Dalla solitudine vissuta come isolamento alla solitudine come dono per accogliere se stessi e gli altri
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Dalla solitudine vissuta come isolamento alla solitudine come dono per accogliere se stessi e gli altri

Cara Flavia,
come ha già argutamente esposto qualcuno, ti racconto cos’è la la solitudine. Essa è una medaglia a due facce:
la solitudine sofferta per lutti, separazioni, malattie, veramente dolorosa per chi la subisce; oppure scelta consapevole, per una seduta di meditazione o per una riflessione giornaliera sul nostro comportamento…e se così è può diventare un’amica preziosa.

Cara nipote, la parte buona della solitudine è’ un ritirarsi in sé per vedere meglio, come un pittore che si allontana dal suo quadro per avere una maggiore e migliore visione d’insieme; quindi per capire meglio quanto si è fatto e quanto si sta per fare. Questo tipo di realtà ci reagala intuito, momenti magici, placa le acque, spazza via le nubi dal cielo e col suo tocco delicato può guarirci da tanti mali…il silenzio, in questo caso, non tradisce…arricchisce e ci trasforma in persone nuove e creative, guarda me che dopo essere la chiusura della mia amata farmacia, che in quell momento mi sembrava un vero e proprio lutto, mi sono messo a coltivare piante officinali e ho scoperto un modo per vivere in salute in contatto con la natura e con la terra.

Nella solitudine nascono i pensieri, dai pensieri le parole e anche “quanto” valgono le parole, che condizionano poi le azioni e i fatti concreti. Quanto abbiamo stravolto la nostra stessa natura per mancanza di ampi spazi di silenzio! E, data la mia età, senti come la pensava il grande Einstein:

“Vivo in quella solitudine che è dolorosa in gioventù, ma deliziosa negli anni della maturità.”
E’ la peculiarità del genio…chiuso nel suo mondo…indifferente a ciò che accade all’infuori dei suoi interessi…distaccato dalle cose banali, ma osservatore attento dei minimi particolari dell’articolata “semplicità” della vita.
Cara nipote, fà Tesoro dei miei consigli e quando ti sentirai sola sappi che anche se un giorno non ci sarò più, lì nel profondo silenzio che evoca la pace tu mi troverai e insieme continueremo a cantare la Vita.
Con simpatia, nonno Cosimo.
La lettera di nonno Cosimo ci porta a riflettere su alcuni aspetti della solitudine in quanto il termine solitudine evoca in ciascuno di noi esperienze diverse, accompagnate da altrettanti
vissuti emotivi diversificati e a volte anche contraddittori tra loro.

Per comodità di trattazione distinguerò due differenti “tipi” di solitudine, che non vanno però
intesi come categorie rigide e non comunicanti tra di loro. Non di rado, infatti, nell’esperienza della
solitudine possono confluire e intersecarsi diversi atteggiamenti che rivelano la complessità di
questa condizione e le sue molteplici valenze.

SOLITUDINE EVITATA

La nostra società contemporanea mostra un ritmo incalzante dovuto all’ industrializzazione prima e alle nuove tecnologie poi, come se la velocità fosse solo sinonimo di efficacia e efficienza. L’iperattivismo dei giovani ma ancor più delle loro famiglie porta a non lasciare nessun vuoto tra un’attività e un’altra, bisogna riempire tutto e farlo nel più breve tempo possibile per non sentire quel vuoto archetipale che è dentro di noi. Con il mio lavoro ascolto molte storie di vita dove il tema centrale è la solitudine e il dolore, dove la solitudine non è vista come per nonno Cosimo o per Einstein un momento di contatto con se stessi o di creatività ma come un dramma. Un dramma che si consuma non da soli ma con gli altri, un dramma dove l’intera famiglia ruota a vuoto attorno a punti di riferimento effimeri. Un dramma che si consuma in un paradosso: più abbiamo gli strumenti per comunicare più ci allontaniamo dal contatto profondo con noi stessi e con gli altri: nessuno può dirsi più solo, eppure tutti, in qualche misura, sentiamo e temiamo di esserlo. Più gli strumenti di comunicazione, televisione compresa, entrano in contatto con noi più l’essenziale per dire e sentire profondamente, evapora.

I mezzi di comunicazione di massa se pur utili e a tratti necessari, ci governano, modificano i nostri comportamenti, entrano nel nostro vivere comune alterandone regole e equilibri secolari, e non possiamo non accorgerci di quanto la nostra affettività si sia diversificata e in alcuni casi desertificata. Ce lo mostra in maniera chiara l’autismo reciproco che sta sempre prendendo sempre più corpo tra la generazione degli adulti e quella dei più giovani.
In una delle più ricche ed evolute provincie italiane, cita Paolo Crepet, è stato recentemente calcolato che un ragazzo o una ragazza su cinque non sanno a chi rivolgersi quando stanno male: non un genitore, un insegnante, un prete, uno psicoterapeuta, un allenatore di calcio, un fidanzato, un amico. Nessuno. Eppure ognuno di quei giovani ha ricevuto dalla vita molto di più di quanto le generazioni precedenti, che hanno anche affrontato guerra e carestia, abbiano mai potuto possedere.
Le storie di vita che ascolto non parlano esplicitamente di solitudine ma questa è il filo rosso che attraversa gli spazi limitrofi della loro esistenza. Quel vuoto non appartiene solo al protagonista della storia ma ingloba gli interlocutori della sua vita: genitori o amanti falliti, padri assenti intorno a madri inconsistenti, medici cinici, psicoterapeuti rituali, amici latitanti o amori assenti.
Quando un adolescente racconta della propria dolorosa distanza da un padre capace solo di riempirlo di soldi e da una madre arroccata dentro a regole prive di senso, da un insegnante incapace di ascoltare, chi è più solo: l’adolescente, i genitori o quell’educatore? Non dobbiamo avere paura di tendere una mano a un adolescente, non dobbiamo avere paura del contagio del dolore, quando un dolore viene condiviso diventa come un balsamo d’amore su una ferita. Non abbiamo più bisogno di dire: Poveretto! Rinunciamo alla pietà, strumento da sempre utilizzato per evitare l’assunzione di ogni responsabilità. Entriamo invece nel sentimento maturo della compassione, dove insieme all’altro, ci facciamo fucina d’affetto e di generosità.
Immaginiamo infatti, se fin dall’infanzia avessimo imparato una materia come l’Educazione Sociale, immaginiamo per un attimo il nostro bambino di sei anni che dedica del tempo a un altro bambino di sei anni meno fortunato, e se insieme questi due bambini diventassero amici e crescessero insieme, forse la solitudine per molti bambini non sarebbe poi diventata l’unica compagna di viaggio. Noi non abbiamo bisogno di farmaci per stare in piedi ma di legami.
Forse, come insegnano i maestri, queste persone, per non entrare nel baratro dell’isolamento, hanno, bisogno di relazione e di condivisione, non di essere scartati come invece pretendiamo di fare con le parti più ingombranti e declivi delle nostre vite.

Poi esiste una solitudine necessaria all’essere umano che chiamerò: Solitudine per scelta
La solitudine può essere scelta anche solo temporaneamente, periodicamente, come
opportunità e condizione essenziale per attingere a quelle potenzialità creative che troviamo dentro
noi stessi. Le opere d’arte nascono dal silenzio, dalla riflessione e dalla contemplazione, da un
pensiero che sa staccarsi dalla corrente della massa per aprire nuove vie, rivolgersi a nuovi
orizzonti. Così anche a certe scoperte scientifiche (pensiamo alla teoria della relatività di Einstein)
è pervenuta osando spingersi oltre il confine del condiviso, assodato, certo.
Pensiamo alla solitudine necessaria all’adolescente quella che serve per crescere. Egli agisce a modo suo costretto a perdere le certezze che i genitori gli hanno dato per trovare un’identità nuova, la sua. Il punto importante però da tenere in considerazione è la meta.
Così come Ulisse che, intraprende l’ultima parte della sua traversata, su di una zattera in mare aperto e da solo prima di approdare sull’Isola dei Feaci e avere la mano tesa di Nausicaa e della dea Atena pronte a raccoglierlo e a rifocillarlo, prima di raggiungere la sua meta: ricongiungersi con sua moglie Penelope, suo figlio Telemaco e la sua terra Itaca. Così anche l’adolescente quando è solo, perde, si dispera, cade ma non lo fa come il giocatore d’azzardo che gioca e perde per perdere, ma lo fa per creare, ha una sua meta, quella di entrare nel mondo degli adulti e diventare autonomo.
E’ nella solitudine che noi entriamo in noi stessi, e restando soltanto con noi stessi incontriamo il nostro io profondo che ci rivela chi siamo, cosa veramente vogliamo e desideriamo al di là anche dei bisogni spesso falsi indotti dalla società.
Rientrare in noi stessi è scoprire la nostra originalità e individualità, ciò che ci caratterizza e
anche ciò che ci differenzia dagli altri.
L’artista per creare necessita di solitudine per scelta, Emanuele Chimienti durante una conversazione mi dice: “La solitudine fa sentire l’esistenza. Nel momento in cui mi sento collegato e in contatto col Tutto, io mi sento esistente e sviluppo creatività, lavoro, legami sani … In questo modo la solitudine è fondamentale, perché io contatto me, mi contatto, non più come psicoterapeuta, marito o altro. La solitudine aiuta a uscire dai ruoli e a contattare profondamente la fonte che è in noi”.
Lo stesso cantautore e artista Fabrizio De Andrè racconta in: Ed avevamo gli occhi troppo belli “Ho scelto la solitudine e non l’isolamento che è sinonimo di abbandono. Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto di solito.

Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.
Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né dell’eremitaggio, non è che si debba fare gli eremiti, o gli anacoreti; è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita (non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità), credo di averla vissuta; mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura.”
Questo per dire che la solitudine per scelta va ricercata nel silenzio, motivo per cui Gerd B. Achenbach ,ricorda che un tempo il silenzio era considerato ben altro dalla semplice assenza di rumore e di trambusto; un concetto che facesse capire che il silenzio non lo si può semplicemente creare, ma si presenta, avviene. Esattamente come la calma, a cui nessuno ci può costringere ma che, invece, si presenta e si trova, ma non in questo o in quel luogo, in questa o in quella cosa, ma solamente in noi stessi.
Questo è il motivo per cui la parola pace in tedesco è sinonimo di silenzio (Stille). In greco la calma dell’animo si chiamava galéne, tradotta già dagli scettici come “assenza di turbamento”, e allo stesso tempo indica la pace che l’anima può trovare: “Raccogliti in te stesso.
Il principio razionale che ti dirige è per natura autosufficiente quando agisci secondo giustizia, e nell’agire così trovi anche la tua pace”. Così diceva Marco Aurelio nel suo A se stesso.
A tratti molto diversa dalla cultura greco romana anche quella orientale valorizza il silenzio
e la calma là dove il silenzio e la calma diventano la precondizione per la meditazione, la pulizia della mente e l’apertura verso la compassione e la generosità.
Prima di concludere vorrei ancora una volta tenere presente che la terza età è un’età speciale perché lo stare da soli si può trasformare nello stare “da sé”.
Solo la terza età infatti ha gli strumenti per farlo, attraverso sintesi della propria vita, revisioni e perdoni, capacità di oggettività, comprensione certa dei veri valori, capacità di vera gratitudine, capacità di mettere a servizio la saggezza insostituibile derivante dall’esperienza, capacità di abbandonarsi al mistero benevole della Vita.
Con questa poesia inedita del mio caro Amico e Maestro il Prof. Emanuele Chimienti, che racconta di come nella solitudine si può sentire quello spazio infinito che è la propria anima, mi congedo.

Se vuoi vivere
cerca il silenzio,
fuori e dentro di te:
il silenzio infatti è la casa dell’essere.

Quando nell’intimo
i rumori si estinguono
limpido emerge
dal fondo del cuore
il respiro dell’essere
che pulsa da sempre
dentro di te
e palpita lieve
dentro ogni cosa
e prima di ogni emozione.

Nello spazio infinito
di quella calda presenza
si spegne l’urlo della ferita
e l’anima può dire: eccomi!
La mente che tace diviene visione
e l’avidità che cessa è invasa dal tutto.

Siediti dunque
alla fonte quieta del tempo
e nutri il tuo cuore
con le parole di luce
che sgorgano tacite
dal grembo dell’essere.
Allora vedrai
che ogni cosa è nuova,
ogni cosa è sì,
ogni cosa è tutto,
ogni cosa è dono,
ogni cosa è qui.

E sentirai
che ogni cosa è te.

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