Il lavoro con le immagini: foto-videoterapia e integrazione con le arti terapie
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Il lavoro con le immagini: foto-videoterapia e integrazione con le arti terapie

La diffusione capillare dei social network e di strumenti digitali nell’era della connettività permanente (De Kerckhove D., 2014) contribuisce ad incrementare notevolmente la produzione e la condivisione di fotografie, filmati e documenti multimediali.

All’interno di questo scenario, le arti terapie possono prevedere l’utilizzo di strumenti digitali multimediali in vari contesti di intervento e progettazione.

Per foto-videoterapia si intende la disciplina e il campo di studio che utilizza la fotografia e il video come mediatore artistico nelle terapie espressive e nell’arte terapia.

Ma come è possibile utilizzare i processi di produzione di immagini e le immagini stesse all’interno di un setting di arte terapia?

 

Nel lavoro con la fotografia e il video sono le immagini, le modalità e il processo di produzione di esse che diventano il pre-testo per favorire conoscenza, consapevolezza e responsabilità dei propri modi di essere nel mondo.

Il livello di approfondimento delle dinamiche interne della persona oltre all’ambito di intervento e alla natura della relazione fra operatore e cliente permettono al lavoro con le immagini di rientrare nei confini della psicoterapia, del counseling espressivo o dell’arteterapia.

Le potenzialità dello strumento sono molteplici e le forme variano secondo il contesto di intervento, le caratteristiche dell’utenza e la formazione del conduttore che può esser un arte terapeuta, uno psicoterapeuta oppure un operatore/educatore con competenze specifiche in arteterapia.

La creazione di foto-racconti in gruppo, di cortometraggi o di prodotti multimediali può divenire un’esperienza che favorisce processi di co-costruzione e creazione in gruppo, facilita la condivisione di narrazioni ed esperienze, stimola il pensiero creativo e potenzia lo spirito di appartenenza attraverso un lavoro di squadra.

Per esplorare l’intenzionalità dello sguardo e di ciò che si sceglie di rappresentare e vedere in un disegno, in un quadro, in una fotografia o in un video occorre muoversi verso l’esplorazione delle sensazioni e dell’effetto che fa la percezione dell’oggetto stesso.

Così come Brentano differenziava l’effetto primario (oggetto/fenomeno) dall’effetto secondario (effetto percettivo/emotivo dell’oggetto/fenomeno stesso)(Brentano, F., 1997), nell’incontro terapeutico a mediazione artistica è evidente come l’interesse nella relazione sia rivolto verso la condivisione e l’espressione sensoriale ed emozionale del fenomeno percepito.

La percezione organizza i dati sensoriali in base anche ai bisogni dell’organismo e in questo afferma la propria intenzionalità.

Percepire rimanda quindi a una forma strutturata in cui c’è spazio per la soggettività dell’organismo: il soggetto non solo vede e sente ma orienta attivamente la sua scelta del sentire e del vedere in relazione alla soddisfazione di alcuni bisogni.

La Gestalt (dal tedesco forma) è una forma strutturata, completa e con un senso per noi.

La percezione risponde ad alcune leggi che la guidano e la strutturano e non è costituita dalla semplice somma degli stimoli e dei dati sensoriali percepiti.

Percezione e fenomenologia contengono i concetti di intenzionalità, scelta e responsabilità.

Di fronte al mondo possiamo recuperare la nostra potenzialità e creatività, lavorando direttamente sulla nostra percezione del mondo, sul come oltre che su cosa vediamo, sull’effetto della nostra percezione oltre che sul perché avviene in un determinato modo.

L’attenzione è posta su quello che si sente, perché è il sentire che dà senso e rivela l’intenzione di chi sente.

La parola intenzione rimanda ad in-tensione: la persona si muove alla ricerca di qualcosa, struttura i dati dell’ambiente in una forma che possa garantirgli di soddisfare alcuni bisogni ed è il dialogo su cosa cerca e come lo cerca che costituisce parte dell’esplorazione terapeutica.

Edgar Rubin elaborò il concetto di relazione figura/sfondo, marcando l’attenzione sul fatto che ogni fenomeno è inserito in un campo ed è situato in un contesto che gli fa da sfondo.

Così come non può esistere una figura senza uno sfondo e viceversa, non può esserci un comportamento o un’emozione senza un contesto di riferimento.

Lo sfondo che può esser visto come l’inconscio gestaltico è il luogo dello “sconosciuto” e anche il luogo dell’ombra, del nascosto che la luce della consapevolezza e dell’attenzione possono illuminare, rendere visibile.

La dinamicità del processo figura/sfondo ci permette di vivere in equilibrio e in contatto con i nostri bisogni e con le spinte che il nostro organismo ci fornisce verso il mondo.

Per Merleau Ponty la percezione è espressione: percependo, l’individuo dà senso al mondo.

La percezione è intenzionale e riprendendo il pensiero di Brentano possiamo individuare come all’interno di un lavoro con le immagini, il terapeuta e il paziente possano muoversi verso l’esplorazione del fenomeno psichico associato all’oggetto fisico secondo diversi livelli di profondità a seconda del contesto e degli obiettivi dell’intervento.

La percezione non è una riproduzione fedele della realtà bensì è una rappresentazione, una traccia della realtà.

É possibile pertanto lavorare con le immagini intendendole come prodotti intenzionati in cui la persona sceglie di vedere o mettere quello che vuole in primo piano secondo diversi livelli di consapevolezza e coscienza.

 

Alcuni esempi di lavoro integrato tra foto-videoterapia e arte terapia

Il Racconto per immagini

 

Ascoltare le emozioni e i pensieri del qui e ora e creare un prodotto di gruppo con disegni, colori e fotografie scattate dagli utenti del laboratorio.

É questa la consegna che si rivolge al gruppo, dopo una prima fase di lavoro di accoglienza e riscaldamento.

Gli utenti sono liberi di fotografare quello che vogliono e che maggiormente rappresenta il loro stato d’animo, favorendo la comunicazione e lo scambio fra aspetti analogici e digitali dell’esperienza.

Analogico contiene il mondo della fantasia, della metafora, del “come se” e del non verbale mentre digitale fa riferimento alla razionalità, al pensiero logico, al verbale.

L’obiettivo è realizzare un prodotto comune, un racconto per immagini frutto dell’integrazione e della condivisione di emozioni e di pensieri individuali attraverso la trasformazione creativa e artistica in immagini, segni, disegni e tracce colorate ed “emozionate”.

L’utilizzo di colori, pennelli e altri materiali dell’arte terapia plastico-pittorica accanto alle fotografie stampate ha come obiettivo quello di favorire l’integrazione dei linguaggi e degli strumenti delle arti terapie.

Il prodotto finale realizzato su cartellone contiene i contributi creativi di ognuno, il risultato finale è più della somma delle singole parti e diviene un prodotto comune in cui ciascuno può ritrovare e riconoscere il proprio tratto, la propria parte di fotografia, il proprio contributo grafico e pittorico: il proprio modo di stare nel lavoro di gruppo.

A seguire, dopo una fase di osservazione e ascolto cognitivo ed emotivo del racconto realizzato, ogni partecipante può liberamente condividere la propria esperienza con il resto del gruppo e sperimentare così un momento di ulteriore integrazione e condivisione.

Attraverso il feedback, a fine lavoro, la persona può rendere consapevoli alcuni ponti e legami fra il mondo analogico, contenuto nelle metafore condensate nella fotografia e nelle forme grafiche e pittoriche, e il mondo digitale, i pensieri e le razionalizzazioni ad esse associati.

L’esperienza del “racconto per immagini” può realizzarsi secondo diversi moduli e diverse fasi all’interno di un percorso clinico, educativo o formativo.

Le fasi principali di lavoro seguono il seguente percorso:

  • Fase di accoglienza e riscaldamento;
  • Produzione delle fotografie associate a pensieri e/o emozioni del qui e ora;
  • Scelta in gruppo del soggetto e della tema del racconto partendo dalle immagini realizzate;
  • Realizzazione in gruppo del racconto per immagini utilizzando diversi strumenti delle artiterapie;
  • Osservazione del lavoro e condivisione spontanea dei feedback.

 

Il Videopartecipativo: l’esperienza del cortometraggio

 

All’interno delle attività riabilitative per utenti di una comunità residenziale per pazienti psichiatrici abbiamo scelto di lavorare con le immagini adottando la metodologia del video partecipativo.

Un lavoro analogo è stato svolto all’interno di progetti scolastici per studenti delle scuole di secondo grado, all’interno di laboratori creativi per adolescenti di centri aggregativi giovanili oppure per progetti di formazione aziendale focalizzati sul team building e rivolti a dipendenti e manager.

La proposta è di lavorare per realizzare assieme un breve filmato, un cortometraggio che veda gli utenti stessi del laboratorio come attori, sceneggiatori, registi, operatori, ciakkisti e costumisti.

Si tratta di creare un’equipe di lavoro finalizzata alla scrittura del soggetto della sceneggiatura e alla realizzazione delle riprese per il cortometraggio.

Questo lavoro rientra nella metodologia del video partecipativo, un’attività socio-terapeutica centrata sul gruppo e la cooperazione e impostata come fosse un gioco di ruolo, dove il lavoro su di sé avviene in parallelo con il processo di costruzione del prodotto finale.

Tali sono gli obiettivi terapeutici del lavoro con il video nei gruppi (Shaw e Robertson, 1998):

  • È uno strumento per il lavoro di crescita personale;
  • É centrato sul gruppo e promuove la cooperazione;
  • Si basa sull’esperienza dei partecipanti, sui loro bisogni e idee;
  • Stimola l’espressione della creatività;
  • Sviluppa la sicurezza e la stima di sé;
  • Genera l’interazione e la discussione;
  • Costruisce l’identità e la coesione di gruppo;
  • Accresce la consapevolezza e l’attività critica;
  • Fornisce i mezzi per comunicare con gli altri;
  • Coltiva le capacità e il potenziale dei partecipanti;
  • Sviluppa le abilità di pianificazione e di decisione;
  • Conferisce il controllo e le responsabilità ai partecipanti;
  • Incoraggia la determinazione nel raggiungimento degli scopi;
  • Facilita l’empowerment.

Nel video partecipativo gli utenti diventano diretti autori della propria libertà espressiva e hanno la possibilità di usare la telecamera e le attrezzature tecniche di un gruppo video per fornire il proprio sguardo sul mondo.

Ogni utente può rivestire a turno i diversi ruoli tecnici necessari per la creazione del cortometraggio e in tal modo può fare esperienza delle proprie capacità e modi di stare nel gruppo.

Il cortometraggio e il lavoro di gruppo diventano l’interfaccia con cui relazionarsi con gli utenti.

Attraverso la metafora del cortometraggio e dell’equipe tecnica amatoriale gli utenti possono rivestire i panni delle diverse figure e così sperimentare atteggiamenti, empatia, stili di leadership e ruoli che sono spesso lontani dalla loro esperienza di vita.

“La trama del soggetto e della sceneggiatura diviene metafora dei copioni di vita dei partecipanti; la costruzione dei personaggi diviene possibilità di lavoro sul vissuto del proprio ruolo relazionale, alludendo alle dinamiche interne dei partecipanti senza toccarle direttamente. La fase di realizzazione vera e propria (produzione e post-produzione) offre ampie possibilità nel qui e ora del processo creativo di sviluppo delle competenze sociali, relazionali e collaborative” (Rossi, O., Botticelli, K., Cardamomi, D., Rubechini, S., 2004).

Il lavoro per la creazione di un video segue le seguenti fasi:

  • Brainstorming e scelta del soggetto;
  • Scrittura della sceneggiatura e dello storyboard
  • Individuazione degli attori e compilazione dell’organigramma
  • Pianificazione e realizzazione delle riprese e dei lavori associati
  • Montaggio e post-produzione finale
  • Visione del cortometraggio

 

Poiché “la creatività non è una dote, che qualcuno ha e qualcuno no, non dipende dalla personalità del soggetto: è piuttosto una situazione in cui ognuno si può mettere o non mettere” (Quattrini, 2007) nel momento in cui il contesto del laboratorio è percepito come accogliente ed interessante i partecipanti scelgono di mettersi in gioco, di proporre idee per la sceneggiatura e di contribuire attivamente ai lavori del gruppo.

La creatività diventa un’esperienza che gli utenti vivono nei diversi ruoli della troupe amatoriale cinematografica.

Bruno Callieri, psichiatra, grande maestro e studioso della psicopatologia fenomenologica, a proposito di narrazione e identità in un suo articolo ha scritto: “Nel corso della vita, non facciamo altro che raccontare noi stessi attraverso storie che rappresentano dei veri e propri atti narrativi in quanto frutto di operazioni attive di organizzazione ed elaborazione dei diversi episodi che riteniamo più importanti per la nostra vita…noi non siamo altro che la storia che raccontiamo di noi stessi e la nostra identità narrativa si costituisce mediante la nostra storia” (Callieri, B.,1999-2000).

 

Bibliografia

 

Berman L., La fototerapia in psicologia clinica, Erickson, Trento, 1996.

Brentano, F., La psicologia dal punto di vista empirico, Laterza, Bari, 1997.

Callieri, B., Dall’anamnesi al racconto: analisi esistenziale e/o analisi narrativa?, Informazione psicologia psicoterapia psichiatria, vol. 38-39, pp.2-9, 1999-2000.

De Kerckhove D., Psicotecnologie connettive. Meet the media guru, Egea, 2014.

Giusti, E., Videoterapia. Sovera Editore, Roma, 1999.

Lisco G., Miletic G., Giovani adolescenti rom alla prima esperienza con il video, Artiterapie – inserto Videoterapia – supplemento del n.9/10 – Editore Associazione Europea per le Arti Terapie  – 2005

Manghi, D., Vedere se stessi. La psicoterapia mediata dal video, Franco Angeli, Milano, 2003.

Merleau Ponty, M., Fenomenologia della percezione, Bompiani, 2003.

Quattrini P., Fenomenologia dell’esperienza, Zephiro Ed., 2007.

Rossi, O., Lo sguardo e l’azione. Il video e la fotografia in psicoterapia e nel counseling, EUR, 2009

Rossi O., Botticelli K., Cardamomi D., Rubechini S.,  Narrazione creativa e disagio scolastico, INformazione Psicoterapia Counseling Fenomenologia, vol.2, pp. 72-79, Roma, 2003

Shaw e Robertson, Il videotape. L’uso partecipativo in educazione e riabilitazione, Centro Studi Erickson, 1998.

Weiser J., Tecniche di FotoTerapia nel counselling e nella terapia: usare le foto comuni e le interazioni con le fotografie per aiutare i clienti a prendersi cura delle proprie vite (“PhotoTherapy Techniques in Counseling and Therapy: Using photos, and interactions with them, to help clients heal their lives”, translation by Dr. Carmine Parrella and Dr. Matteo Paganelli), Informazione: Psicoterapia, Counselling e Fenomenologia, Vol.7, Sept-Oct, 120-147, 2006.

 

 

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