I dialoghi sonori, dall’improvvisazione musicale all’esperienza interpretativa
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I dialoghi sonori, dall’improvvisazione musicale all’esperienza interpretativa

Professor Cattich, in qualità di direttore didattico della Scuola di Arti Terapie e Scienze Creative che accoglie, oggi, i nuovi allievi, Lei ha esordito chiarendo il senso e la funzione delle Arti Terapie in un ambito d’intervento complesso e articolato qual è, effettivamente, la conservazione del benessere psicofisico della persona…«Non solo per la conservazione del benessere psicofisico – come Lei sostiene –, bensì anche e soprattutto per il trattamento delle patologie psichiatriche e, più in generale, del disagio psichico.

Le Arti Terapie che, negli anni Ottanta, rappresentavano ancora un ideale bizzarro, quasi un espediente per indurre l’ilarità e il sorriso sulle labbra di molti colleghi psichiatri, hanno, invece, intrapreso un percorso di sviluppo e di implementazione che ha suscitato interesse in tutta Europa, risvegliando l’entusiasmo degli psicoterapeuti e affascinando gli operatori della Salute Mentale. Oggi, nei convegni dedicati alle Arti Terapie – e non sono poche le occasioni in cui accade di affrontare l’argomento –, si documentano, mediante materiale audiovisivo, esperienze in cui le attività espressive coadiuvano le terapie canoniche nel modificare il comportamento di chiusura nei confronti dell’altro e di apatia peculiare nei soggetti schizofrenici, negli anziani, nei bambini che soffrono di disturbi psichici. Le Arti Terapie, in quanto terapie analogiche, ossia caratterizzate dal ricorso a linguaggi non verbali, ma sonori, corporei, figurativi, possiedono un’immediatezza che la parola non ha e sono profondamente evocative di emozioni, stati d’animo, ricordi. D’altronde, vi sono momenti in cui le parole non giovano, perché incapaci di raggiungere la sfera emotiva e di realizzare la convalidazione empatica fra paziente e terapeuta, fondamentale per la realizzazione dell’alleanza terapeutica».

Come si possono esemplificare questi concetti?
«Si pensi a un dialogo sonoro fra conduttore di una seduta musicoterapica e paziente – parlo della musico-terapia perché è l’ambito nel quale opero –: l’uno si dispone di fronte all’altro, in un setting appositamente allestito con gli strumenti disposti per terra. Si tratta dello strumentario che Karl Orff introdusse per diffondere la musica nelle scuole di primo grado, dunque, parliamo, in maggioranza, di strumenti a percussione. Il conduttore introduce l’incontro in poche parole: saluta il paziente, mostrando gli strumenti e lasciandolo libero di esplorare, di scegliere i suoni che preferisce. Se il paziente esita a lungo, può anche essere il conduttore a dar l’avvio al dialogo, producendo suoni per primo, tuttavia, è opportuno che egli sappia già qualcosa del paziente – se si tratta di un operatore impiegato in un centro diurno, avrà preventivamente consultato la cartella clinica o sarà stato contattato dallo psicoterapeuta di riferimento del paziente – in maniera tale da stimolarne le capacità espressive. Nel momento in cui il dialogo sonoro comincia, il conduttore deve comprendere i bisogni del paziente, senza aver paura, cercando, nel medesimo tempo, di soddisfare tali bisogni e di canalizzarli verso una dimensione creativa. Per esempio, la rabbia può esprimersi attraverso il desiderio di un suono dirompente e caotico: va bene, non vi è alcun problema, perché, se il conduttore è qualificato, saprà accogliere lo sfogo, vi si unirà e, in questa unione, senza forzature, tenterà di mostrare, sempre e solo con gli strumenti – le parole non servono e non si utilizzano nel setting – che, dalla rabbia, dall’aggressività, può generarsi un ritmo, una creazione. Il paziente, allora, si sentirà non solo compreso e accolto, ma anche gratificato dalla possibilità di dar vita a qualcosa di nuovo. Per esempio, un messaggio immediato di comprensione e avvicinamento si trasmette anche nella misura in cui il conduttore sceglie di suonare il medesimo strumento del paziente oppure uno simile, però se il paziente ha scelto una percussione e il conduttore, perché inesperto, lo contrasta con un suono melodico, il dialogo non si realizza. Non è detto che un conduttore esperto riesca sempre a far partire il dialogo sonoro. Mi pare ovvio che, quando trattiamo con un nucleo di sofferenza umana o anche solo con caratteri differenti, nulla vale in universale».
All’inizio del laboratorio, Lei ha invitato gli allievi del primo anno a salire sul palco per un’improvvisazione sonoro-musicale: all’inizio, sembravano incerti e timorosi, poi hanno cominciato a prendere confidenza con lo strumentario Orff e fra di loro. Qualcuno sorrideva imbarazzato, qualcuno, a volte, rimaneva fermo, però, nel complesso, qualcosa è venuto fuori…
«L’improvvisazione sonoro-musicale è fondamentale nella musico-terapia attiva: in questo caso, si è trattato di un modo per superare inibizioni e ritrosie iniziali, per aiutare gli allievi a porsi in gioco, tuttavia è necessario ricordare che, anche nei centri diurni di riabilitazione psicosociale, l’improvvisazione sonoro-musicale giova non solo a scaldare il gruppo che deve essere composto in maniera omogenea, ossia da soggetti con patologie simili, ma anche a effettuare, da parte dell’osservatore, un primo screening sui comportamenti. Partiamo dalla collocazione degli strumenti all’interno del setting e dalla scelta che compiono i partecipanti al gruppo: se gli strumenti sono stati preventivamente disposti nello spazio a piramide, è interessante osservare dove si dirige il paziente e che tipo di strumento sceglie, di quale grandezza. Vi sono persone che scelgono gli strumenti più piccoli, altri che privilegiano un jambè, altri ancora il metallofono; vi è chi tende a sovrastare con il suono il resto del gruppo e chi, al contrario, è inibito dinanzi allo strumento e ha persino timore di prevaricare. In simili circostanze, il conduttore del laboratorio può interagire, scandendo il ritmo del gruppo, mentre il coconduttore si accosterà ai singoli che sono in palese difficoltà». Le figure, dunque, sono tre: conduttore, coconduttore e osservatore!
«Dovrebbe essere così, ma non sempre, all’interno di un centro diurno, è possibile avvalersi di tanto personale. L’osservatore ha, tuttavia, un ruolo importante, poiché osserva l’intera seduta e, successivamente, cura la verbalizzazione delle esperienze da parte dei pazienti, consentendo loro di esprimere non solo eventuali disagi avvertiti nel corso dell’improvvisazione, ma anche gli intenti non realizzati. Per esempio, un paziente avrebbe desiderato suonare in un modo, ma, per diversi motivi, non è stato in grado di farlo, allora, è bene garantirgli la possibilità di esprimersi, almeno a parole: ciò alleggerisce la frustrazione. L’osservatore svolge l’analisi sonoro-musicale dell’esecuzione che, lungi dall’essere un giudizio di qualità, è il punto di partenza per avviare la verbalizzazione e per confrontare i vissuti. Un’utile indicazione è quella di annotare sempre l’inizio e la fine dell’improvvisazione e, successivamente, interrogare i pazienti sulla loro percezione del tempo, perché se qualcuno ha trovato l’attività troppo lunga, probabilmente, si è annoiato, mentre l’impressione di brevità è quasi sempre connessa a una sensazione di piacere». Se anche l’osservatore è un tecnico – e non uno psicoterapeuta – è opportuno si astenga dal richiamare l’inconscio dei soggetti, interpretando eventuali atteggiamenti di rifiuto o di timore. Anche in questo caso, l’abilità dell’operatore risiede nel comprendere quando fermarsi per segnalare elementi d’interesse analitico a chi di dovere».

Per applicare al meglio la musico-terapia è necessario esser musicisti?
«Senza dubbio, avere l’orecchio allenato aiuta non poco, però va specificato che la formazione classica deve essere sovente destrutturata a vantaggio dell’ampliamento delle possibilità espressive che appartengono al paziente o delle quali il paziente ha bisogno. Così, d’altronde, avviene per tutte le terapie analogiche: sono i bisogni espressivi del paziente a essere in primo piano. Ciò permette di applicare le terapie analogiche in contesti preventivi e riabilitativi, ma anche di farne uno strumento di animazione clinica, ossia di quella particolare modalità d’intervento puntiforme che solleva, sebbene per poco tempo, il paziente e lo aiuta a star meglio anche con gli altri. Certo, il vero progresso si manifesta quando un paziente, chiuso da lungo tempo nel proprio isolamento, comincia a cercare gli altri, ma raggiungere un risultato di tale portata significa aver applicato un intervento riabilitativo prolungato e strutturato. E questo non sempre è possibile, perché, nonostante le evidenze delle quali parlavo in precedenza, ci sono ancora pregiudizi da abbattere affinché le Arti Terapie si diffondano in tutti i centri riabilitativi e nelle strutture che ospitano pazienti psichiatrici».

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