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La maschera che svela

Il modello di intervento a cui ci riferiamo è quello mutuato dall’esperienza del Laboratorio dell’Individuazione di P. Bartalotta  che pone in grande rilievo l’importanza e l’utilizzo della costruzione della maschera che verrà poi indossata dai pazienti nell’azione scenica. L’intervento prevede un percorso che si articola in quattro momenti: la preparazione fisica, l’improvvisazione, l’espressività, la costruzione e rappresentazione della maschera.

All’inizio di ogni seduta il gruppo esegue semplici esercizi di riscaldamento, di espressione corporea, di respirazione e vocalizzazione per poi passare al rilassamento. Tale momento ha la funzione di dare al corpo una maggiore elasticità ed equilibrio, per renderlo più permeabile agli impulsi dei personaggi e alle emozioni, e perché diventi una via di liberazione dei contenuti inconsci. L’esperienza si avvale di esercizi bioenergetici che propongono dei movimenti che aiutano ad avere una nuova percezione del corpo e a mettersi in contatto con esso, alternando movimenti lenti che permettono di sentire i vari distretti corporei e l’emozione ad essi collegata, con movimenti più energetici, espressivi che rinforzano il proprio senso di affermazione e permettono una canalizzazione dell’aggressività. Nell’esercizio bioenergetico, a differenza della ginnastica l’attenzione cosciente è rivolta a cosa quel movimento evoca: può succedere di scoppiare a piangere soltanto respirando più profondamente oppure avere difficoltà a tirar fuori la voce.
Gli esercizi di improvvisazione, che consistono in esercizi mimici, sensoriali, di concentrazione ecc., hanno lo scopo di stimolare la creatività e l’immaginazione per “inventare” risposte e soluzioni creative alle situazioni impreviste della vita e di iniziare i partecipanti all’azione scenica del teatro. Gradualmente l’espressione diventa più complessa e totalizzante e si svolge lungo un continuum che ha inizio con forme espressive più statiche come la fiaba, la poesia, la pittura, il disegno ecc., fino ad arrivare alla rappresentazione di momenti di rottura di elementi di staticità inconsce e comportamentali. Dalla quotidianità si passa, dunque, a contattare le emozioni e il mondo interiore. Il momento teatrale è caratterizzato dalla scelta di un testo e dalla successiva costruzione della maschera, che rappresenterà lo specchio di quelle vicende interne del paziente di cui lo stimolo teatrale ha risvegliato il ricordo. Ogni incontro si conclude con la discussione ed elaborazione collettiva di quanto emerso. Perché la maschera in un’esperienza di Teatro Terapia? Come nell’antichità la maschera aveva una funzione trasformatrice, chi la indossava ne assumeva i poteri, così nell’esperienza di Teatro Terapia la sua costruzione permette di vivere quanto proiettato in essa e di contattare quanto di nascosto è in noi. La maschera viene costruita con carta e colla su un calco di argilla che lo stesso paziente ha modellato. Il lavoro con la materia, la colla, la creta ecc evoca la regressione. Dall’antico contatto con la materia, dal liquido amniotico al sangue, rimangono sensazioni confuse che riposano nella memoria del corpo, per cui l’esperienza conduce ad una dimensione arcaica. Dopo averla costruita e dipinta il paziente sale sulla scena e rappresenta questo suo vissuto. Sulla scena il palco si illumina lentamente, pronto ad accogliere la performance nella quale prende vita una storia caratterizzata dalle emozioni evocate da quello schermo sul viso, che allontana tutto ciò che è intorno e apre un varco tra se stessi, la maschera e l’inconscio. Le maschere create sono sempre molto arcaiche, a volte inquietanti; la fissità, nell’osservarle, crea una distanza che il movimento riduce, riportandole ad una comunicazione che raggiunge anche l’esterno. Come per magia tutto si muove, si anima ed interagisce. Le movenze sono eleganti, lente, armoniche. Il corpo entra in sintonia con il volto coperto che ne rivela le emozioni in quanto la maschera, in realtà, non è uno schermo alla comunicazione ma esclusivamente alla comunicazione verbale. Infatti le parole spesso creano uno scudo impedendo agli altri e a se stessi di percepire il senso più profondo delle cose. Nei discorsi sul Tao di Lao Tzu il maestro diceva che non è parlando che si comunica, con le parole ci si scarica . Ci si veste di parole per tener lontano la comunicazione più autentica. Con la maschera è difficile parlare, la voce esce distorta e rimbomba al suo interno, come se ponessimo delle mani sulla bocca e parlassimo a noi stessi; infatti spesso la voce non viene utilizzata. La maschera crea quindi uno schermo alla parola, alla razionalità, crea un vuoto iniziale che stimola, che lascia il campo alle emozioni e ai contenuti inconsci. Quando si sale sul palco, essa dà sicurezza, spesso ci si guarda intorno, i movimenti sono lenti, la visibilità un po’ diminuisce. Si sale con un progetto messo a punto dalla nostra mente tenendo presente le emozioni vissute nella realizzazione e visione del prodotto, ma questo progetto spesso ci abbandona, sono le emozioni a guidarci. Interviene anche l’imbarazzo, per chi sta osservando, su quanto andiamo ad esprimere. Alla fine ci si domanda perché è stata realizzata quella performance e non un’altra? E’ l’inconscio che ha guidato, il piano iniziale è solo il momento di apertura della rappresentazione che poi si trasforma in tanti frammenti legati l’uno all’altro come in un divenire. Le azioni seguono in un continuum anche quelle apparentemente più banali. La maschera viene indossata utilizzando anche dei travestimenti che la maschera stessa suggerisce. Il contatto con tutti questi oggetti non è sempre espressione di ciò che si vuole: un velo posto sulla testa che cade suggerisce un’azione e poi un’altra: il trovare dentro se stessi una soluzione attiva la creatività davanti ad un imprevisto, libera l’espressività, permette di contattare le potenzialità, rendendole visibili a se stessi e agli altri. Un velo che cade in una scena teatrale non interrompe l’azione, viene ignorato; nella Teatro Terapia può suggerire una ragnatela per esempio in un vecchio solaio e condurre ad una fantasia imprevista. E così l’imprevisto non viene contro ma viene incontro per condurre in un luogo dimenticato. La maschera copre il volto della persona ma ne rivela altre qualità, quelle più nascoste, in essa vive, potenzialmente, quanto può essere portato alla luce. E’ un prodotto individuale, irripetibile che contiene le proiezioni dell’inconscio del suo autore. La sua forma, che evoca una rotondità di un mandala, racchiude istanze personali che raggiungono la finitezza solo quando il suo autore sente di averla completata. E’ importante, dopo la sua esecuzione, osservarla, spesso accade di non riconoscerla, o di non riconoscersi. Il contatto, l’osservazione evocano emozioni, ricordi, la concentrazione riporta a quel momento in cui si era soli, alla sua nascita. Riconoscerla vuol dire donarle credibilità, renderla una emanazione personale, indossarla vuol dire acquisire le sue potenzialità, la sua energia, identificarsi in quei tratti che la definiscono. L’aspetto arcaico delle maschera costruite con la carta pesta rendono più regressiva l’esperienza. Spesso i volti sono quasi deformi ed evocano immagini primitive di Divinità, uomini, animali. La maschera quando non è indossata richiama ad una sacralità contemplativa, è un’immagine distaccata dal turbinio delle emozioni, che osserva ed incute rispetto, timore. Nel movimento si anima, nel guardarla suscita emozioni più umane, spesso una sorta di tenerezza per la sua mostruosità, perché spesso le maschere sono poco armoniche, e il gesto e il movimento di chi le indossa trasmette un’immagine impacciata che chiede ascolto, chiede di poter esprimere, chiede di vivere. Spesso sorgono delle difficoltà da parte dei pazienti ad indossare la maschera, sia perché essa è rigida e ruvida, sia perché molto spesso all’autore non piace la sua fattezza,; la maschera non corrisponde all’idea che si aveva in mente, è diversa, è lontana dal progetto iniziale, interrompe la comunicazione verbale, sembra che non c’entri nulla con quello che si sta facendo: la maschera chiede di intervenire, far ascoltare la propria voce che è meno potente della parola ma senz’altro più autentica.
(Articolo pubblicato sul Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura n.5 Terapie – ottobre 2007)

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