La Tecnica della fiabazione
Rivista di Arti Terapie e Neuroscienze / dicembre3

Siamo un libro aperto per gli altri o almeno per tutti quelli che, dotati di sensibilità, sanno leggerlo”. Sì, è proprio questa la frase che mi ha colpito di più del libro di Stefano Centonze intitolato: La tecnica della fiabazione. É da questa riflessione che voglio iniziare a stilare la mia relazione. Tutti noi abbiamo letto le fiabe o meglio ancora siamo stati loro auditori quando eravamo in giovane età. Solo oggi però apprezzo il gesto quotidiano della narrazione effettuato dai miei genitori, anche grazie alle conoscenze apprese nel corso degli studi, e posso comprendere quanto sia importante l’educazione che viene trasmessa. L’opera sopra citata nel primo capitolo dettaglia brevemente le fiabe, il mito e la leggenda. Pur essendo generi letterari molto simili, hanno comunque delle diversità, oltre che strutturali, anche a livello educazionale. Il mito è un racconto che si può definire sacro in quanto considerato una verità di fede che viene assunta a manifestazione collettiva, altamente elaborata, dello spirito umano, di cui rivela e dissimula al tempo stesso le tendenze inconsce. La leggenda è un tipo di racconto molto antico nel quale vengono a fondersi elementi di vita reale ed elementi fantastici. La favola, anche se erroneamente confusa come sinonimo di fiaba, non è la stessa cosa. Infatti è una composizione letteraria breve che ha per protagonisti animali domestici e ha come fine morale la funzione pedagogica.

La fiaba è una narrazione che trae origine dalla tradizione contadina, strutturalmente organizzata in componimenti in prosa, brevi e centrati su avvenimenti e personaggi fantastici e caratterizzata da formule ricorrenti come “C’era una volta”. Ha un’origine antichissima, tipica di ogni tradizione popolare, e soprattutto è ben distinta da altri generi letterari. Attraverso la fiaba si vanno a stimolare le funzioni cognitive dell’uomo, come ad esempio la memoria, il pensiero, l’attenzione, e questo in tutte le persone, ma soprattutto nei pazienti affetti da demenza o nei bambini con difficoltà di apprendimento.
Molti sono stati gli autori che si sono occupati di fiabe. In Italia è lecito ricordare Giambattista Basile, che compose nel XVII secolo la prima raccolta di novelle per l’infanzia; ma il genere letterario non si diffuse solo in territorio italiano, ma a poco a poco si sviluppò anche in Francia con Charles Perrault, che oltre a trascrivere le storie di Barbablu, Cappuccetto Rosso ecc.. le arricchì anche con le proprie emozioni rendendole creative.
Abbiamo inoltre La cicala e la formica, Il gatto e la volpe, Il corvo e la volpe, opere del 1600 composte da Jean de La Fontaine; e impossibili da dimenticare sono le fiabe dei fratelli Grimm, conosciuti in tutto il mondo per aver scritto Hansel e Gretel.

Arrivando poi al 1800, troviamo Carlo Collodi (pseudonimo dello scrittore Carlo Lorenzini) che a Firenze, nel 1881, elaborava un classico della cosiddetta letteratura per ragazzi: Le avventure di Pinocchio.
Nel 1900, Italo Calvino arricchì il patrimonio fiabesco italiano con le Fiabe italiane.
Dopo un primo capitolo in cui l’autore illustra le varie tipologie di narrazione e cita alcuni dei padri del genere fiabesco, nel secondo capitolo ci cala nel processo creativo. La correlazione tra fiaba e creazione sembra difficile da comprendere e quasi impossibile da assimilare.
Il pensiero corrente ritiene che le fiabe siano utili soltanto per lo sviluppo dell’educazione del bambino, ma non è così. É risaputo che la fiaba si propone come uno strumento efficace ed è una sorta di “copione”, cioè una rappresentazione globale della vita quotidiana: indica una iniziale forma di classificazione, a cui il bambino aggiungerà successivi livelli di generalizzazione.
Il costrutto del copione ha molti punti in comune con la narrazione perché comporta una diacronicità, un’articolazione soggetto-scopo, una concretezza, una scena. Tutte le storie presentano qualche situazione caratterizzata dal fatto che il personaggio persegue uno scopo, ed effettua azioni che in una determinata cultura sono ritenute appropriate allo scopo. Ben presto il bambino concentrerà la sua attenzione su singoli aspetti e funzioni: da queste analisi nasceranno i concetti (chiamati in pedagogia concetti-basic) che via via costituiranno il sistema concettuale personale.
Dobbiamo considerare la fiaba non solo come uno strumento educativo rivolto al bambino, ma altrettanto importante per le persone adulte con disagi psichici, o per gli anziani con demenze, o per soggetti con disabilità varie. Secondo vari studi, la fiaba avrebbe il potere di andare a risvegliare le emozioni ed i vissuti che si hanno interiormente.
La creatività diventa uno strumento di indagine, ed incrementa l’abilità che aiuta l’uomo a conoscersi poiché attiva dei meccanismi che aiutano nella risoluzione dei problemi che si incontrano sulla strada di tutti i giorni, allenando risorse interiori che a volte l’individuo stesso non crede di possedere. Dal punto di vista medico, la creatività si trova nell’emisfero destro, ovvero l’emisfero non logico, non matematico, irrazionale. Ha la capacità di aprire nuove strade, proporre soluzioni che sono innovative e originali rispetto ai percorsi comunemente battuti.
Secondo Graham Wallas, un insegnate scozzese che si è sempre occupato di relazioni, il processo creativo è formato da sei fasi, tra cui preparazione, incubazione, illuminazione e verifica. Anche in Italia abbiamo esponenti che sostengono la creatività, quale Daniele Brambilla. Egli sostiene che ci sono due presupposti culturali: il primo è che essa appartiene a tutti gli uomini, il secondo è che può essere sviluppata e migliorata.
Per capire meglio il proprio io interiore è opportuno analizzare il proprio corpo, inteso come mezzo di comunicazione degli stati mentali ed emozionali.
La creatività è il ponte tra la vita inconscia e la sua elaborazione, poiché permette di dar forma ai vissuti ed alle emozioni che sono collegati. Possiamo definirla anche come una spinta alla ricerca dell’io interiore da portare fuori attraverso il corpo. La creatività deve essere vista come un elemento purificativo, usato per esprimere le proprie emozioni, quelle che sono nascoste nel nostro inconscio. Scoprire la propria abilità creativa è il primo passo verso una conoscenza più profonda e chiara di se stessi. E le fiabe sono lo strumento di lavoro che utilizza le metafore per aggirare le resistenze e le difese che il nostro essere razionale erige.
Gli operatori che lavorano nel settore socio sanitario sono i primi a dover andare alla ricerca della propria creatività interiore, per poter iniziare a svolgere un lavoro prima su se stessi e poi trasmetterlo alle persone assistite. Spesso la principale preoccupazione dell’operatore è quella di conoscere in anticipo il lavoro che andrà a svolgere, e non si preoccupa di sviluppare l’attenzione. Una mancanza di attenzione è purtroppo la causa di maggior danno nella cura della persona; infatti se non si presta in modo adeguato, non si ha una visione globale della persona stessa e non si riescono a comprendere tutte le sue necessità.
Le arti hanno dato voce, colore e forma al disagio traducendolo in un linguaggio universale che è il linguaggio delle emozioni, espresse in una forma creativa che può essere sonora, cromatica o con il corpo. Dal punto di vista psichico, l’atteggiamento creativo è molto importante perché genera risposte positive sul piano del tono dell’umore. Negli anni ’80, il padre della PNEI (Psico neuro endocrino immunologia), Hans Selye ha dedotto che, in presenza di un evento stressante, l’ipotalamo rilascia l’ormone CRH, che giunge all’ipofisi grazie al sangue, stimolandola al rilascio dell’ormone ACTH, il quale a sua volta arriva a stimolare la corteccia delle surrenali affinché rilascino cortisolo, e cioè l’ormone dello stress.
Capire le emozioni significa anche comprendere il significato delle relazioni tra emozioni stesse e passaggio da un’emozione all’altra. Ciò richiede un lavoro di autoconoscenza e di attenzione su se stessi. Se siamo in grado di comprendere le nostre emozioni, abbiamo fatto il primo passo per comprendere quelle degli altri e ciò significa anche avere stabilito un buon rapporto empatico. Per sviluppare al meglio tali meccanismi ci avvaliamo dell’uso della tecnica della fiabazione, che ci aiuta a creare una buona relazione.
Un altro tassello importante è l’importanza della condivisione del nostro mondo interiore. Se noi lo condividiamo, la nostra vita sarà migliore e le nostre relazioni sociali e la salute stessa ne avranno giovamento. Secondo gli studi di Nancy Collins, Lynn Miller (Università di Buffalo) e James Gross (Stanford University), le persone con buone capacità di regolazione e comprensione delle emozioni sono meno vulnerabili allo stress ed agli stati d’ansia e hanno meno rischi di contrarre patologie cardiovascolari. Addirittura prevengono l’insorgenza di alcuni tipi di tumori perché, come abbiamo detto, le emozioni negative liberano ormoni e neurotrasmettitori che hanno effetti negativi sul funzionamento dell’organismo. Dobbiamo anche sottolineare che non tutti hanno la capacità di esprimere le proprie emozioni. L’alessitimia è il disturbo che si manifesta con la difficoltà a manifestare o provare le proprie emozioni.
L’operatore deve sviluppare al meglio l’empatia per provare ciò che prova il soggetto che ha davanti a sé. L’empatia è la capacità di condividere e capire gli stati emotivi e affettivi degli altri. Come affermano De Vignemont e Tania Singer, l’osservatore deve essere in un preciso stato affettivo, come se provasse angoscia, dolore o gioia; lo stato affettivo dell’osservatore deve assomigliare a quello di chi ha di fronte; lo stato affettivo della persona osservata è la causa dello stato affettivo dell’osservatore. Ciò che di cui si deve tenere conto è che l’osservatore deve essere cosciente della relazione causale fra lo stato affettivo dell’altro ed il suo.
Il pensiero autobiografico rappresenta uno strumento utile per scoprire la propria creatività. Esso è l’insieme di ricordi della propria vita trascorsa, di ciò che si è stati e di ciò che si è fatto. Grazie all’uso della metafora, nelle fiabe, ognuno parla alle e delle sue varie parti celandole sotto forma di personaggi.
Precedentemente, quando ho descritto la struttura di una fiaba, ho spiegato che risulta composta di alcune diciture, ad esempio il c’era una volta. Questa è proprio una metafora che ha una doppia funzione: da un lato rappresenta i drammi e i conflitti interiori e contemporaneamente risveglia le pulsioni più arcaiche.
Stefano Centonze nella sua opera vuole concludere con una parte dedicata ai laboratori per la costruzione di fiabe e storie in cui si formino operatori specializzati, e con un’appendice contente una raccolta di favole, fiabe e storie. Credo che questo sia molto importante, perché permette di capire maggiormente ciò che si è studiato durante il corso di arte terapia. Avere un riscontro pratico è di buon auspicio ed è una buona
guida per poter trasmettere agli altri ciò che si è appreso, ed anche per poter svolgere un percorso di conoscenza del proprio io interiore.
Nella pratica clinica spesso gli operatori sanitari si focalizzano solo sui sintomi fisici che i pazienti presentano (febbre, dolore, astenia, vertigini ecc.), senza prendere in considerazione anche le numerose emozioni che questi ultimi provano (paura, preoccupazione, tristezza, impotenza, speranza, incertezza …). Se lo facessero, li potrebbero aiutare a diventare più consapevoli e ad elaborare le proprie sensazioni, con conseguenti migliori outcomes clinici e più efficace coping rispetto alla malattia.
Le emozioni infatti sono strettamente correlate alla salute: hanno effetti fisiologici diretti sui sistemi cardiovascolare, respiratorio, e gastroenterico; influenzano la selezione, la memorizzazione e la valutazione cognitiva delle informazioni, e quindi la percezione del rischio, il riconoscimento di sintomi, la ricerca di aiuto; influenzano la mobilizzazione delle proprie risorse personali, cognitive e motivazionali; a volte per evitare emozioni spiacevoli l’individuo può ricorrere ad abuso di alcool, droghe, psicofarmaci o a comportamenti dannosi per la salute; le emozioni inoltre hanno un ruolo importante per quanto riguarda la socializzazione, che è un fattore protettivo rispetto a molte malattie.
Si può quindi affermare che comunicare in modo efficace significa saper coniugare tre competenze: sapere, ovvero conoscere le teorie sulla comunicazione e sulle relazioni interpersonali, al fine di poterle gestire in modo adeguato; saper fare, ovvero conoscere le tecniche comunicative per affrontare in modo efficace le dinamiche comunicative; sapere essere, ovvero aver acquisito una profonda conoscenza di se stessi ed una consapevolezza del proprio stile comunicativo.

 

 

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