ll confronto/scontro tra l’individuo e il gruppo
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ll confronto/scontro tra l’individuo e il gruppo

Questo breve contributo è stato presentato in occasione di un seminario di studio promosso dalla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia C.O.I.R.A.G. in collaborazione con la scuola secondaria superiore “Euclide” di Bari. L’obiettivo della comunicazione è stato quello di offrire alcuni spunti di riflessione sul rapporto tra individuo e gruppo, come si evince dal titolo, partendo da una semplice domanda: quali e quanti sono i gruppi che vengono in mente pensando alla propria esperienza personale?

Provando a rispondere viene in mente, primo fra tutti, il gruppo familiare, con i propri miti, le proprie storie, i propri codici educativi, le matrici culturali di riferimento; poi ci sono i compagni di scuola, ma anche il gruppo dei docenti e, allargando lo sguardo, l’intera organizzazione scolastica nel suo complesso, con le sue dinamiche e il proprio specifico modello di apprendimento/insegnamento e, ancora, certamente il gruppo di amici, così come i compagni di squadra, se qualcuno pratica uno sport di gruppo.

Viene da dire, allora, che la dimensione individuale è imprescindibile da quella collettiva, con cui costantemente si intreccia: facciamo sempre parte di un gruppo.

Se ci pensiamo bene, a volte, anche il tempo trascorso da soli può essere speso per preparare l’incontro con gli altri.

Non solo. Cosa ci succede nei diversi contesti? A casa, a scuola, con gli amici, ci capita di mettere in gioco aspetti diversi della nostra personalità, modi di interagire anche contraddittori e ambivalenti…possiamo essere figli disordinati, ma allievi diligenti, amanti infedeli ma amici per la pelle, studenti annoiati ma sportivi appassionati…cosa vuol dire tutto questo? Che possiamo davvero assumere identità differenti a seconda del contesto o dei contesti?

Certo è, che a volte il gruppo è una cornice rassicurante, la garanzia di non essere soli, il piacere di condividere emozioni, paure e desideri, sogni e speranze; altre volte, il gruppo è un interlocutore inquietante, un posto dove ci sentiamo a disagio, quasi un organismo con leggi sue proprie, che può imporre codici comportamentali anche distruttivi, che induce alla rinuncia di aspetti personali in funzione di obbiettivi collettivi.

Per esempio in una situazione come quella da stadio, migliaia di persone possono ritrovarsi insieme, emozionarsi, esaltarsi fino a degenerare in azioni violente…perché avviene questa sorta di contagio psichico? Cosa ci succede che impedisce di mettere un freno, di mantenere un livello di consapevolezza individuale e di filtro razionale?

A ben riflettere trovarsi in mezzo a così tante persone può sollecitare un vissuto di profonda solitudine, anche di perdita della propria individualità, fino a provare un senso di smarrimento e di angoscia, a cui si cerca di rimediare in ogni modo…

Magari individuando un nemico comune da combattere, contro cui scagliarsi, un’idea, una persona fisica, spesso un altro gruppo contrapposto…come se per tollerare l’ansia della dispersione, si cercasse di neutralizzare vissuti negativi e difficili da tollerare nella ricerca di un nemico comune, quello che Bion ha chiamato l’assunto di base di attacco-fuga, una modalità di funzionamento basico che attinge alla parte primitiva più profonda che sta in ciascuno di noi.

Se pensiamo a come il nostro tempo attuale sia caratterizzato da eventi disastrosi, come esplosioni nucleari, tsunami, guerre vicine e lontane, che mettono profondamente in crisi le identità individuali e collettive, si può comprendere come lo scivolamento verso meccanismi primitivi non sia attribuito solo a gruppi patologici ma sia “semplicemente” l’effetto perverso di interazioni contraddittorie e ambivalenti.

In un mondo contrassegnato da ambiguità e contraddizioni, che è forse la cifra di questa attualità, dove con un click ci si può sentire vicini a qualcuno che abita a 10.000 km di distanza, ma allo stesso tempo non si rivolge la parola alla persona che sta seduta accanto alla fermata dell’autobus perché ha un colore di pelle differente, il rischio di scivolamenti è sempre incombente e induce a riduttive semplificazioni o rassicuranti scissioni tra il bene dal male, i buoni da una parte, i cattivi dall’altra.

Con l’affermarsi della teoria gruppoanalitica, sviluppatasi a partire dal secondo dopo guerra, si è fatto strada il concetto che la dimensione sociale determina in maniera significativa il mondo interno dell’individuo, informando di sé (in base alle specifiche caratteristiche di contesto storiche, economiche, culturali) comportamenti, atteggiamenti, pensieri, azioni, sogni di chi vi è nato e cresciuto.

Secondo Siegfried Heinrich Foulkes, il fondatore della Gruppoanalisi, l’individuo è un plexus, ovvero un punto nodale all’interno della rete relazionale e può solo artificialmente essere considerato isolatamente, come fosse “un pesce fuor d’acqua”.

Esiste infatti una trama, un sostrato, che accomuna tutti i membri del gruppo, che è la matrice di base, presupposto essenziale per la comunicazione interpersonale tra di essi.

Ogni individuo, in quanto membro di un certo nucleo familiare originario, incorpora l’intero insieme di rapporti, di significati, di “mitologizzazioni” e “fantasmatizzazioni” che tali rapporti hanno e di cui fa inevitabilmente esperienza nel corso della sua vita, costruendo una matrice personale specifica.

L’intreccio peculiare di più matrici personali in una particolare condizione di interazione di gruppo configura poi una matrice dinamica, specifica a seconda degli scambi relazionali che si sviluppano nell’hic et nunc del processo di comunicazione di gruppo.

Queste concezioni segnano un vero e proprio cambiamento di vertice osservativo, arricchendo e innovando le riflessioni sul rapporto di interdipendenza tra individuo, gruppo, cultura e, in particolare, aprono la strada alla teorizzazione di un inconscio sociale, accanto all’inconscio individuale, dove è il primo che incide sul secondo, sulla base delle esperienze.

Wilfred R. Bion (1961), un altro pioniere nell’ambito dello studio sui gruppi, è arrivato a concettualizzare che è il gruppo a scegliere il proprio leader, individuando attraverso meccanismi inconsci di identificazione e proiezione la personalità che meglio risponde ai bisogni espressi dal gruppo.

È quindi osservando le dinamiche dei gruppi, in particolare dei grandi gruppi, che si può uscire da una semplice sovrapposizione individuo-gruppo-massa per accedere a una dimensione di interrelazione che comporta responsabilità a tutti i livelli, individuale, gruppale, organizzativa, istituzionale e politica.

L’attraversabilità dei confini gruppali e istituzionali è, infatti, misura della capacità mentale di tollerare l’ambivalenza e l’ambiguità, di contenere il conflitto, di dialogare con l’alterità, senza andare in confusione e senza dover ricorrere a categorizzazioni rigide e stigmatizzanti.

Quando un grande gruppo può interrogarsi sul senso morale e sulla dimensione estetica dell’esistenza, siamo di fronte a una condizione di avanzamento. Allora, è anche in grado di farsi delle domande sulla realtà psichica del “nemico”, cercando di comprendere perché ha agito in un determinato modo, quali meccanismi lo hanno spinto, ecc…

Il che non significa assumere un atteggiamento consolatorio orientato al perdono, ma porsi in un’ottica di comprensione che riconosca la componente di umanità anche nei peggiori criminali.

Il fatto è che la storia passata e contemporanea ci sta insegnando che le azioni più orrende, i crimini più efferati non sono opera di “dèmoni”, avulsi alla razza umana, ma piuttosto sono il frutto di movimenti di massa che, seguendo il processo della rivendicazioni di ferite subite, possono riattivare traumi scelti alla ricerca di una identità minacciata.

Questi meccanismi possono partire dalla “semplice” eliminazione di parole straniere per giungere all’annientamento di interi sottogruppi o alla guerra totale contro “gli altri”, quelli che noi non siamo, per poter definire chi noi siamo.

Sigmund Freud nel 1933, rispondendo a una lettera di Albert Einstein che chiedeva se la nuova scienza psicoanalitica potesse contribuire a neutralizzare la spinta aggressiva dell’uomo evitando le guerre, evidenziava tutto il suo pessimismo, ribadendo l’esistenza di pulsioni innate di tipo distruttivo.

L’analisi dei fenomeni di massa insegna che un sistema sociale civilizzato, dotato di istituzioni che tutelano la giustizia, di ospedali che si occupano di curare chi si ammala, basato su meccanismi evoluti che prevedono la sublimazione di spinte aggressive, la capacità di tollerare situazioni ambivalenti, di differire la gratificazione immediata dei bisogni individuali e di gruppo, di consentire critiche e favorire la libertà di parola, può rapidamente regredire verso funzionamenti primitivi di tipo paranoide o narcisistico, alimentando l’irrigidimento ideologico che separa nettamente i buoni dai cattivi, che individua capri espiatori nei dissidenti e promuove violenza di massa socialmente accettata contro gruppi o sottogruppi minoritari.

Essere capaci di riconoscere l’identità dell’altro, di accettarlo per come è realmente (malato, disabile, straniero), di promuovere una reale integrazione significa fare i conti con la dinamica del cambiamento, la paura dell’ignoto, la flessibilità dei confini.

E solo riconoscendo l’esistenza di un reciproco rispecchiamento tra il mondo interno individuale e quello del sistema circostante (famiglia, gruppo, istituzione, società), si può pensare di promuovere un’epistemologia trasformativa, in grado di intervenire a tutti questi livelli, riflettere sui modelli culturali e attivare scambi. Altrimenti, si finisce per creare, da un lato, sottosistemi chiusi che ripropongono all’interno climi culturali di esclusione oppure, dall’altro, situazioni idilliache ma incapaci di articolarsi con il contesto, una sorta di cattedrali nel deserto che tuttavia vivono la dimensione dell’emarginazione e l’impossibilità dell’integrazione con il tessuto sociale.

La storia recente allerta cioè sul rischio sempre incombente di scivolare verso meccanismi regressivi, essendo l’equilibrio sociale raggiunto da un determinato sistema non un valore assoluto ma una condizione dal carattere transitorio, se non si vigila attentamente e costantemente sui movimenti collettivi e sui fenomeni che coinvolgono i grandi gruppi.

 

Bion, W. R. (1961) Esperienze nei gruppi. Tr. it. Armando, Roma 1971

Foulkes, S. H.  (1975) La psicoterapia gruppoanalitica. Metodo e principi. Tr.it. Astrolabio, Roma 1976

Freud S. (1933) Perché la guerra?, Opere, vol.11. tr.it. Bollati Boringhieri, Torino 1989

Volkan (2006) Large Group: identità, processi di regressione e violenza di massa. In: Gruppi. Vol. VIII, n.° 3. Franco Angeli, Milano.

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