LA TGD NEL TRATTAMENTO DELLA MEMORIA
Rivista di Arti Terapie e Neuroscienze / la tgd nel trattamento della memoria

La creatività intesa come abilità  elaborativa e combinatoria, non è solo una componente essenziale dell’intelligenza, ma può contribuire in modo importante anche all’efficienza della memoria e in particolare  alla memorizzazione   basata sulla comprensione, in essa    l’integrazione di nuove informazioni nel tessuto dei ricordi  già   consolidati, comporta sempre  -sebbene in misure che possono variare in funzione della discordanza tra il nuovo dato e quelli preesistenti- un rimodellamento della conoscenza pregressa.

 

Quando le informazioni  da ritenere sono  numerose la memorizzazione basata esclusivamente  sulla ripetizione non è molto efficiente, infatti,  come  è noto a molti studenti, le nozioni  così apprese   hanno una vita molto più breve nella memoria  rispetto a quelle profondamente comprese;   ai fini della      comprensione   -che risulta quindi  il modo migliore per memorizzare le informazioni estese e complesse- sarà fondamentale che nell’assimilazione le nozioni  vengano tradotte in un linguaggio personale, ricorrendo a parole ed esempi appartenenti al proprio bagaglio conoscitivo. Nel grado di efficienza di questo rimodellamento, coinvolgente nuove e   vecchie informazioni,    consiste dunque   la creatività mnemonica.   

Nella TGD la tecnica denominata ”fedeltà alla traduzione personale” mira a preservare la   creatività mnemonica, per descriverne le distinte fasi mi servirò del seguente esempio : un   paziente  amante dei fiori desidera apprendere le informazioni   contenute nel seguente testo:

La rosa, della famiglia delle Rosaceae, è un genere che comprende circa 150 specie, originarie dell’Europa e dell’Asia, di altezza variabile da 20 cm a diversi metri, comprende varie specie, tra cui: quelle  cespugliose, sarmentose, rampicanti, striscianti, arbusti e alberelli a fiore grande o piccolo; le specie spontanee in Italia sono oltre 30, di cui ricordiamo la R. canina (la più comune), la R. gallica , la R. glauca (frequente sulle Alpi).Il nome, secondo alcuni, deriverebbe dalla parola sanscrita vrad, che significa flessibile. Secondo altri, invece, il nome deriverebbe dalla parola celtica rhood, che significa rosso.  

Queste informazioni vengono separate e tradotte dall’arteterapeuta   in  rappresentazioni grafiche.


informazione 1 – La rosa, della famiglia delle Rosaceae, è un genere che comprende circa 150 specie.

L’immagine associata all’informazione dovrà suggerire il rapporto intercorrente tra le circa 150 specie di rose e le altre piante alla cui  famiglia  esse appartengono. Servendosi di una rappresentazione di tipo insiemistico, l’arteterapeuta utilizzerà il comando zoom del programma di fotoritocco per sottolineare questa forma di relazione includente, e quindi mentre alternerà   delle  zoomate    sulle rose a degli  allargamenti del campo osservato,  chiederà al paziente di descrivere a parole sue questa relazione, poi,  grazie ad un programma di dettatura, le parole pronunciate dal soggetto appariranno sullo schermo del PC affianco all’illustrazione. Successivamente,  disattivato il programma di dettatura,     il soggetto   avvicenderà la lettura del testo    dettato, all’utilizzo dello zoom.


informazione 2 –  Le rose sono originarie dell’Europa e dell’Asia.

L’immagine 2 consisterà in un fotocollage creato su più livelli, ognuno dei quali comprenderà alcune rose, che in un primo momento saranno invisibili , ma che poi l’arteterapeuta  farà apparire nei  continenti di origine  mentre chiederà al paziente di descrivere cosa stia  accadendo. La risposta del soggetto -così come la precedente e tutte le successive-  apparirà   gradualmente scritta sullo schermo del pc mentre egli la produrrà. Il paziente dovrà   poi  rileggere  questo testo più volte.

 

Informazione 3 –di altezza variabile da 20 cm a diversi metri.

Nella terza immagine saranno rappresentate delle rose, le cui  distinte altezze andranno stimate utilizzando come unità di misura un oggetto che al paziente risulti familiare (e quindi di facile rievocazione)  e che sia alto all’incirca 20 centimetri,ossia l’altezza minima delle rose.

 

Informazione 4- comprende varie specie, tra cui: quelle  cespugliose, sarmentose, rampicanti, striscianti, arbusti e alberelli a fiore grande o piccolo.

Il lavoro da compiere con questa immagine è  dello stesso tipo di quello relativo all’ informazione 1.


Informazione 5 – le specie spontanee in Italia sono oltre 30, di cui ricordiamo la R. canina (la più comune), la R. gallica (poco comune nelle brughiere e luoghi sassosi), laR. glauca (frequente sulle Alpi).

Dell’ informazione 5 va sottolineata, con lo strumento zoom, l’associazione  tra  le distinte specie, l’area geografica in cui si trovano e lecaratteristiche dei  territori dove vivono, in dei fotocollage dove tali elementi vanno sovrapposti.


Informazione 6 – Il nome, secondo alcuni, deriverebbe dalla parola sanscrita vrad, che significa flessibile. Secondo altri, invece, il nome deriverebbe dalla parola celtica rhood, che significa rosso.

Nella rappresentazione grafica della sesta informazione, l’arte- terapeuta affiancherà le due distinte possibilità.

In un immagine sarà raffigurata una rosa che, utilizzando lo strumento  tuwirl dei programmi di fotoritocco,  verrà flessa e raddrizzata più volte  assieme  alla scritta ” vrad “ mentre il paziente commenta ciò che osserva. Il termine acquisirà in questo modo un valore onomatopeico, che ne faciliterà la memorizzazione.

Nell’altra  immagine, invece, il termine rhood   sarà   al centro di una serie di oggetti di colore rosso e verrà trascinato con il mouse  di volta in volta sotto ogni oggetto.

Il termine  “apprendere” deriva dal latino “ad  prehendere” – che significa prendere, afferrare e suggerisce quindi   un comportamentoattivo e consapevole, ma  come abbiamo visto  esiste anche un tipo di apprendimento inconscio: il sistema percettivo della rappresentazione, che è di estrema efficacia quando si tratta di  memorizzare  informazioni di  tipo sensoriale.

 La TGD si serve del sistema percettivo della rappresentazione    nell’esercizio denominato ”arricchimento visivo” che consiste in presentazioni sequenziali di immagini, ognuna delle quali è visibile a schermo pieno durante uno o due secondi, i temi di queste immagini sono a  volte   vari ed altre di tipo monotematico e riguardano, in quest’ ultimo caso, argomenti particolarmente interessanti per il soggetto.

La modalità pluritematica è particolarmente indicata  all’inizio di un incontro di arteterapia se, si manifestano  delle idee ossessive  che possono ostacolare  lo svolgimento degli    esercizi.

Lo  scopo principale dell’arricchimento visivo è quello di compensare, almeno in parte, lo stato di “deprivazione sensoriale” in cui spesso si trovano i pazienti dementi, specialmente quando sono istituzionalizzati.  

Nella TGD la storia della vita del paziente affetto da demenza e quella delle persone a lui care, si considerano   quali vere è proprie materie di studio, per cui su ognuno di questi  soggetti   l’arteterapeuta creerà un dossier digitale contenente fotografie, disegni realizzati dal  paziente e descrizioni di eventi. La parte figurativa di questo materiale sarà  poi utilizzabile nell’ esercizio di ”arricchimento visivo” già descritto, ma si ricorrerà a questi dossier     anche  in un esercizio mnemonico   di tipo analitico, denominato ”concentrazione di informazioni” in cui si  modificano le fotografie    tenendo conto dei dati che le persone ritratte possono fornire, rendendo così le immagini più ricche di informazioni riguardanti  quel momento o quel periodo della loro vita; sia  durante la loro costruzione che successivamente,queste scene vanno descritte e commentate insieme al paziente.

Nell’esercizio “elisione e rievocazione”  le stesse    rappresentazioni   si ripropongono   in versioni in cui un personaggio è  assente.   Se il paziente non ne ricorda la presenza  gliela si suggerisce   mediante i mezzi che la grafica digitale offre, ossia facendone apparire alcune parti oppure rendendo via via meno trasparente la sua figura. 

La memoria procedurale relativa ad  eventuali attività   rischiose  che il paziente  realizzava in passato e  che non vuole dimenticare, o  che desidera apprendere, quali ad esempio guidare o sciare, nella TGD vengono esercitate ricorrendo alla realtà virtuale.  

L’esercizio di TGD per la memoria di lavoro denominato “forme  astratte” consiste in una  versione terapeutica di un esperimento eseguito dal neuroscienziato Mc Carhty nel 1994, finalizzato all’indagine delle componenti neurali della memoria di lavoro. Nella fase preparatoria di questo esercizio sullo sfondo di un foglio digitale bianco si disegnano, ognuna su un livello diverso, delle piccole forme astratte tutte dello stesso colore, alcune delle quali  vanno sovrapposte, mentre le altre devono apparire ognuna in un posto diverso del foglio;  si procede quindi a presentarle una alla volta, durante 1,5 s,  al paziente,  che dovrà indicare, tramite un segnale convenuto, quando una forma appare in un luogo  precedentemente occupato da un  altra figura. Questo compito esercita la memoria di lavoro, in quanto  comporta l’aggiornamento     continuo del  registro mentale di tutte le posizioni in cui appaiano gli stimoli. La sua difficoltà   dipenderà ovviamente dal numero delle forme proposte,  per cui si inizierà utilizzandone   tre, introducendone poi una nuova ad ogni prova superata.

 In un altro esercizio per la memoria di lavoro denominato “l’ordine dei volti” al paziente vengono fatti osservare per alcuni secondi tre o più volti (preferibilmente di persone care al paziente) in fila,   poi si  ripropongono in   sequenze dove   alcuni di essi cambiano posto, e si   chiede   al soggetto  quali personaggi sono stati spostati.

Per mantenere   attiva  la memoria semantica si può  utilizzare    l’esercizio “le  parole e il loro posto”, nella   cui fase di preparazione va chiesto al paziente  di scegliere un’attività  tra   le varie   che saranno  illustrate e visibili sullo schermo di un p.c,     la scritta con il termine che definisce l’ attività preferita dal soggetto, una volta  individuata  all’interno di una lista di attività, il paziente  la potrà  trascinare -con l’apposito strumento che i programmi di fotoritocco hanno- fino a sistemarla sotto l’immagine scelta.

A  questo punto  l’immagine scelta verrà presentata in una versione dove alcuni elementi  sono apparentemente mancanti, in quanto posti ognuno su un   livello diverso reso momentaneamente invisibile. I  nomi di questi elementi, saranno leggibili  in una serie di caselle -ognuna delle quali  si troverà anch’essa su un livello indipendente- ubicate una dopo l’altra verticalmente alla sinistra dell’immagine selezionata come sfondo. Il compito del paziente consisterà nell’individuare il nome degli elementi mancanti  e trascinarli fino al luogo che gli corrisponde, mentre quello dell’artetrapeuta  sarà quello di rendere visibile il livello corrispondente  ad ogni nome correttamente collocato, facendo così apparire l’elemento nella sua sede.

 Prima di concludere questo  articolo,  mi preme sottolineare che   aldilà dei fini a cui puntano gli esercizi sin qui descritti, l’obbiettivo fondamentale nel trattamento del decadimento mnesico a mio avviso consiste nel rendere indelebile -anche a fronte della perdita di ogni altro ricordo- la consapevolezza  del inalienabilità  della dignità umana. Per trasmettere questa convinzione su un piano più essenziale di quello verbale,  non esistono esercizi specifici, solo il costante manifestarsi del rispetto per la vita può comunicarla. Se volessimo però suggerire un aforisma che chiunque ha in carico un paziente varrebbe la pena ricordasse, potremmo ripetere le parole scritte nell’11º capitolo del Tao tè ching: 

Si ha un bell’ riunire 30 raggi in un mozzo, l’utilità della vettura dipende da ciò che non c’è.

Si ha un bell’ lavorare l’argilla per fare vasellame, l’utilità del vasellame dipende da ciò che non c’è.

Si ha un bell’ aprire porte e finestre per fare una casa, l’utilità della casa dipende da ciò che non c’è.

Così, traendo partito da ciò che è, si utilizza quello che non c’è.

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