I meccanismi di cambiamento comportamentale e i processi di recupero educativo nell’abuso di sostanze
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I meccanismi di cambiamento comportamentale e i processi di recupero educativo nell’abuso di sostanze

La tossicodipendenza, dal punto di vista psico-pedagogico, è vista come forma di annientamento, messaggio disperato di un disagio e mancanza di auto responsabilizzazione ed annullamento della propria vita. Di fronte all’aumento dell’uso di sostanze stupefacenti da parte degli adolescenti, la pedagogia è chiamata a colmare, non solo, la distanza tra la disperazione del disagio e la totale assenza di parametri sociali ma soprattutto è chiamata a fornire una pluralità di risposta in forme di intervento attive in contesti differenti (giovani, famiglie, società).

Il concetto di droga ha assunto nell’arco della sua storia significati diversi, tuttavia nel linguaggio corrente la parola designa una sostanza naturale o sintetica che indotta nell’organismo umano altera alcune funzioni neurobiologiche fondamentali, modificando così l’umore, il comportamento e i processi di pensiero di chi ne fa uso. Una droga, come ogni altro farmaco psicoattivo, è in ultima analisi una sostanza chimica in grado di raggiungere il cervello ed interferire con i quotidiani processi di neurotrasmissione, provocando effetti (e rischi) che sono caratteristici per ogni sostanza stupefacente. Le sostanze soggette ad abuso causano dunque dei cambiamenti dell’assetto biologico del cervello, cui corrispondono manifestazioni fisiche e psichiche di vario tipo. Gli effetti e i rischi di ogni droga dipendono dalle funzioni delle aree celebrali coinvolte nell’azione di una droga, e in ultima analisi dell’interazione della sostanza stupefacente con l’attività di particolari popolazioni di neuroni. Quando la droga raggiunge il cervello, può legarsi ai recettori cellulari coinvolti nella neurotrasmissione innescando in modo anomalo profondi cambiamenti nella comunicazione neuronale.

Nel seminario “Gli scritti tecnici di Freud” (1953-54) Lacan mette in rilevo come non si possa fare a meno di una distinzione tra registro dell’immaginario e registro simbolico; dal concetto di “imago”- la cui ambiguità tradisce la contaminazione di una nozione immaginaria da parte del simbolico – si estrae quello di “parola” come sua vera radice. Tale bipartizione consente di operare all’interno dell’istanza soggettiva l’altra consequenziale distinzione fra l’Io (immaginario) e il Soggetto (simbolico). In maniera correlativa e simmetrica, sul versante dell’alterità (versante fondamentale in quanto “altro” polo di ogni intersoggettività) si introduce la differenziazione fra altro (immaginario) e Altro (simbolico). Inoltre, egli distingue tra il dire e il voler dire del soggetto: il dire è l’insieme delle parole adoperate dal locatore mentre il voler dire è ciò che il locatore non dice. Questa prospettiva che muove tra la distinzione fra dire e voler dire, comporta come specifico della funzione della parola ciò che il soggetto parlante vuol dire non è deciso dallo stesso ma da colui che lo ascolta: ora, se il senso ultimo della parola è deciso dal ricevente, si può ben affermare che all’origine del messaggio c’è il ricevente e non l’emittente. Vi si riconosce che la parola può assolvere la usa funzione, cioè di dare senso solo grazie all’azione del significante, affermando così la preminenza del simbolico sull’immaginario che, appare ora come il vero ostacolo alla disintossicazione e come il fattore di intralcio verso gli effetti benefici di trasformazione ascrivibili unicamente all’azione del simbolico: simbolico che, nonostante le resistenze dell’immaginario, alla fine prende comunque il sopravvento. L’ordine simbolico, identificato con il concetto di grande Altro, è il luogo dell’insieme degli elementi significanti. Dunque l’interpretazione deve essere del significante non del significato: cioè la parola del soggetto deve essere scandita, puntualizzata e rinviata; questo spiega come il soggetto dell’inconscio, in quanto vuoto, possa trovare un’equivalenza nella mancanza dell’Altro. Il soggetto, colpito da una mancanza trova la sua identità nell’altro sotto la specie di quell’oggetto perduto (questo è quello che accade nel soggetto che fa uso di sostanze). Questo induce che quegli oggetti (a) che prima erano equivalenti al soggetto sbarrato (S) ora sono sostituiti dal grande Altro (A), comportando il fatto che, il partner del soggetto non è più l’Altro ma ciò che ad esso si sostituisce. Da tutto ciò deduciamo che, fondamentale per un operatore all’ascolto è tener conto di tutto e dare anche senso a tutte quelle esperienze che apparentemente non hanno senso ma che sono fondamentali per comprendere il vissuto di un soggetto che si presenta. Scopo prioritario resta quello di far riemergere e valorizzare le risorse educative presenti nel soggetto, prestando attenzione soprattutto ai contesti critici del disagio e della devianza giovanile.

La psico-pedagogia ha l’obiettivo di offrire risposte efficaci ai gravi problemi della tossicodipendenza e al disadattamento attraverso una precisa attività di prevenzione e la formulazione di percorsi formativi differenziati e personalizzati mirati allo sviluppo della persona e alla sua auto responsabilità, alla progressione di crescita , all’autovalutazione, alla volontà, alla completezza della risoluzione o creazione del benessere interiore della persona effettivamente equilibrata. È una realtà possibile da realizzare utilizzando la pedagogia su questi versanti. La prevenzione, il recupero, la comunicazione, la cura e l’intervento. Essi sono elementi di pedagogia spesso trascurati e/o dati per scontati ma che offrono l’opportunità di riflettere ed operare a partire da esperienze personali, per scoprire le proprie capacità e risorse ed acquisire consapevolezza dei processi che intervengono nella relazione del recupero del disagio della tossicodipendenza. Ma quali sono le ragioni che spingono a far uso di droghe? Sebbene i tossicomani abbiano spesso problemi di personalità, come ad esempio difficoltà di maturazione, non esiste uno specifico tipo di personalità che possa far presagire una futura tossicodipendenza. È dunque importante considerare il singolo individuo per capire le origini del problema e i fattori che contribuiscono a mantenerlo. L’abuso ha origini estremamente individuali ma è stato riconosciuto che questi problemi possono verificarsi in modo particolare in alcune famiglie, inducendo quindi a pensare che i problemi di tossicodipendenza abbiano realmente origine ereditaria. Ci sono prove che mostrano come la dipendenza da alcool abbia una componente ereditaria che può influire fino al 60%, ma non è stato ancora dimostrato che un simile pattern ereditario esista anche per le atre forme di dipendenza. La genetica non è l’unico modo in cui le famiglie esercitano un’influenza sui loro figli, difatti il desiderio di un bambino di imitare i genitori è una delle ragioni determinanti per l’acquisizione di futuri pattern comportamentali. Questo meccanismo è un potente fattore che spinge all’uso di droghe, giacché se esiste un modello genitoriale di abuso vi è un’aumentata probabilità che anche il bambino possa sviluppare tale consuetudine. Comunque, per molti adolescenti la maggiore pressione sul loro comportamento immediato rimane quella esercitata dal gruppo dei pari che frequentano. Scoprire che un adolescente ha iniziato a fumare sigarette o bere alcool non deve dar luogo ad una reazione esagerata. Fare lunghi rimproveri o mostrare un atteggiamento di delusione troppo marcato rischiano di consolidare il comportamento. Gli episodi isolati dovrebbero essere trattati come tali. Si può parlare di tossicodipendenza quando l’assunzione di droghe causa problemi alla salute del giovane, o altera le funzioni sociali o psicologiche. A questo stadio la consulenza del gruppo di operatori professionali può essere prezioso, ma è molto raro che un aiuto reale possa essere dato ai consumatori di droghe fino a quando non saranno loro a volerlo ricevere.

Quando un giovane è “tossico” la sua dipendenza è alimentata non solo dal forte desiderio fisico (carving), ma spesso, in modo preponderante, da un senso di dipendenza psichica. Così il tossicodipendente, maschio o femmina che sia, crede di non potercela fare senza droga, e teme l’insorgere di problemi più gravi se ne sospendesse l’uso. È  questa aspettativa che ha maggior peso nel mantenere vivo il bisogno di continuare. Oltre a questi fattori di dipendenza, e ai problemi che insorgono qualora si verifichi una sospensione nell’assunzione di droghe, il bisogno può anche essere alimentato da importanti fattori ambientali e sociali; difficoltà all’interno del contesto familiare, come ad esempio assistere a violenze da parte del padre sulla madre o rendendosi conto che i genitori non si prendono cura del figlio, possono essere delle dolorose fonti di angoscia dalle quali il giovane riesce  a liberarsi solo drogandosi. Di fatto, a volte ciò che spinge ad assumere droghe può essere il tentativo di cancellare alcuni momenti del proprio passato, troppo dolorosi per poter essere affrontati. Ma quali sono gli interventi iniziali da effettuare? Molti soggetti, quanto raggiungono uno stadio di intossicazione acuta sono più esposti a incidenti. La prima cosa da fare in queste situazioni è garantire la loro incolumità e in quanto soggetti a vomito, non deve essere loro consentito di sdraiarsi supini; la posizione corretta è quella laterale. Con lo stato di ebbrezza sopraggiunge anche la confusione, per questo bisogna assumere un tono calmo e pacati per rassicurarli, spiegando dove si trovano e che sono al sicuro. Lunghi rimproveri o atteggiamenti di delusione troppo marcati possono essere controproducenti. È inoltre importante evitare ogni esplosione di collera. Il giorno seguente la sanzione prevista va imposta con il minimo di commenti perché è l’impostazione della sanzione che sortisce un effetto, non la sua severità. L’intervento fermo e tempestivo è molto più efficace di lunghi discorsi e punizioni interminabili. Se questi episodi iniziano a diventare assidui, allora può essere utile un programma di intervento comportamentale ma per prima cosa bisogna assicurarsi che il soggetto voglia collaborare alla riuscita del trattamento,se si vuole qualche chance di successo. Se il giovane vuole effettivamente collaborare al trattamento, il primo passo da fare è quello di rivolgersi a un centro di salute mentale. La terapia di disintossicazione può provocare una reazione molto forte nel soggetto, per questo vengono di solito somministrati farmaci per ridurre gli effetti dell’astinenza che, una volta trascorso il tempo, possono essere gradualmente ridotti e il programma di disintossicazione è portato a termine. Se con la sospensione dell’uso di sostanze si desidera avere qualche possibilità di successo, è importante che in un primo momento vengano esplorate ed analizzate attentamente le cause che hanno indotto l’uso e che ne mantengono vivo il desiderio. Questa è una parte comune a tutti i programmi di recupero, ma per molti non è una terapia di disintossicazione necessaria: è la gestione psicologica il punto centrale. Il gruppo di operatori di comunità ha certo una grande esperienza in questo campo, ma i consulenti specializzati negli ambulatori e nelle scuole, come anche i team psichiatrici, possono fornire un valido supporto purché abbiano esperienza nell’affrontare questo tipo di problemi. Dietro al comportamento del giovane che fa uso di sostanze ci sono profonde radici sociali e psicologiche, e affrontare questi problemi può richiedere molto tempo.

Molti “abusatori” credono di non riuscire ad arrivare alla fine della giornata senza la sostanza, e l’uso di tecniche cognitive può fornire un valido aiuto nell’affrontare questo tipo di preoccupazioni. L’astinenza può avere inizio in modo alquanto insidioso, con il soggetto che non ha idea del perché si senta stanco, irritabile e letargico, ma generalmente è caratterizzata da un senso più drammatico di agitazione e depressione che comincia alcune ore dopo l’ultima dose. A ciò fa seguito l’incapacità di dormire, nonostante un crescente senso di fatica e una graduale riduzione del carving. Questa fase iniziale di astinenza finisce con il giovane che si sente totalmente esausto ma che avverte un crescente appetito, mentre i ritmi del sonno tornano alla normalità. Dopo questa fase iniziale possono esserci altre sequenze in cui il giovane scivola in periodi di disagio e letargia, dopodiché torna a sentirsi stabile e tranquillo. La prima indicazione che un giovane sta assumendo l’abitudine di drogarsi scaturisce da cambiamenti improvvisi nel suo comportamento. L’inizio di una serie di furti, un calo significativo nella prestazione scolastica, il cambiamento di amicizie e alleanze, una maggiore irritabilità e un cattivo umore in generale sono tutte caratteristiche di un giovane che fronteggia l’adolescenza, ma potrebbero anche essere segnali del fatto che si sta facendo uso di droghe. In questo stadio è importante dar voce ai propri sospetti in modo corretto. Un confronto diretto provoca in genere soltanto una decisa negazione e induce il giovane a muoversi con più circospezione. Se si sospetta di un soggetto bisognerebbe sottoporlo a un periodo di osservazione cercando di decifrare segnali che emergeranno soprattutto nei periodi di intossicazione perché, se il ragazzo sta sviluppando l’abitudine di drogarsi, gli riuscirà più difficile nasconderne gli effetti. Se il giovane manifesta uno stato di intossicazione, la priorità è proteggerlo con conseguenze fisiche e monitorarlo (specialmente la respirazione) in modo calmo e rassicurante. Se il giovane accetta un aiuto professionale, il SERT locale stabilirà se sia necessaria una disintossicazione. Quantunque la disintossicazione sia un passo importante per un programma riuscito, il fattore fondamentale per determinare se l’uso di droga verrà effettivamente a cessare sarà un appropriato supporto psicologico. Nell’ambito di questo processo è importante stabilire se il giovane presenta altri problemi psicologici concomitanti e, riguardo a questo, ciò che più conterà saranno le risposte offerte dalla famiglia o dalla classe. A volte, comunque, indipendentemente da problemi concomitanti, i giovani non hanno motivazione a smettere di drogarsi, e in questi casi l’approccio dovrà essere un’accorta mescolanza di educazione e incoraggiamento. Per alcuni, il massimo che si possa ottenere in breve termine è “la riduzione del danno”, che comprende anche una serie di informazioni sul pericolo di usare la stessa siringa di un compagno o su quali inalanti presentino rischi maggiori. Sono questi i giovani che causano maggiore frustrazione agli adulti coinvolti. Rifiutano de liberamente di accettare i consigli offerti e ciò induce genitori e insegnanti ad esigere che qualcosa sia fatto”. Sfortunatamente, di cose da fare ce ne sono ben poche, e l’ulteriore frustrazione degli adulti li spinge spesso a togliere ai giovani il loro sostegno. La maggiore assistenza che possono offrire glia adulti in questi casi, è quella di stabilire chiare aspettative rispetto al comportamento, bensì di proteggere la famiglia e la scuola da perturbazioni ulteriori. Questo approccio “duro” non si limita a tutelare gli adulti ma comunica anche al tossicodipendente quali sono i termini in base ai quali può essere riammesso in famiglia  in comunità.

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