L’ Orlando Furioso e il Buon Pastore
Rivista di Arti Terapie e Neuroscienze / l orlando furioso e il buon pastore

Cotidie morimur e la ricerca del senso
Questo articolo potrebbe prender le mosse da infinite vicende appartenenti al vissuto quotidiano di soggetti la cui esistenza è significativamente legata al cotidie morimur di Seneca: se è vero che ogni giorno lasciato dietro le spalle è donato alla morte, dunque, è opportuno e auspicabile che gli uomini apprendano la difficile arte di far tesoro d’ogni istante concesso o carpito al destino, non bisogna dimenticare quanti, invece, rimangono inermi in attesa della morte, poiché persuasi di aver ormai “fatto la loro parte”, proprio come gli attori di teatro.

Sembra quasi di vedere le ombre che si affannano dietro le quinte per indossare gli abiti di scena, ripassando a mezza voce le battute da pronunciare. Qualcuno osa dare sulla spalla del vicino una pacca d’incoraggiamento, ma si rimane concentrati sulla e nella solitudine, sulla e nella maniacale predilezione per quella maschera pirandelliana calcata sul volto nella speranza di nascondere, piuttosto che nell’intento di ironizzare. E l’ironia non è il sarcasmo, proprio come l’ “avvertimento del contrario” non è il “sentimento del contrario”: ancora Pirandello e l’esempio dell’anziana donna vistosamente truccata che, a ogni costo e con ogni mezzo, tenta di attrarre a sé il marito più giovane che subisce le malie di un’altra. E chi osserva non sa se ridere o piangere, se mantener vivo lo sguardo indagatore o voltare le spalle e continuare a percorrere il proprio cammino verso un orizzonte mobile che si spinge sempre più in là: finché sei nell’età delle belle speranze corri e corri verso la meta, mentre gli altri ammiccano e ti promettono chissà quale premio al raggiungimento del traguardo. Viene il tempo in cui ti accorgi di non aver tagliato nessun nastro, mentre le Parche si accingono a tagliare il filo: scherzo o inganno? È Il Deserto dei Tartari di Buzzati: leggi quel libro e non sai di esserne il protagonista. Vai in scena e non sai di essere soltanto una comparsa, quando vorresti interpretare il ruolo principale: tuttavia, qual è il ruolo principale? Quale il senso? «Figlia mia, tu non puoi continuare così». Mi dice in tono materno e compassionevole la signora G. «Cosa vuoi dire?» Replico, accennando un sorriso e, poi, senza attendere risposta, soggiungo: «Nessuno mi costringe a venir qui: è una mia scelta!» «Non otterrai nulla. Io vengo al laboratorio, soltanto perché ti voglio bene». Questa volta, il suo tono è severo. È suo dovere indurmi a cambiare idea: per trent’anni, è stata una maestra di scuola elementare. Per i suoi alunni, era “la zia G.” che puniva la disobbedienza non dando il bacio di saluto al suono della campanella. Ricordo il primo anno di scuola elementare: anche la mia maestra salutava con un bacio, ma già, in seconda, lei non c’era ad attendermi sulla soglia dell’aula. Chiesi perché. Mi risposero che non poteva più insegnare: aveva sempre mal di testa e il medico le aveva consigliato di rimanere a riposo. A una bambina di sette anni, la parola “tumore” non si può dire. Prima che se ne andasse, i miei genitori la incontravano qualche volta per strada: passeggiava con le sue figlie che le sono rimaste accanto fino alla fine. Io ho letto un manifesto funebre con il suo nome, mentre, una mattina, ero a bordo dell’autobus che mi avrebbe condotto in facoltà: ero iscritta al primo anno di filosofia. Lei ha lottato fino alla fine: era nel suo carattere, al punto che, persino, la malattia si è spaventata e ha rallentato di molto il decorso. «Io speravo di ottenere che tu mi volessi bene, zia». Rispondo e la saluto con un bacio sulla guancia. Ci rivedremo il prossimo martedì, ore quindici e trenta in punto. La seduta di riabilitazione cognitiva dovrebbe durare un’ora, ma dimentico l’orologio e, sovente, mi trattengo fino alle diciassette, ora in cui ci si comincia a preparare per la cena. Forse, questa è una violazione del setting, però non intendo interrompere i loro discorsi, l’esecuzione di un disegno, la lettura di un passo dell’Orlando Furioso, perché l’ora è terminata: sono laureata in filosofia e specializzata nella prevenzione e nel trattamento del disagio psicosociale. In nessuna delle lezioni che ho ascoltato, in nessuno dei volumi che ho studiato si suggeriva di attenersi a una rigida tabella oraria, altrimenti avrei consegnato pizze a domicilio: in cinque minuti bisogna raggiungere la casa del cliente, per essere competitivi nel settore.

La guerra di Orlando e la guerra di Mussolini
Il signor E. insiste sull’importanza che io “faccia carriera”: «Tu non puoi perdere il tuo tempo con noi! Siamo vecchi: abbiamo ricevuto bene e male dalla vita. Ora, bisogna rassegnarsi ad aspettare, that’s all!» La conclusione in lingua non manca mai nel suo eloquio, alla maniera di Beppe Fenoglio, per chi avesse letto Il partigiano Johnny! Il signor E. ha lavorato in una fabbrica di mattoni a Londra: è emigrato subito dopo il Secondo conflitto mondiale. Ha problemi di udito e, talvolta, si estranea dalla conversazione, così, di tanto in tanto, gli chiedo di pronunciarsi sull’argomento del giorno, di scrivere la prima parola che gli viene in mente, quando io o uno degli altri partecipanti al laboratorio ne pronunciamo un’altra. Martedì scorso, ho detto “albero” e lui ha risposto “erbacce”, successivamente, mi ha raccontato di quando si razionava il pane con la tessera e bisognava andare a rubare fichi dagli alberi, stando attenti a non graffiarsi le gambe con la sterpaglia. Anche ai tempi di Orlando, paladino di Francia, si guerreggiava fra Carlo Magno e i Mori infedeli: chissà se razionavano i generi alimentari. Ariosto tace in merito. Ho scelto di raccontare l’amore infelice di Orlando per la bella Angelica la quale, però, s’innamora di Medoro! «Quella svergognata!» Ha commentato la zia G. Orlando perde il senno e bisogna che Astolfo vada a recuperarlo sulla luna a cavallo dell’ippogrifo: sulla luna, c’è tutto quello che gli uomini smarriscono in terra. Chiedo a ciascuno del gruppo cosa si aspetterebbe di trovare, se avesse la possibilità di andare sulla luna. La risposta più originale è quella del signor T.:«Frutta». Afferma convinto «Frutta?!» «I fruttivendoli se la pagano troppo cara!» Il signor T. è molto affezionato alla frutta, soprattutto, ai mandarini! È stato un bravo contadino, ma guai a parlagli di scuola. Ha raccontato che suo padre lo ha mandato per poco tempo e, poi, ha deciso che era più utile in campagna. «D’accordo, ma a te piaceva andare a scuola? Cosa ricordi?» «Non mi piaceva di fare niente. Solo le belle ragazze!» Ecco, Angelica era decisamente una bella ragazza: ho trovato un volume con molte illustrazioni colorate e la parafrasi di Italo Calvino: una pubblicazione recentissima! Il libraio non sapeva ancora di averla ricevuta, ma, cercando fra gli scaffali, è venuto fuori quel che volevo. «Confezione regalo? È un bambino o una bambina?» Chi ha stabilito che i libri illustrati sono riservati ai più piccoli: abbiamo tutti bisogno di colori e, poi, siamo nella società dell’immagine! Immagine o immaginazione? Nel laboratorio di riabilitazione cognitiva c’è posto per entrambe. Altro che perder tempo con i vecchi! Non conosco un altro posto in cui si è liberi di narrare, di disegnare e di sperimentare la creatività come in quella sala. Ne sa qualcosa il signor N. che è il più giovane fra i partecipanti. Non parla, ma si esprime attraverso il disegno: sto cercando di capire perché realizza solo linee diritte e cerchi chiusi. È anche intervenuto sul disegno di altri: quando abbiamo parlato degli alberi, il signor E. ne aveva disegnato uno ancor minuto ed esile. Ho chiesto al signor N. di farlo crescere e pensavo che avrebbe allungato i rami, aggiunto fiori e frutti. Invece, ha circoscritto la chioma dell’alberello in un quadrato irregolare. Ha ragione: in fondo, si può crescere anche in una dimensione ovattata, soltanto che, in seguito, diventa più difficile confrontarsi con il mondo di fuori. Mi viene in mente il momento in cui bisogna disfare un presepe: di solito, le statuine si avvolgono in batuffoli di cotone idrofilo e si ripongono in una scatola di cartone. I batuffoli evitano l’urto reciproco, ma anche l’incontro e, forse, l’abbraccio. Oppure, le campane di vetro: non possono esser troppo vicine, potrebbero infrangersi, dunque, non possono suonare insieme per richiamare l’attenzione della gente.

Crescere nell’ovatta
«N., cos’hai combinato? – si lamenta il signor E. – Adesso l’alberello morirà: non arriva l’aria!»
Guardo N. che mi scruta con una certa preoccupazione e lo rassicuro, posando la mia mano sul suo pugno chiuso, poi mi rivolgo a tutti: «Scusate, ma ci sono alberi intorno ai quali è necessario mettere una rete di protezione, per permettere che crescano meglio». In effetti, mi è accaduto di vederne qualcuno in città, ma, fino a oggi, non mi ero mai chiesta a cosa servisse la rete: non sono certa che sia utile per consentire uno sviluppo migliore e non vorrei che servisse a proteggere i passanti da un eventuale crollo, quando imperversa il vento di tramontana. Certo, le persone si devono proteggere, ma anche il contenimento non è semplice da sopportare. «Si potrebbe uscire per una passeggiata la domenica! – Propone la signora T. – Per conoscere meglio questa città». Lei non viene dalla Puglia: è cresciuta in Lucania, in casa dei nonni, con una bambinaia che sapeva esprimersi solo in vernacolo. «Mia madre era asmatica e, per timore del contagio, mi mandarono dai nonni. Quando, finalmente, feci ritorno a casa, mio padre mi rivolse per la prima volta la parola e io lo sorpresi dicendo: papà, mi debbisi dare un soldo per le caramelle. Lui si arrabbiò moltissimo perché il verbo era sbagliato e mi mollò un ceffone. Mamma, che era a letto, ancor debole, si alzò per dire a mio padre: Cominciamo bene l’incontro con questa povera figliola. Che colpa ne ha lei, se non le hanno insegnato a parlare? Era vero: io non avevo nessuna colpa!»Nessuna colpa, come non si ha colpa dello scorrere delle stagioni e del sole che viene coperto dalle nubi all’improvviso in estate e quella doveva essere la tua prima domenica in spiaggia. Nessuna colpa: è nell’ordine delle cose.Il signor N., intanto, continua a disegnare: alza la testa, mi guarda e sorride, perché sono intenta a riprenderlo con una piccola videocamera, non solo per documentare il lavoro che svolgiamo insieme, ma anche per un altro motivo che, sulle prime, non mi spiego: la videocamera disinibisce. Non dovrebbe essere il contrario? Perché bambini e adulti s’imbarazzano dinanzi a quell’occhio meccanico e i miei anziani no? Non ho voluto chiederlo ad alta voce, per evitare di spezzare la magia del colloquio con lo strumento, però mi sembra di aver compreso che la videocamera è un ulteriore “mezzo di attenzione”: oltre i miei due occhi, ecco che ne arriva un terzo in grado di non perdere una battuta, di rimandare espressioni e smorfie, di suscitare stupore e orgoglio: «Ehi, è come la televisione!» Il signor N. se la ride più di tutti, soprattutto quando lo invito a calarsi nei panni del cameraman e gli chiedo di riprendere i suoi amici, poi me che saltello da un punto all’altro della stanza per vedere se riesce a “tenermi nell’inquadratura”. Rido anch’io, in verità, mentre lo saluto con entrambe le mani o mi atteggio con espressioni strambe per tener viva la sua attenzione. Si affacciano le infermiere nella sala e guardano dubbiose: ma il metodo è validato da un protocollo scientifico? Sì, dell’animazione clinica nell’ambito della geriatria si parla molto al giorno d’oggi, tuttavia, le evidenze scientifiche riguardano le terapie analogiche piuttosto che la riabilitazione cognitiva. Il laboratorio che svolgo comprende la narrazione, l’espressione grafica e il lavoro con la videoarte, tuttavia, non nascondo che, per strutturarlo in maniera così eclettica, ho riflettuto a lungo e, soprattutto, mi sono interrogata sull’esigenza primaria: come stimolare attenzione e interesse, senza entrare in un contesto, per così dire, “istituzionalizzato”? In breve, non siamo fra i banchi di scuola e nessuno ci obbliga alla noia. La disciplina è il rispetto reciproco delle opinioni che comprende la capacità di ascoltare non solo se stessi, ma anche di sintonizzarsi sul canale dell’altro. Obiettivo ambizioso? Sono stata la prima a stupirmi, quando la zia G. ha accompagnato la mano del signor N. per aiutarlo a disegnare un’onda marina. Non ho detto nulla: sono rimasta a guardare, anche se le mani mi tremavano sulla videocamera per l’emozione.

That’s all!
Intendiamoci: il laboratorio non è un’isola felice, come non lo è la Terza età. Tuttavia, a ben riflettere, quale età della vita è un’isola felice? Non era Melanie Klein a dire che anche il neonato vive una “condizione schizoparanoide”, identificando un seno buono che si offre e uno cattivo che si sottrae? Nessuna via preferenziale, solo impegno e disposizione a raccogliere i risultati buoni e a riflettere sui segnali di stanchezza, di eventuale insoddisfazione che vengono dai partecipanti al laboratorio, in modo tale da poter sempre calibrare il lavoro secondo le esigenze emergenti. Questa è la “carriera” che io e, molti altri come me, hanno scelto e quest’articolo viene pubblicato non con l’intento di raccogliere applausi e consensi, ma per invitare i lettori alla riflessione critica su un lavoro in itinere che può esser sempre migliorato.
That’s all!

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