delle sue capacità, delle sue emozioni (…). Nella scuola nessuno sembra essere più attento all’espressione vocale dei bambini o degli stessi insegnanti. Nella relazione umana, invece, i toni della voce, le sue inflessioni, i suoi colori, i suoi accenti sono di primaria importanza per capire gli altri e per far capire agli altri noi stessi” .

Partendo da questo pensiero, si può aggiungere che la musica, sia essa intesa in senso passivo, come ascolto, o attivo, come il “fare musica” agisce indipendentemente dal quoziente intellettivo, è uno stimolo che facilita la comunicazione e il contatto, contribuisce all’integrazione della persona con problemi, accresce la sua autostima e la motiva a migliorare. Nel campo della riabilitazione, poi, la musica è utilizzata con finalità psicoterapeutica all’interno del gruppo di tecniche della Terapia Occupazionale, che come scopo ha il miglioramento della qualità della vita dell’individuo: secondo la terapista occupazionale Mary Riley “l’uomo, attraverso l’uso delle proprie mani, energizzate e guidate dalla mente, può influire sullo stato della propria salute”. Se, oltre alla mente, le mani si fanno guidare anche dalla musica esperita, prodotta autonomamente, allora anche lo stato psicofisico ne trae beneficio: è quello che è successo nel caso di G., un ragazzo di 21 anni, per il quale lo studio del clarinetto non ha significato solo riuscire a produrre suoni e melodie, ma anche riuscire a stimolare la coordinazione visivo-motoria, a strutturare meglio lo schema corporeo, ad incrementare le sue capacità attentive e quindi a sviluppare nuove abilità cognitive.

Storia clinica
Nato a termine da gravidanza a decorso normale, G. ha acquisito le tappe dello sviluppo motorio con ritardo (deambulazione autonoma intorno ai due anni e controllo sfinterico diurno e notturno intorno ai 7 anni): nel primo anno di vita il ragazzo ha presentato circa cinque episodi convulsivi febbrili semplici, per cui è stato iniziato un trattamento farmacologico con Depakin, che ha assunto fino all’età di cinque anni. Dal referto diagnostico della RM encefalo effettuata quando G. aveva 8 anni, si è rilevata una “lieve riduzione della sostanza bianca parietale posteriore bilateralmente”, diagnosi che poi non è stata confermata nella RM dell’aprile 2001.
In conclusione G. presenta un quadro clinico caratterizzato da insufficienza mentale grave (Q.I. pari a 39), iperelasticità cutanea modesta, lassità legamentosa, genu recurvatum, sproporzione tronco-arti, aracnodattilia, piede piatto bilaterale, asimmetria dei triangoli della taglia e delle scapole, curvatura scoliotica lombare sinistro-convessa e prolasso della mitrale, che hanno fatto pensare i medici ad una sindrome di Marfan, poi smentita dalle indagini cliniche e morfologiche. Inoltre, G. scrive solo in stampatello, legge sillabando e presenta deficit di attenzione e alcune dislalie, nonché povertà lessicale e modo di esprimersi con influenze dialettali. Dal punto di vista emotivo, la relazione psicologica descrive G. come “un ragazzo sensibile, più calmo rispetto al passato, disponibile all’interazione, ma molto insicuro e timoroso specie in situazioni nuove e di valutazione. Selettivo nella scelta delle persone, è in grado di mantenere rapporti significativi”, per cui si invita i genitori a “favorire la socializzazione, il processo di sviluppo delle autonomie e dell’individuazione nell’ambito di un progetto pedagogico più ampio” che possa valorizzare le risorse del ragazzo nei vari contesti di vita. Non solo, ma anche il dottor Nicola Cuomo, professore di Pedagogia speciale e Didattica dell’Integrazione presso l’Università di Bologna, dopo aver visto il ragazzo qualche anno fa aveva posto l’accento sull’importanza dell’educazione all’ascolto, ma anche sul rispetto e sulla valorizzazione dell’identità e dell’originalità di G., che doveva essere un “agente attivo” in grado di renderlo più “consapevole dei processi, dei percorsi, delle scelte, del come ci si è organizzati per risolvere un problema e di come un problema può essere affrontato con modalità e strumenti diversi”. Per tutti i motivi su descritti, i genitori hanno deciso di puntare sulle capacità mnemoniche di G. e sul suo fortissimo interesse verso la musica, in particolare quella della tradizione popolare pugliese, la banda, e allo studio di uno strumento musicale come il clarinetto, che lo stesso G. aveva scelto, per dare al ragazzo l’opportunità di occupare alcuni momenti della giornata poiché, non frequentando più la scuola, temevano che potesse privarsi della socializzazione con altri ragazzi della sua età e della quantità di stimoli che in genere la scuola offre; l’intento era quello di insegnare almeno i rudimenti del clarinetto ed inserirlo in un’orchestra di persone diversamente abili, segnalatagli da un medico di Roma che segue tuttora G. nella sua patologia.

Osservazione
Le prime due lezioni sono state dedicate all’impostazione dell’imboccatura, che riguarda la posizione corretta di labbra, denti e lingua, alla respirazione diaframmatica e alla realizzazione dei primi suoni seppur con l’utilizzo del solo bocchino: il ragazzo ha risposto con eccellenti risultati, ha avuto fin da subito un’impostazione corretta ed è riuscito a produrre facilmente i primi suoni per cui i genitori, in accordo con il maestro di musica, hanno acquistato il clarinetto. Le lezioni successive, con l’utilizzo dello strumento, hanno subito evidenziato i problemi derivanti dalla patologia del ragazzo: difficoltà nella coordinazione delle dita, nel tenere le mani e le dita nella posizione corretta, e nell’associare l’emissione del suono alla sua durata. Non distingueva facilmente le linee del pentagramma né era in grado di riconoscere la notazione musicale di base, anche perché la sua attenzione era molto labile e la sua posizione nello spazio troppo inclinata verso destra ( dovuto curvatura scoliotica).

Metodologia di lavoro: prima fase del percorso
Dopo una serie di consultazioni col padre, si è deciso di abbandonare lo studio della teoria di base per concentrarsi sulla riduzione delle disprassie affinché il produrre una serie di suoni secondo alcuni esercizi specifici, fosse uno stimolo gratificante per G. e per i suoi genitori.
E’ stato necessario innanzitutto curare la posizione della mano sinistra per la realizzazione dei suoni più facili del clarinetto ( do-re-mi-fa-sol-) secondo le seguenti fasi:

  1. suono tenuto per tutta la durata dell’emissione fonatoria per tenere la corretta posizione delle dita: questo esercizio è servito per intervenire sulla difficoltà del ragazzo a tenere le dita nella giusta posizione. Nel caso del sol, che va suonato senza chiudere nessun foro e senza l’utilizzo di nessun dito, G. ha presentato problemi a tenere le dita vicine ai fori senza chiuderli e, come si vede in figura, tiene il pollice poggiato al corpo del clarinetto e non sollevato.
  2. una volta ottenuta una discreta posizione delle dita e della mano sinistra, si è passati ai primi esercizi di articolazione fra due suoni di precisa durata.(2/4) Il problema è stato riuscire ad alzare ed abbassare l’anulare (do-re) tenendo le altre tre dita ferme (fori chiusi) e in opposizione. Lo stesso esercizio andava ripetuto per le altre dita.
  3. il passo successivo è stato suonare non più solo per gradi congiunti ma per intervalli di terza, sempre con suoni della durata di 2/4. (do-mi) Questo richiedeva l’articolazione di due dita contemporaneamente con le altre sempre in opposizione.

Obiettivi raggiunti
Dopo circa otto mesi di lavoro, i risultati raggiunti sono stati una buona posizione della mano sinistra e soprattutto una discreta capacità nell’articolare le dita che ha permesso a G. di produrre suoni in successione secondo degli esercizi assegnati. Questo risultato ha indotto a riproporre il lavoro su alcune semplicissime melodie, anche per non annoiare ed appesantire il ragazzo con continue lezioni di tecnica. Si è adottato un metodo didattico per l’approccio dei bambini allo studio del clarinetto (“A scuola con il clarinetto” di Margherita Taliercio) ma, dopo alcune lezioni, era chiaro che le difficoltà cognitive di G. si ripercuotevano nella lettura della notazione musicale in quanto, seppur avesse cominciato a riconoscere qualche nota sul pentagramma associandola alla posizione delle dita sul clarinetto, non era in grado di contare e rispettarne la durata imposta dalla melodia.
Dopo una ulteriore consultazione col genitore, si è concluso che era necessario utilizzare un metodo non convenzionale di notazione musicale che tenesse conto delle difficoltà e delle sue potenzialità e che potesse permettere all’allievo di applicare il lavoro tecnico svolto agli elementi di teoria di base, quali la durata dei suoni, le pause e il ritmo: questo lavoro avrebbe permesso al ragazzo, inoltre, di potenziare e stimolare la coordinazione visuo-motoria e favorire la corretta strutturazione dello schema corporeo.

Seconda fase del percorso
Al rientro dalle vacanze estive si è pensato di consultare una musicoterapista, che ha sviluppato un metodo convenzionale per la notazione musicale di base:

  1. le note musicali sono state sostituite da pallini colorati, mantenendo il pentagramma disegnato su un foglio a quadretti da un centimetro, per evidenziare la divisione fra linee e spazi e facilitare la lettura;
  2. la durata è stata rappresentata con linee continue e numeri (semibreve = linea lunga quattro quadrati)
  3. le pause sono state sostituite da una “P” seguita dalla linea lunga quanto la durata della pausa.
  4. Il respiro con un asterisco (foto sotto).

Si è cominciato ad applicare il nuovo metodo agli esercizi tecnici fatti, riscrivendoli secondo le nuove modalità, affinchè l’allievo cominciasse ad assimilare le nozioni teoriche con la nuova metodologia.
Il primo esercizio è stato tenere un suono lungo per una determinata durata ( 2 semibrevi + 1 minima con pausa di minima seguite dal respiro), con la musicoterapista che, rispettando l’andamento dato, segnava i quadratini e quindi la durata del suono, tenendo lo spartito sul leggio di fronte a G. in posizione eretta. In seguito, si è passati all’alternanza di suoni per grado congiunto e della stessa durata ( semibrevi) e successivamente ad esercizi con suoni dalla diversa durata, anche per intervalli di terza (minime e semiminime) applicando, così, gli esercizi tecnici per l’articolazione fatti nell’anno precedente al nuovo metodo per l’apprendimento della durata delle note.

Attualmente
L’allievo è arrivato, senza mai tralasciare gli esercizi tecnici per la coordinazione e l’articolazione, ad eseguire esercizi e semplici melodie, aggiungendo alle cinque note della mano sinistra la nota “la” (fig. sopra) che richiede una nuova competenza: non più articolare indice e pollice tenendo quest’ultimo in opposizione e col foro chiuso, ma alternando secondo un movimento isocrono le due dita e utilizza questo nuovo movimento secondo i diversi valori musicali e con velocità di movimento differenti. Le sue capacità attentive sono notevolmente aumentate, tanto che spesso si rende autonomamente conto dell’errore e vi pone rimedio, riconoscendo dove ha sbagliato e ricominciando la battuta nel modo giusto. Ha stabilito con il maestro e con la musicoterapista un rapporto di fiducia e cordialità ed esegue tranquillamente tutte le indicazioni che gli sono date, impegnandosi a fondo anche a casa. Naturalmente, alcuni problemi rimangono, soprattutto per quanto riguarda la motricità fine: come si è visto nelle immagini precedenti, il pollice resta retroflesso e il polso non è sempre mantenuto dritto o in posizione leggermente estesa come dovrebbe per mantenere un equilibrio anatomico tra i muscoli della mano e delle dita. Per questo motivo la coordinazione non è ancora perfetta: oltre a ciò, la scoliosi dorsale alta destro-convessa e la rotoscoliosi lombare sinistro-convessa con livellamento in alto a destra del bacino, non permettono a G. una posizione perfettamente eretta (fig. a destra), per cui spesso è necessario far suonare il ragazzo da seduto o aiutarlo manualmente a stare dritto con la schiena. La mano destra, infine, resta aperta verso l’alto con il palmo frontale (fig. a sinistra) e non piegata verso il clarinetto con il palmo semi-chiuso a reggere lo strumento. Tutto questo, però, non scoraggia il nostro lavoro: G. ha raggiunto obbiettivi che nessuno di noi si sarebbe mai aspettato e che danno al nostro lavoro la certezza di aver imboccato la strada giusta: la strada è ancora molto lunga, ma per ora c’è un traguardo importante, il primo saggio musicale di G. che per la prima volta suonerà davanti ad un pubblico. Una motivazione come questa lo porta ad esercitarsi ogni giorno di più e a migliorare le sue performances, non solo musicali, ma anche psicomotorie. È quello che il dottor Cuomo affermava nel 2001 e che gli operatori di allora non hanno tenuto presente: “Un intervento pedagogico va fondato su (…) una attenta osservazione delle competenze, dei suoi sa fare, per una produzione di ipotesi di intervento, di occasioni per farlo divenire sempre più consapevole dei processi, dei percorsi, delle scelte”.

Leave a comment

Commenta

SCARICA LA NUOVA APP DEL DOCENTE
E SCOPRI LA FORMAZIONE ACCREDITATA A PORTATA DI CLICK

App del Docente

Disponibile gratuitamente
per iOS ed Android

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi