DALL’INSERTO SALUTE E PREVENZIONE – Il gioco d’azzardo tra conseguenze individuali, familiari, sociali, illusioni, classificazioni e interventi terapeutici: L’esperienza di Campoformido
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DALL’INSERTO SALUTE E PREVENZIONE – Il gioco d’azzardo tra conseguenze individuali, familiari, sociali, illusioni, classificazioni e interventi terapeutici: L’esperienza di Campoformido

di R. De Luca

Il gioco d’azzardo non è una pratica moderna e ricerche archeologiche ed antropologiche ne hanno testimoniato la presenza in ogni epoca, cultura e strato sociale.
Le indagini più recenti, condotte nel nostro paese, evidenziano come oltre 1’80% degli italiani si dedichi, in modo più o meno costante, alle diverse forme di scommesse in circolazione e che le quote di denaro puntate sono sempre in costante aumento (1). Si ipotizza che nei prossimi anni, tra gioco legale ed illegale, si spenderanno complessivamente, in Italia, quasi 30.000 milioni di Euro. Se facciamo un confronto con la popolazione complessiva, il popolo italiano è il primo al mondo per versamento di denaro nell’azzardo. Il fenomeno è esploso durante la metà degli anni Novanta, all’epoca della recessione economica, mentre vigevano politiche tese ad una drastica riduzione del deficit pubblico. Quindi, negli anni dell’incertezza si è consumato il boom dell’azzardo, sia legalizzato che proibito (2). Gioca, quindi, la stragrande maggioranza della popolazione, ma è importante sottolineare come i dati disponibili individuano attorno al 3% l’incidenza del GAP (gioco d’azzardo patologico) tra la popolazione generale.

Dalle illusioni alla terapia
Ad una prima e semplicistica lettura, il rischio di diventare giocatori patologici appare “solamente” del 3%. In realtà, se frequentassimo e osservassimo attentamente le sale gioco noteremmo come i giocatori già fortemente a rischio di dipendenza, superino spesso il 50% delle presenze per arrivare fino a punte del 70%. Sappiamo bene, oltretutto, che il problema non può essere ricondotto al singolo giocatore, ma va esteso, quantomeno, al nucleo familiare d’appartenenza, fatto che determina una lievitazione delle persone coinvolte, tale da costituire una vera e propria emergenza sociale. Il fenomeno, considerate le offerte di gioco sempre più aggressive ed elevate (non da ultimo l’apertura di centinaia di Sale Bingo su tutto il territorio nazionale), diventa ogni giorno più preoccupante poiché ormai, nel nostro Paese, non c’è più strato sociale che possa considerarsi indenne dal rischio di compulsione all’azzardo.
Va operata, comunque, una prima, chiara e semplice considerazione: è impossibile sapere in anticipo chi tra i giocatori occasionali e abituali diventerà col tempo “patologico”; questo si saprà sempre e solo dopo, quando cioè il giocatore sarà già completamente immerso nella dipendenza. Conseguentemente, l’unico modo per non diventare giocatori patologici dovrebbe essere quello di astenersi dal giocare poiché, continuando a farlo, ci si espone a dei rischi che, in alcuni casi, possono portare anche a punti di “non ritorno” (3).
Paradossalmente, per “vincere al gioco”, basta non giocare, poiché nessun giocatore abituale ha mai vinto, nel corso della sua esistenza, più denaro di quanto ne abbia perso.
Tutto ciò va al di là di giudizi morali, demonizzazioni e forme di proibizionismo che, comunque, non intaccano le motivazioni profonde del gioco patologico.
Non tenere conto degli effetti devastanti che, in una società come la nostra, provoca la continua immissione di giochi d’azzardo, equivale a pensare ad un bombardamento a tappeto su una città che colpisce solo alcune parti della stessa lasciandone indenni altre; è evidente che, se i bombardamenti proseguissero, anche le zone ancora integre verrebbero prima o poi probabilmente colpite e, anche nel caso in cui non si bombardasse più, a pagare i danni riportati sarebbero comunque, direttamente o indirettamente, tutti i cittadini. E proprio l’entità sociale del danno che giustifica l’importanza primaria di ampliare e consolidare gli interventi in materia di prevenzione. Misure indispensabili, ma a tutt’oggi del tutto insufficienti in Italia, quali il ridurre drasticamente l’offerta di azzardo, eliminarne la pubblicità, informare il pubblico sui pericoli della dipendenza, attivare servizi che aiutino a smettere di giocare, potrebbero essere alcuni tra i provvedimenti maggiormente auspicabili. Come è accaduto per il fumo, così anche per il gioco d’azzardo probabilmente solo tra qualche anno si comincerà a parlare di prevenzione e di rischi; ma dato l’enorme ritardo con cui sarà affronta to il problema, a quel punto non si potrà più prescindere dai danni prodotti.
Tutte queste considerazioni, dettate dall’esperienza e dai risultati di approfondite ricerche, non sono recepite dalle Istituzioni che si rifugiano, come i giocatori e le famiglie, in pericolose illusioni. Illusioni che potremmo così suddividere:
– l’illusione del giocatore, che è convinto – anche quando tutto sta precipitando – di controllare il gioco (dice di poterne uscire quando vuole, ma continua a scommettere).
Questo può avvenire sia quando il giocatore nega di essere un dipendente (basta frequentare una sala corse o un casinò per “paradossalmente” non trovare alcun giocatore problematico che ammetta di essere tale), sia quando il soggetto, pur in astinenza, rimane comunque mentalmente legato al sintomo non elaborando (con tutta la sua famiglia) la sofferenza che ne soggiace.
– l’illusione della famiglia che pensa di poter controllare il giocatore (“ha promesso tante volte che non giocherà più”) e quindi non chiede aiuto convinta di poter gestire il problema. Da noi, infatti, le famiglie chiedono aiuto solo quando le condizioni economiche e psicologiche sono ormai gravissime. Prima di allora, la cosiddetta “cecità familiare” e l’equilibrio patologico che si è venuto a creare, impediscono di riconoscere i segnali, seppur inconfondibili, della dipendenza.
– l’illusione dell’istituzione-Stato che immette, pubblicizza sempre nuovi giochi d’azzardo convinto di poterne trarre benefici economici e, allo stesso tempo, controllare i danni mediante campagne generiche di prevenzione, favorendo – a parole – servizi di auto aiuto o terapeutici che non potranno mai, neppure lontanamente, scalfire l’origine del problema.
– l’illusione dell’Auto-aiuto, della terapia e del farmaco: gli interventi di auto-aiuto, di terapia e l’immissione sul mercato di farmaci “magici” sono funzionali al sistema (mantengono lo stato di fatto!) in quanto, attraverso il “recupero” dei giocatori, vanno ad intervenire solo su una porzione molto ridotta di famiglie (solo quelle che scelgono di entrare in trattamento) con problemi d’azzardo (1 a 5000 circa).
Il fenomeno, nella sua complessità, va inquadrato anche dal punto di vista dei danni che provoca.
A livello individuale notiamo che il giocatore d’azzardo patologico dedica la maggior parte del suo tempo al gioco. Egli gioca quantità crescenti di denaro ed è quindi fortemente indebitato; spesso perde il lavoro, arriva a compiere frodi e falsificazioni e, frequentemente, tenta il suicidio. Il continuare a giocare (prima di “toccare il fondo”) lo aiuta a ridurre la tensione nervosa (l’ansia) e il piacere del gioco lo porta anche a rilassarsi.
A livello familiare, egli riesce a nascondere per lungo tempo i suoi problemi in relazione al gioco. Tuttavia, le sempre più frequenti “assenze”da casa, lo allontanano dalle responsabilità del suo ruolo che devono venire a questo punto compensate (per quanto possibile) dagli altri familiari (ad esempio, se il padre perde il suo ruolo, la madre si accolla anche la funzione paterna; o il figlio, alle volte ancora adolescente, si sostituisce al padre); il tutto, correlato alla disastrosa situazione finanziaria, porta al crollo della qualità di vita dell’intero nucleo familiare.
Non è infrequente l’avvio prematuro al lavoro dei figli (a fronte d’ ottimi percorsi scolastici) con conseguenti assunzioni d’eccessive responsabilità non in linea con le loro aspettative di vita.
A livello sociale, notiamo una ridotta o azzerata (relativamente alla distanza in cui il giocatore si trova dal fondo, verso il quale sta precipitando) attività produttiva, danni dovuti a terzi, a causa di indebitamenti (anche con strozzini) e fallimenti finanziari cui corrisponde, come unico e consistente vantaggio, un notevole introito economico per i gestori delle case da gioco e per lo Stato.
La persona che ha un grave problema con il gioco d’azzardo è l’ultima ad ammettere la propria patologia; perciò, difficilmente ricorrerà per prima ad un’adeguata terapia o chiederà aiuto, perseverando nell’ostinata convinzione di riuscire a tenere ancora sotto controllo la situazione. Se, invece, la richiesta parte proprio da chi si trova ad avere il problema (la nostra esperienza indica che un giocatore su venti chiede aiuto in prima persona) significa che il giocatore pensa di aver toccato il fondo. Non è detto, tuttavia, che quando i giocatori dicono di aver toccato il fondo, lo abbiano toccato per davvero. Il giocatore non tocca il fondo ma l’involucro che custodisce il fondo.
Ciò che appare drammatico agli occhi della famiglia e della comunità non lo è per il giocatore che, seduto sull’involucro, mette in agitazione tutti quanti (“sono rovinato”… “mi sparo”.. .etc.). Quasi sempre, il giorno dopo (quante volte ho ricevuto telefonate disperate alla sera e il giorno dopo le stesse persone mi hanno detto: “nessun problema, abbiamo messo a posto tutto quanto”), il giocatore ricomincia come prima un teatro in cui si bara spesso a livello conscio ma anche inconscio. Il gioco d’azzardo patologico è, in realtà, solo la punta di un iceberg, indice e copertura di un malessere sociale, familiare e individuale  profondamente radicato. Quindi, presupposto chiave nel processo di recupero non sarà partire dall’involucro del fondo e risalire, ma sprofondare a partire da quell’ involucro. La terapia, proprio perché terapia, ha questo compito. In caso contrario si rischierebbe di costruire un gigante con i piedi di argilla.
Spesso, giocatore e familiari abbandonano la terapia dopo le prime sedute. Questo perché si cullano nell’illusione di aver raggiunto, con la momentanea astinenza, la soluzione del problema. In realtà, dietro a questo tempestìvo allontanamento dal gruppo, sì nasconde un piano, più o meno inconscio, di difesa. E infatti meno doloroso continuare a convivere con le “viscere” del problema piuttosto che mettere seriamente in discussione gli equilibri relazionali disfunzionali su cui poggia l’intero sistema familiare.Il tranello nei confronti della famiglia funziona. Famiglia che è legata al giocatore e, in qualche modo, si regge ormai su equilibri assolutamente instabili ma che comunque le consentono di esistere. Questa illusione consente al giocatore di immettersi in un processo di cambiamento convinto di poter risalire da una situazione limite. Ciò gli consente di credere di potercela fare da solo e di evitare, facendo tutto da solo, il confronto con la famiglia, con le sofferenze e con le relazioni familiari. E compito della terapia “ritornare” a perforare l’involucro perché è lì sotto che si concentra il nucleo di sofferenza, nucleo che deve essere scandagliato e che nulla ha a che fare con il sintomo azzardo (che è solo una conseguenza come il tracollo economico).
Toccato il fondo, c’è l’illusione della risalita e la terapia e l’auto aiuto diventano per il giocatore un altro gioco d’azzardo. La risalita dall’involucro alla vita di tutti i giorni diventa il vero gioco d’azzardo che spesso si conclude subito (dopo la telefonata, dopo una seduta, dopo poche sedute) o in seguito (dopo mesi di terapia) con un ritorno al sintomo azzardo. Se non c’è un percorso di cambiamento che vada oltre l’azzardo, per il giocatore e la sua famiglia, quasi sempre il giocatore non riesce a perforare l’involucro che copriva il fondo (effetto elastico.. .va e vieni!). L’onnipotenza di uscire da solo (i giocatori possono essere aiutati da soli giocatori) porta spesso all’isolamento familiare.
Centrare l’intervento terapeutico sulla famiglia, escludendo almeno per alcuni mesi il giocatore, può essere in alcuni casi l’unico modo per riavvicinare i membri non giocatori a una visione della realtà fino ad ora inconsciamente negata e quindi renderli più facilmente collaborativi. Paradossalmente, l’intervento riesce molto meglio se il giocatore arriva ai gruppi il più tardi possibile, dando così la possibilità alla famiglia di ricostruire un contesto di intervento e di cambiare il gioco familiare. Se infatti il giocatore arriva dopo alcune sedute la famiglia è già in fase di cambiamento. E quindi è meno disponibile ai disegni inconsci (e consci) di fuga dalla terapia che il giocatore propone. Infatti il giocatore durante le prime sedute tende ad illudersi di aver risolto qualsiasi problema col gioco, col risultato di risucchiare la famiglia in questa illusione. La conseguenza diventa l’abbandono della terapia sia del giocatore che della famiglia.
L’ipotesi sarebbe, quindi, che se è il giocatore stesso a chiedere aiuto in prima persona si tratti di un tentativo abilissimo – a livello inconscio – di depistaggio; un gestire in prima persona la drammaticità del momento col fine di riportare la famiglia e se stesso fuori dalla terapia. Il giocatore avrà, in tal modo, di nuovo pericolosamente azzardato con la propria vita e con quella di chi gli sta accanto.
Quando un familiare del giocatore fa la prima telefonata di aiuto si sente nelle sue parole il senso di inadeguatezza, di colpa, di vergogna per non essere in grado di capire e risolvere la situazione. “Il problema non è mio” è la prima cosa che dicono, come a rimarcare l’impossibilità di intervenire da parte loro. E invece sono proprio loro ad avere bisogno del primo intervento. Sono i familiari, ridotti a uno stato “confusionale”, che devono entrare in terapia e, accompagnati passo a passo, prendere possesso del timone.
Tuttavia, nel proseguimento della terapia, diventa di fondamentale importanza anche la presenza del membro giocatore.
La nostra esperienza ci insegna che il giocatore d’azzardo che frequenta da solo la terapia non regge la stessa per un lungo periodo. Gli unici casi che hanno avuto un esito favorevole hanno riguardato giocatori d’azzardo figli essi stessi di giocatori quasi che, paradossalmente, l”azzardo” di un genitore li abbia in qualche modo agevolati e accompagnati nella terapia.
Chi arriva in terapia senza aver subito tracolli economici (non si è ancora rovinato economicamente!) affronta fin da subito le questioni riguardanti la propria dinamica familiare. Questo, spesso, provoca tensioni emotive fortissime sia al giocatore che ai suoi familiari e, sopratutto alle prime sedute, permette un’apertura al gruppo per una spontanea condivisione di esperienze e sensazioni. In questi casi, la frequente “fuga” dal gruppo, è sostenuta dal fatto di poter ancora pensare: “siamo ancora in grado di contenere la situazione dal punto di vista economico… chi ce lo fa fare di scoperchiare i problemi che l’azzardo nasconde”.
La famiglia che arriva in terapia a tracollo economico avvenuto è invece, paradossalmente, più motivata ad intraprendere un cammino terapeutico che preveda anche regole molto rigide. Dovendo essa, in una prima fase, preoccuparsi essenzialmente di quelli che sono i propri bisogni primari (procurarsi il pane!) può procrastinare quella che è l’analisi delle relazioni familiari. Quando quest’ultima può finalmente passare in primo piano, la famiglia si è già da tempo integrata al gruppo per cui il confronto e l’apertura agli altri avviene con minor timore e soggezione.
Perché chi entra in terapia deve astenersi dal continuare a giocare d’azzardo?
Alcuni giocatori sostengono di poter controllare il gioco pur frequentando la terapia; secondo loro, lo conterrebbero limitandolo, cioè riducendolo sensibilmente rispetto a prima della terapia. Nel corso della terapia possono avvenire delle ricadute. Solitamente, quando queste avvengono e il giocatore e la famiglia seguono già da qualche mese o anno il programma terapeutico, il prezzo da pagare diventa una sommatoria di sensi di colpa. Questi ultimi portano il giocatore a capire che “le colonne d’Ercole sono state superate” e non è più possibile tornare indietro. Lo sporadico ritorno all’azzardo, dopo un lungo periodo terapeutico, non ha nulla a che vedere con quello precedente alla terapia; anzi, diventa spesso un percorso quasi obbligatorio al fine di sradicare il vissuto d’onnipotenza al gioco (tipico del giocatore estremo) e riacquistare l’umiltà di riconoscere le proprie debolezze. I giochi rimangono gli stessi (roulette, videopocker, lotto ecc) ma le sensazioni sono assolutamente diverse: anzi il ritorno al gioco d’azzardo in corso di terapia paradossalmente mette fine definitivamente all’ azzardo proprio perché la persona si rende conto che il viaggio terapeutico non prevede il ritorno ai modelli precedenti. Per questo è necessario che il giocatore entrato in terapia smetta completamente e definitivamente di giocare. Per essere pronto, se ci sarà la ricaduta, a “sentire” il “non ritorno”.
Il continuare a giocare (anche in modo che può apparire banale, tipo la schedina settimanale) tiene il giocatore incollato al modello patologico (impulso e dipendenza) e quando ci sarà la ricaduta in corso di terapia “il ritorno al passato” sarà cosa fatta.
N GAP: approcci al fenomeno e descrizione dalcunì tratti di personalità dei giocatori
Nel 1980 il gioco d’azzardo patologico fu incluso nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, DSM III (4). Questa patologia fu classificata nella sezione dedicata ai disturbi del controllo degli impulsi non classificati altrove. I criteri originari del gioco d’azzardo patologico furono poi rivisti e modificati nell’ultima versione del DSM IV (5), dove oggi questa patologia è definita in base a dieci criteri che descrivono sia le caratteristiche del giocatore sia le conseguenze sociali risultanti dal suo comportamento. In sintesi, il DSM IV descrive il gìoco d’azzardo come un comportamento persistente, ricorrente e maladattivo che compromette le attività personali, familiari e lavorati- ve.
Diverse sono state, e sono tutt’ oggi, le interpretazioni teoriche del fenomeno.
Simmel (6), Freud (7) e Bergler (8) ritengono che si tratti di una pratica autopunitiva masochista, capace di espiare il senso di colpa inconscio generato dall’altrettanto inconscio desiderio di uccidere il padre, uomo sadjco e autoritario, e occupare il suo posto nella relazione con la madre.
I cognitivisti hanno evidenziato come le false credenze e percezioni errate svolgano un ruolo chiave nello sviluppo e mantenimento dei problemi legati al gioco. In particolare, gli errori cognitivi più ricorrenti nei giocatori incalliti riguardano: l’illusione di controllo (mancata percezione della casualità dei risultati al gioco) (9), l’intrappolamento (chasing; falsa credenza che la perseveranza al gioco verrà, prima o poi, premiata con una vincita), la fallacia di Montecarlo (10) (sovrastima della probabilità di vincere in seguito ad una serie di scommesse perse e sottostima della probabilità di vincere in seguito ad una serie di scommesse vinte), la “quasi vincita” (11) (perdita al gioco considerata dal giocatore come molto vicina alla vittoria; a livello comportamentale, ha lo stesso effetto condizionante di una vincita), nonché numerose teorie pseudomatematiche.
L’approccio comportamentale considera invece il Gap come un comportamento disfunzionale appreso e mantenuto da una serie di rinforzi positivi e/o negativi (12). Partendo da tali presupposti, gli interventi a livello comportamentale verteranno necessariamente alla modificazione ditali comportamenti nella direzione di un loro maggior adattamento.
L’approccio biologico, una volta accertata una componente biochimica alla base del Gap (disregolazione a carico dei sistemi neurotrasmettitoriali dopaminergico-serotoninergico-noradrenergico, diminuita attività MAO a livello piastrinico e ipofrontalità) e verificate le affinità biologiche con altre patologie (Disturbi dell’Umore, Disturbi OssessivoCompulsivi, Dipendenze Patologiche..) si è avvalso di tutto ciò al fine di predisporre un intervento farmacologico adeguato. In particolare, è stata dimostrata anche nel caso del Gap, l’efficacia anti-ossessiva e anti-compulsiva di alcuni antidepressivi serotoninergici (Clomipramina e SSRI).
L’approccio sistemico-relazionale sposta l’attenzione dal singolo soggetto portatore di sintomi all’intera situazione problematica in cui egli si trova immerso. L’intervento terapeutico si muoverà pertanto, con l’intento di fissare nuove regole, nuovi ruoli, nuove modalità comunicative, a partire dalla rottura di quell’equilibrio relazionale disfunzionale in cui il giocatore si trova intrappolato. A tal fine, si rende indispensabile l’attivazione di una rete di supporto del paziente che agisca a più livelli, con l’obiettivo di sviluppare una norma condivisa lungo il percorso riabilitativo (13).
Oggi come oggi, l’approccio multimodale, abbracciando una prospettiva eziologica plurifattoriale, è quello più spesso messo in atto dai Centri specializzati per la cura del Gap. Il programma terapeutico si inserisce organicamente in un iter riabilitativo multidimensionale secondo una logica olistica e sinergica (14).
La psicologia dei tratti di personalità, l’approccio maggiormente diffuso nella letteratura a carattere sperimentale, individua in alcune differenze personologiche i fattori di rischio del gioco d’azzardo patologico. I tratti di personalità e i disturbi spesso implicati sembrano essere la depressione (15) (McCormick et al., 1984; Linden et al., 1986; Steel e Blaszczynski, 1998; Roy et al., 1988), l’ansia (16) (Steel e Blaszczynski, 1998), l’impulsività (17) (Castellani e Rugle, 1995; Steel e Blaszczynski, 1998) e la ricerca di sensazioni (18) (Lejoyeux, 1998).
I sei gruppi di terapia di Campoformido
Quando nel 1995 mi sono avvicinato per la prima volta ai giocatori d’azzardo e ai loro familiari, mi sono trovato di fronte ad un contesto particolarmente complesso, verso il quale gli interventi erano quasi inesistenti. Tenendo conto di tutti gli approcci teorici descritti precedentemente, ho cercato di mettere a punto una strategia terapeutica che consentisse ai giocatori d’azzardo di raggiungere e mantenere l’astinenza dal gioco nell’immediato e produrre cambiamenti relazionali profondi a distanza di anni non solo nel giocatore, ma anche all’interno di tutta la famiglia.
Grazie al Patrocinio della Cittadina di Campoformido (Ud), che ha messo a disposizione una sala per gli incontri, gradualmente ho dato il via a sei gruppi di terapia costituiti da giocatori d’azzardo e loro familiari (oltre un centinaio di persone). Nel frattempo ho formato un gruppo di studio, di ricerca e d’intervento sul gioco d’azzardo patologico composto da quattro psicoterapeuti il sottoscrìtto, le dott.sse Marina Ponton, Cristina Baldin ed Ebe De Monte) e una sociologa (la dott.ssa Marilena Zoccolan).
Parallelamente all’attivazione dei gruppi di terapia si è pure costituita l’Associazione degli ex giocatori d’azzardo e delle loro famiglie (A.GIT.A.) con sede a Campoformido (Ud). L’Associazione ha la sua sede presso il Municipio di Campoformido (Ud), poiché l’Amministrazione Comunale ha ritenuto che gli scopi statutari siano d’alto contenuto sociale. Diverse sono state e sono le iniziative che il gruppo di studio e di ricerca ed A.GIT.A., parallelamente all’ attivazione dei gruppi terapeutici, hanno progressivamente portato avanti negli anni:
– incontri informativi e culturali sul gioco d’azzardo aperti alla popolazione;
– partecipazione da parte dell’équipe a seminari e convegni con finalità scientifiche e di ricerca;
– incontri con i mass-media regionali e nazionali volti ad una sensibilizzazione ed un’ informazione sul problema;
– ricerca epistemologica e clinica attuata con 1’ apporto di contributi forniti da varie discipline quali: la psicologia, la psicopatologia, la psichiatria, la psicoterapia, la sociologia e la letteratura;
– analisi ed approfondimenti continui sul lavoro terapeutico con le persone coinvolte nel problema;
– organizzazione del primo convegno nazionale su “I videopoker e il gioco d’azzardo” (Campoformido, 6 maggio 2000);
– “lauree d’azzardo” – due edizioni—con presentazione di complessi- ve sette tesi di laurea sul gioco d’azzardo (Campoformido, 30 settembre 2000 e 21 settembre 2002);
– organizzazione del primo, del secondo e del terzo convegno nazionale su “Auto-aiuto e terapia per i giocatori d’azzardo e le loro famiglie: esperienze e prospettive in Italia” (Campoformido, 16 dicembre 2000; 15 dicembre 2001; 14 dicembre 2002); (19);
– organizzazione del convegno “Il Bingo: un gioco d’azzardo per le famiglie italiane” (Campoformido, 15 giugno 2001);
– apertura e aggiornamento continuo di un sito internet (www.sosazzardo.it) che, oltre a fornire un’ ampia informazione sul problema, consente di chiedere informazioni ed ottenere risposte in tempo reale.
L’équipe di ricerca e di intervento psicoterapeutico sui giocatori d’azzardo patologici e i loro familiari di Campoformido è riuscita, con il tempo, a strutturare un programma terapeutico che tiene conto delle specificità concernenti il gioco d’azzardo. Attualmente, viene utilizzato un programma terapeutico che, monitorando e valutando le eventuali modifiche per migliorare il modello, consente un intervento strutturato nel tempo e con modalità ormai consolidate.
Organizzazione e caratteristiche dei gruppi di terapia di Campoformido
Dopo la prima richiesta d’aiuto, che può giungere dal giocatore d’azzardo stesso, ma più frequentemente proviene da un suo familiare, sono previsti alcuni colloqui allo scopo di creare i presupposti per l’ingresso nel gruppo terapeutico. Nelle sedute con ìl giocatore e la sua famiglia, oltre a valutare la situazìone psicologica dei singoli, sono definite le complesse relazìoni che si sono delineate all’interno della famiglia. Questi colloqui motivazìonali non sono rivolti solo al gìocatore, ma anche ai suoi familiari.
Dopo questa prima fase, la famiglia e il giocatore sono inseriti in un gruppo. I gruppi terapeutici sono stati organizzati in base ad alcuni criteri fondamentali: la composizione, lo spazio, il tempo e le regole.
Composizione
– giocatori d’azzardo patologici e loro familiari;
– numero dei giocatori partecipanti al singolo gruppo non superiore a dieci unità;
– eterogeneità del gruppo rispetto al livello socio-culturale, al sesso e all’età.
Spazio
– le sedute avvengono sempre nello stesso luogo.
Tempo
– le sedute si effettuano una volta la settimana, alla stessa ora ed hanno una durata di due ore;
– la durata della terapia è di alcuni anni e questo viene comunicato fin dal primo colloquio per evitare che nascano aspettative di cambiamenti immediati.
Alcune regole
• la partecipazione al gruppo terapeutico del giocatore e dei familiari dovrà essere costante;
• le eventuali assenze saranno comunicate prima dell’inizio degli incontri;
• il giocatore s’impegna a non giocare d’azzardo;
• il giocatore e i suoi familiari devono mantenere il segreto rispetto al contenuto delle sedute;
• il giocatore e i familiari stabiliranno l’ammontare dei debiti e ne preventiveranno il risarcimento nei modi e tempi ritenuti possibili;
• il giocatore accetterà il controllo finanziario da parte dei familiari;
• eventuali momenti di difficoltà dovuti all’astinenza da gioco potranno essere affrontati prendendo contatto con altri membri del gruppo.
Il coinvolgimento di tutta la famiglia nella terapia di gruppo fa sì che i familiari si rendano conto che ad avere bisogno di aiuto non è esclusivamente il giocatore, ma tuttì i componentì del nucleo familiare.
Caratteristiche dei partecipanti alla terapia
di gruppo di Campoformido
Ritengo utile fornire alcuni dati emersi in questi anni d’attività clinica rispetto allo stato civile, al titolo di studio, provenienza, alle abitudini di gioco, all’età, al sesso, alla professione, uso d’alcol, tabacco e sostanze psicotrope, alla frequenza, alle percentuali d’abbandono e ai risultati.
– Stato civile: il 65% dei giocatori è sposato mentre il 35% non lo è.
– Titolo di Studio: il 3% è in possesso della licenza elementare, il 48% della licenza media, il 45% di diploma di scuola superiore e il
4% di laurea.
– Provenienza: il 76% dei giocatori proviene dalla Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, il restante 24% da oltre Regione.
– Abitudini relative al gioco: il 51% giocava al casinò, il 21% alle corse ai cavalli, il 15% al lotto, il 13% ai videopocker; facciamo riferimento alla classificazione dei giochi che fece R. Caillois (23) in quattro campi semantici (fortuna, competizione, simulacro e vertigine); si tratta, a ben vedere, di giochi di “Alea” (“Il caso non ha né cuore né anima”).
– Età dei partecipanti: il 7% ha meno di trenta anni, il 14% dai trenta ai quaranta anni, il 51% dai quaranta ai cinquanta anni, il 22% dai cinquanta ai sessanta anni, mentre il 6% ha più di sessanta anni; emerge quindi un’età media piuttosto elevata e questo fa ritenere che i giocatori e le famiglie arrivino al nostro Centro con esperienze di gioco d’azzardo protratte negli anni.
– Sesso: l’85% dei giocatori in terapia sono maschi e il 15% femmine; considerato che la percentuale di donne giocatrici secondo le statistiche è del 25%, è interessante osservare come, rispetto a tre anni fa, la percentuale di soggetti di sesso femminile che richiedono un intervento terapeutico per gioco d’azzardo patologico è aumentata e, in futuro, sembra destinata ad avvicinarsi alla percentuale (25%) della popolazione generale.
– Professione: il 73% è lavoratore autonomo, il 27% lavoratore dipendente. All’interno dei nostri gruppi non ci sono disoccupati.
– Frequenza: il 71% dei giocatori partecipa ai gruppi di terapia accompagnato dai familiari, il 5% partecipa senza presenza dei familiari, mentre il 24% è rappresentato da familiari che partecipano al gruppo senza il giocatore d’azzardo. Rispetto a tre anni fa notiamo un aumento sensibile (+ 19%) di questa ultima categoria. Ciò significa che le famiglie sentono ugualmente la necessità di partecipare ai gruppi, in qualche modo anticipando il lavoro sulle relazioni all’interno del contesto familiare.
Uso d’alcol, tabacco e sostanze psicotrope: il dato che maggiormente s’impone è che il 90% dei giocatori d’azzardo è dipendente da tabacco; fanno uso d’alcol (almeno tre volte la settimana) il 15% dei partecipanti, mentre l’uso di una o più sostanze psicotrope riguarda il 3% dei frequentanti i gruppi di terapia.
– Percentuale d’abbandono: il 30% dei giocatori abbandonano la terapia e questo di solito avviene in prima o in seconda seduta. I giocatori d’azzardo che abbandonano i gruppi di terapia riprendono tutti a giocare d’azzardo.
– Risultati terapeutici: la stragrande maggioranza dei giocatori che frequentano il gruppo non giocano più d’azzardo, mentre altri, pur continuando a frequentare la terapia, continuano a giocare, anche se in misura inferiore rispetto all’inizio del trattamento.
E evidente che i dati riportati, pur rappresentando una tendenza, non possono essere considerati definitivi; ciò che, invece, ci sentiamo di poter sostenere è che la terapia di gruppo per i giocatori d’azzardo e per le loro famiglie rappresenta uno degli strumenti più adeguati per affrontare la dipendenza da gioco d’azzardo.
I cambiamenti dei giocatori e dei familiari e gli scopi principali della terapia
Il giocatore scopre, partecipando al gruppo, di non essere il solo ad avere problemi, poiché riconosce sofferenze e difficoltà comuni agli altri componenti del gruppo. All’interno del gruppo la sofferenza del giocatore si ridimensiona divenendo sofferenza condivisa da tutti e quindi è vissuta dal giocatore con minori sensi di colpa. Inoltre, il confronto con altri giocatori fa scattare nell’individuo un comportamento “imitativo”: gli ex-giocatori d’azzardo, quelli che non giocano più, possono “generare” altri non giocatori d’azzardo. Nello specifico, il gruppo terapeutico ha la finalità fondamentale di indurre un cambiamento nell’atteggiamento assunto dal giocatore e dalla sua famiglia nei confronti del problema del gioco d’azzardo, superando il bipolarismo giocare-non giocare.
All’interno di un gruppo di giocatori d’azzardo e familiari il gioco è al centro delle prime sedute e, attorno a “questo tema designato”, ruotano tempo, spazio, ruoli ed elaborazioni.
Tenendo conto dei livelli di cambiamento proposti da Bateson, bisogna uscire dalla riduttiva logica di agire solo sul sintomo senza portare l’individuo e la famiglia a cambiamenti; di conseguenza, è necessario intervenire sugli individui e sulle loro relazioni agendo sui significati e sulle dinamiche della sofferenza nel tentativo di indurre cambiamenti significativi all’interno del contesto familiare (20).
In sintesi gli scopi principali della terapia di gruppo sono, oltre che quello di accrescere il supporto al fine di favorire il processo di recupero (attraverso il miglioramento delle relazioni interpersonali), anche quello di attenuare i timori e le paure e favorire la libertà d’espressione. Tutto ciò può avvenire solo attraverso una riduzione degli atteggiamenti difensivi (21), sia da parte del giocatore che di chi gli sta intorno. Infatti, affievolendo le difese, gli individui imparano ad ascoltarsi, creando così nuove idee. Il risultato è un cambiamento non più visto come qua!cosa di temibile, ma d’auspicabile.
Raggiungere questi stadi non è poi così semplice. Emergono, spesso, resistenze ad esprimere ciò che si è, ciò che si è stati e ciò che si pensa degli altri membri del gruppo. Tutto ciò è principalmente dovuto alla difficoltà ad accettare se stessi e al credere che basti poco tempo per raggiungere gli obiettivi.
Il cambiamento non riguarda solo l’ex-giocatore, ma anche i suoi familiari. All’interno della famiglia, la terapia di gruppo induce ad una ridefinizione dei ruoli e una ridistribuzione dei compiti, senza che si sviluppino comportamenti polarmente opposti e distruttivi.
Da quanto sopra esposto, emerge l’importanza che la conduzione del gruppo venga affidata ad uno psicoterapeuta capace di creare un clima psicologico di sicurezza in cui gradatamente si liberino intense emozioni, ottenendo così nei partecipanti un senso di sollievo e di risoluzione dei conflitti.
Il termine della terapia di gruppo e la riconsegna, quindi, alla vita di tutti i giorni delle famiglie, dopo anni di psicoterapia, tiene conto di questi importanti cambiamenti nello stile di vita delle persone.

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