Intervista a Elsa Stagnaro, Danzaterapeuta argentina
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Intervista a Elsa Stagnaro, Danzaterapeuta argentina

Nel mese di febbraio u.s., abbiamo intervistato la Prof.ssa Elsa Stagnaro, Danzaterapeuta argentina e autrice del libro DALLA DANZA AL CORPO – POTENZA E DESIDERIO: I BALLERINI DIONISIACI (Mimesis editore). Ecco quello che ha risposto alle nostre domande.

Professoressa Stagnaro, nel libro, è posta in luce la differenza fra “soma” e “corpo desiderante”. Nella mente del lettore potrebbe sorgere un quesito che chiama direttamente in causa la temperie contemporanea: a Suo parere, la società globale è in grado di risvegliare nella persona il desiderio di scoprire il proprio corpo e le potenzialità espressive insite in esso? E, se ciò è possibile, in che modo ognuno può disporsi in atteggiamento di ricerca rispetto alla dimensione della fisicità?

La società globale è soltanto un polo della questione…l’altro polo è la soggettività, è nella polarità che si esprime e si realizza la vita. Nella tensione fra i due si può costruire una vitalità collettiva. Senza il polo desiderante la società globale è soltanto scambio di oggetti, di merci, guadagni unilaterali o perdite materiali e sofferenze per una grande parte dell’umanità. Il corpo desiderante introduce, non solo la domanda sulla mia autenticità e il mio disagio, ma anche la domanda sull’ “Altro”, la domanda sulle relazioni, sugli scambi affettivi e umani, sul destino del proprio Gesto. Il soma, invece, può essere soltanto uno strumento meccanico, soggetto alla strumentalizzazione, alle somatizzazioni misteriose, all’estenuante sforzo meccanico, alla inespressiva legge del guadagno. Certamente i sentimenti e le espressività umane non sono “un business”. A mio parere, la società globale non sta evitando le enormi sofferenze collettive, per quanto procuri guadagni immensi sempre maggiori riservati, tuttavia, soltanto a sempre meno persone. Nei paesi ricchi le malattie mentali e psichiche distruggono soggettivamente, nei paesi poveri la fame e le guerre uccidono collettivamente. E’ per questo che la società globale, prima o poi, dovrà porsi il problema dell’ “Altro”, degli “Altri”, della propria soggettività, della sensibilità e dei sentimenti di solidarietà. Su questo sfondo, il corpo desiderante diventa un’urgenza, sia per la psiche individuale e soggettiva, sia per le semplici relazioni umane. Non è la stessa cosa scambiare merci e scambiare culture e soggettività. Soltanto il soma può meccanizzarsi, schiavizzarsi, comandarsi. Il corpo desiderante, invece, è pura psiche ed anche fisicità, perché il desiderio è oggettivamente e percettivamente unito alla materia – energia. Non è una entità spirituale, “romantica”. Non trascende la materia – energia, è immanente ad essa. Desiderio, corpo desiderante e mondo (globale) sono i due poli del TUTTO. Isolare il soma è una procedura intellettuale, irreale e inutile, è un prodotto della mente che produce corpi docili. E’ trattare l’essere come merce. Pertanto, fingere di vivere da soli è credere che si globalizzino soltanto le merci. Anche se può sembrare difficile che la società globale prenda in considerazione questo quadro, è compito di ognuno porsi il problema del perché, per adesso, la società globale è interessata più a farci diventare merce e al guadagno di pochi. Credo, invece, che lo scambio interculturale sia la ricchezza del mondo globale.

Se Isadora Duncan scriveva che cagionare sofferenza al corpo non è il modo per accostarsi alla danza, dalla Sua esperienza si evince, però, che un disturbo di natura somatica e/o psichica può costituire l’inizio del cambiamento? E, tuttavia, dove trovare la forza per “dire sì alla vita” come scriveva Nietzsche?

Dire si alla vita presuppone l’accettazione della morte… imparare che allegria e dolore sono battiti ineluttabili che non possiamo eliminare. Si tratta della fragilità umana e del modo di esistere cosmico. Tutto quello che è vivo ha un solo percorso: la trasformazione! Siamo parte di un flusso non controllabile…ma che merita di essere vissuto con tutto il nostro essere, anche perché collegandoci ad esso possiamo intervenire decisamente in questo fluire costante ed essere membri attivi di questa trasformazione per realizzare e far crescere più compiutamente la nostra “ghianda”; altrimenti dovremmo smettere di vivere… per paura di soffrire e morire. Spesso il sintomo somatico è la spia del nostro vano intento di frenare l’esistenza per paura. E’ vero che il mondo fa paura, però, è anche vero che, se affrontiamo la paura come tale, invece di ammalarci, troveremo non la VIA VINCENTE, ma la via del VIVERE CREANDO, creando il tipo di vita di cui abbiamo bisogno. Si tratta di una scelta… Certo che cagionare, recare sofferenza al corpo, non è il modo di accostarsi alla danza… ! Ma Isadora Duncan si riferiva alla sofferenza che procurano certe tecniche di danza che deformano e recano dolore fisico al corpo. Quando c’è un sintomo, la sofferenza c’è già, e se cerco una risposta attraverso la Danza Spontanea e la posso trovare, posso cambiare, si dà trasformazione psichica e il sintomo sofferente non avrà più bisogno di esistere. Il sintomo, sovente, è un avvertimento…. che bisogna non lasciar perdere, occorre, invece, imparare ad ascoltarlo ed è ciò che accade nei seminari di Danza Spontanea: ascoltare il sintomo rapportarlo ai conflitti, emozioni e sentimenti ed agire creativamente per trasformare la nostra vita ed essere un componente attivo, vivo, nella trasformazione del mondo. Prima di morire posiamo fare tanto…e la morte diventa un compimento, invece di essere una paura che paralizza la vita.

Abbiamo molto apprezzato, leggendo il suo volume, la commistione di danza e scrittura creativa presente all’interno del Suo libro: nel corso della lettura, infatti, si trovano testimonianze poetiche che penetrano come lamine acuminate nella razionale consapevolezza dell’Occidente: possiamo considerare la poesia un modo per trasporre la danza in parole, senza banalizzarla né svestirla della sua forza rinnovatrice?

Effettivamente i testi sono molto espressivi del vissuto che si prova nella Danza Spontanea. Altre persone dipingono, fanno scultura, ecc., ognuno trova il suo modo personale di esprimere i propri sentimenti, di rivolgersi al mondo e parlare. Ogni cosa che, rinnovata nell’esperienza soggettiva, è fortemente chiamata in causa, nella Danza Spontanea, è naturalmente creativa. Non si tratta di una tecnica per scrivere. Ogni essere è naturalmente creativo. Bisogna dare un’occasione per scoprire ed agire come il vero essere, che siamo stati alla nascita, ci fa essere. Alla nascita siamo essere empatici con una grande varietà emozionale, siamo molecole che nel corpo mettono in contatto conscio e inconscio. Sappiamo cosa e come fare, esprimiamo l’essere appena nato, nella nostra caratteristica unica, prima della maturazione totale del cervello. Questa autenticità si esprime in movimenti, gesti e azioni nello spazio, ci fa essere quel che siamo e trovare ogni strumento che ci è consono per creare. La Danza Spontanea ha lo scopo di avvicinarci a questa autenticità perché ciascuno possa trovare il proprio linguaggio come poesia, racconto, dipinto, disegno, colori, suoni ritmici ed armonici. Tutto è dentro di noi…. Dobbiamo soltanto RICORDARE. La Danza Spontanea serve a rimetterci in contatto con il nostro essere, con il linguaggio che ora possiamo scegliere….

Cosa vuol dire “ritrovare la speranza”, danzando? Si può trasmettere ad altri – che con la danza non hanno alcun contatto, ma che, in qualche modo, ci sono vicini e cari – quel sentimento di energia interiore – mi corregga se non ricorro a un linguaggio appropriato – che il muoversi in armonia con il proprio corpo trasmette?

Si può… però, bisogna “danzare”. Lasciare parlare il nostro inconscio nella danza, andare avanti nella nostra esperienza per perdere la paura di vivere, cambiare e creare…. Se questa energia si risveglia in noi non è difficile che gli altri cari intorno l’avvertano. Possono contagiarsi o meno…anche loro possono e devono scegliere…

In molti passi del Suo libro, Lei cita Nietzsche e Jung: in che misura, le Sue letture hanno contribuito a modellare il metodo della Danza Spontanea? Percepisce, talvolta, in Lei e nelle persone che danzano con Lei la presenza di un conflitto mente-corpo? Come procede in questi casi?

Jung, Nietzsche ed altri che cito erano per me, in certi loro scritti, la conferma che le scoperte fatte nella Danza Spontanea non erano illusioni ed errori di soggettività eccessiva. Anche loro avevano vissuto e scoperto, in qualche modo, lo stesso sentire. Questi testi citati nel libro non sono speculazioni meramente intellettuali. Sono contenuti che rivelano percezioni ed intuizioni, sentimenti e relazioni fra le cose che provengono dall’ “Altro Sapere”. E così è stato per me con la Danza Spontanea. In questo senso erano una conferma, tanto quanto le conferme della Fisica e della Neurobiologia. Era come trovare, nel cammino, voci con cui condividere un vissuto…. Era uno scambio. Un “Altro” che segnalava qualcosa di simile a ciò che scoprivo nella mia esperienza: potevo appoggiarmi su di lui, più grande, più saggio di me…e con il coraggio di dirlo. In quanto al conflitto Mente – Corpo, metto in chiaro subito che, per me, il Corpo è la Psiche. Quando la volontà si identifica con la mente e diventa un suo strumento, il flusso spontaneo si distrugge ed è sostituito da un automatismo: la persona opera in base a principi meccanici e/o ideali, come una macchina. È, dunque, un grosso problema perché la volontà è l’unica qualità attraverso la quale noi ci possiamo togliere dagli automatismi e la mente non è l’inizio del processo, la mente è solo uno strumento, non una realtà creativa. La risorsa creativa della Psiche è la Spontaneità. La Spontaneità, se non è stata intaccata, reagirà immediatamente davanti ad ogni esagerazione che ci separa dalla vita. La mente, invece, che non è una realtà creativa, ma uno strumento, non è in grado di farlo, per questo la si educa per condizionare il comportamento e creare corpi docili. La mente, dal mio punto di vista, non è identificabile, quindi, con la Psiche. La Psiche è il Corpo: possiamo identificarlo con il flusso dei neuropeptidi che, con i loro recettori, rappresentano il fondo biochimico delle emozioni. La Psiche è, pertanto, ovunque. Il conflitto si produce quando è la mente, che, invece di mantenersi strumento, inventa soluzioni che sono funzionali all’educazione dominante, al potere. E’ il pensiero che deve andare al corpo e non il corpo al pensiero. Nella Danza Spontanea, dunque, procediamo a rinforzare la scorrevolezza del flusso energetico bloccato, in modo da ripristinare l’equilibrio perso e a rimettere fortemente in contatto il soggetto con le emozioni e sentimenti soggettivi. Dobbiamo ripristinare la connessione tra conscio e inconscio, persa a causa del controllo della mente educata. La Psiche ammalata non possiede più questo dialogo, e la Danza è l’arte suprema, così come io la concepisco, per riannodare la relazione. E’ la perdita di questo dialogo tra conscio e inconscio che allontana il soggetto dalla sua soggettività e perciò è causa di malattia. La danza come banale esercizio fisico formale è un’illusione di danza, allena i muscoli. La danza come capricciosità del pensiero è altrettanto inutile. La Psiche è nei flussi e sono le giunture che li attivano, grazie al movimento dello scheletro. Chi danza deve imparare a sentire i flussi e dare loro forma con il gesto immediato, ritmico. Così conoscerà chi è, cosa vuole, il suo Desiderio. La Danza Spontanea e la sua applicazione in contesti terapeutici: Le è mai accaduto di lavorare con persone manifestanti un Disturbo dell’Alimentazione e, dunque, sovente incapaci di accettare il proprio corpo e ossessionate dalla paura del cibo, in quanto elemento capace di violare il “santuario delle ossa sporgenti”? Il disturbo dell’alimentazione è una somatizzazione la cui ragione profonda è la negazione della vita e della propria esistenza.

Non c’è un approccio “speciale”, procediamo come sopra indicato, tenendo conto della soggettività della persona. I Disturbi dell’Alimentazione, peraltro, si concretizzano anche in un rifiuto della sensualità e della sessualità che, se abbiamo ben compreso, sono due cardini sui quali ruota la Danza Spontanea. Come avvicinarsi a una persona che ha timore di toccare se stessa e l’altro?

Il toccare ed essere toccato, la sensualità e la sessualità, nella mia esperienza, sono rifiutati da tutti, anche da quelli che sembrano molto “erotici”. E’ la conseguenza di una cultura guidata dalla “mente”. Occorrono pazienza, delicatezza e tanto lavoro, cardini di ogni erotismo ben inteso. Nella Danza Spontanea riveste un’importanza cruciale il ripristino del Ritmo personale. A questo scopo la Danza fa perno spesso sul lavoro specialistico di percussionisti che provengono dalla tradizione africana che si caratterizza per accostare il suono ai flussi nervosi del corpo per sbloccarli come potete ascoltare nel cd allegato al libro.

Quali sono gli orizzonti della Danza Sponatanea? Lei parla di “un metodo in continua evoluzione”: qual è lo stato dell’arte in Europa?

Gli orizzonti della Danza Spontanea sono tanti incerti quanto quelli della nostra civiltà in cui la malattia mentale ha una crescita esponenziale. Non credo si possa parlare di un Rinascimento culturale in Europa. Nella Danza Spontanea lavoriamo da un lato, per radicare le persone alla fedeltà in se stesse, alla loro verità interiore profonda, e dall’altro, a ripristinare la presenza e il contatto concreto con l’ “Altro”. Queste sono le due ancore su cui poggia tutta la Danza Spontanea. Il senso tragico, il dionisiaco, è poter vivere appieno la vita perché si accetta la sua legge: la trasformazione vita-morte-vita.

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