“Dalla manipolazione dell’amore alla manipolazione dei colori. L’arteterapia come contrasto alla violenza”
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“Dalla manipolazione dell’amore alla manipolazione dei colori. L’arteterapia come contrasto alla violenza”

Comprendo che in un clima in cui si respira il dolore per le vittime di violenze e dove si individua come obiettivo la repressione di tali violenze e la giusta punizione per chi le commette, parlare di interventi arteterapeutici (considerati tra l’altro più “soft” rispetto ad altri) sembri quasi irrispettoso.
Il fatto è che la professione di psicoterapeuta nonché di arteterapeuta ad orientamento analitico, mi rendono sempre e a tutti i costi predisposta a guardare “oltre”. L’oggetto dell’attenzione è la sofferenza sia della vittima sia del carnefice. Se la politica, la magistratura ed il corpo di polizia agiscono per reprimere con i mezzi ad essi propri,spesso punitivi, gli autori di violenze, le professionalità della salute e della promozione del benessere devono invece individuare le cause remote della violenza in certi individui e farvi fronte con interventi terapeutici preventivi.
Questo mio intervento mira ad individuare il minimo comune denominatore delle persone che esercitano coattivamente violenza e a illustrare con quali mezzi nel corso degli anni ho affrontato, non sempre vittoriosa, la problematicità dei soggetti affetti da quella patologia meglio conosciuta come narcisismo perverso, sindrome caratteristica dei soggetti che usano violenza sulle persone di cui si professano “innamorati”.

Volutamente parlo in modo impersonale di tali soggetti e tra essi non ci sono solo dei maschi. In questo convegno, riconosco, si mette al centro la violenza “sulle” donne, ma l’esperienza mi ha fatto conoscere anche donne che hanno esercitato violenza sugli uomini…Forse ritengo più giusto parlare del problema violenza più che farne una lotta tra sessi.

Il narcisismo perverso

I casi da elencare sono ormai troppi. Le perifrasi che utilizziamo per descrivere tali soggetti, a seconda della declinazione dell’esercizio della violenza, sono eloquenti…
Si parla di Vampiri affettivi. Il consumismo frenetico e l’indebolimento della funzione paterna trascinano un’intolleranza alla frustrazione sempre più diffusa. Questa immaturità sarebbe il concime fertile della predazione morale, vampirizzare ed anemizzare il partner, e di un rapporto con questi sempre più utilitaristico e possessivo quasi fosse un oggetto.
Parliamo di Relazioni tossiche perché la perversione narcisistica consiste nell’adoperare dei mezzi contorti per colmare una faglia infinitamente spalancata ed un vuoto interiore vertiginoso in cui ogni affetto sembra essere stato spento dall’infanzia. Sia donne che uomini sono confrontati alla predazione morale all’interno della coppia. Gli uni e gli altri, tutti coloro che hanno subìto  un’insidiosa alterazione della loro integrità psichica, raccontano storie simili. Nel segreto della vita di coppia, il manipolatore o la manipolatrice si comportano da serial killer psicologici. La mira di questo tipo di manipolatore è far sì che l’altro non abbia fiducia in sé stesso, fa di tutto per far vacillare questa fiamma. È un estintore di vita. La gioia dell’altro si spegne poco a poco. “È una follia molto diffusa, ma nessuno la vede”, dice Francesco che ha passato dieci anni con una predatrice, incontrata all’università. Le ha sventato troppo tardi le astuzie e le manovre che li hanno portati poi ad un divorzio logorante.  
Chi è il perverso narcisista? Il perverso sonnecchia prima di agire i suoi oscuri desideri: la prima fase consiste nel guadagnare ascendente sull’altro e poi quella dell’assoggettamento. Sottomette poco a poco il suo partner per prenderne il controllo. Impassibile, mai affettuoso nel profondo, anche se mostra il contrario, unica cosa che lo ferisce e lo fa soffrire è l’orgoglio ferito, il perverso narcisista farà passare per squilibrata la sua vittima stremandola all’ estremo. Anche noi psicologi possiamo essere imbrogliati, perché il perverso offre all’osservatore l’aria da perfetto innocente.
La rivelazione evidente di questo gioco perverso può sopraggiungere anche dopo decenni di vita comune. L’aspetto vero di un lui o di una lei perversi appare brutalmente. Dopo l’ennesimo episodio di violenza o manipolazione, il partner che prova da molto tempo un malessere diffuso, rilegge la storia alla luce di questa nuova presa di coscienza, purtroppo in ritardo data la natura complessa del legame, fondata sull’ascendente di uno dei due sull’altro. Lo “squilibrato” porta una maschera. È socievole, adorabile, frequentabile, ammirevole, perché la contrazione morbosa verso una preda unica, una sola, basta a escludere la sua compulsione distruttrice. Questo doppio viso gli permette di trascinare l’altro che, in buona fede, credealla sua versione dei fatti invertendo a volte i ruoli, pensando addirittura che è lui la vittima.
Wilma, molto smagrita, dal viso esprime la stanchezza ed il tormento. Non arriva a lasciare suo marito che investe su lei esercitandoun vero ricatto morale. L’uomo l’ha tagliata fuori da tutto, dai suoi amici, dalla sua famiglia. È intelligente, sensibile, persa. Sente che sta per ammalarsi gravemente.
Vanessa, rimasta nubile e senza figli perché non ha mai più potuto “fidarsi di nuovo”, racconta: “A casa era umiliazione su umiliazione. Mi diceva: “mettiti dei calzini, i tuoi piedi mi disgustano”, mi chiamava il “mio porcellino” pinzando il poco grasso che avevo. Poco a poco, fisicamente, sparivo. Non pesavo più di 40 chili, ma come avrei potuto provare ciò? Non avevo testimoni. Agli occhi di tutti, ero io la squilibrata.
Agnese, cameriera di bar, racconta: “camminavamo per strada sotto braccio; tutto andava bene. Troppo bene per lui, perché, tutto ad un tratto, è come se avesse urgenza di distruggere imperiosamente e sporcare.  
Una caratteristica dei narcisisti perversi è l’alternanza di maltrattamenti e di tenerezza. Il narcisista maneggia il caldo ed il freddo in una sottile alternanza di maltrattamenti e di tenerezza. Quando l’altro è all’estremo, fa qualcosa al fine di riguadagnare la sua fiducia. La sua mancanza di empatia è la caratteristica centrale. Osserva la sofferenza con indifferenza. La sua gamma di sentimenti è povera, è come se disponesse solo di un’ottava sul suo piano emozionale. Occorre un vero sapere per segnare questa freddezza, perché fingere di avere una sensibilità che sa inesistente fa parte della sua arte. Egli vampirizza l’altro fino ad esaurirlo l’espressione “farsi mangiare” è da intendere così. È intensamente geloso di una vita interiore, intravista in altri, che lui non ha. È un’insoddisfatto cronico e non sopporta il benessere dell’altro, non tiene in nessun modo conto dei bisogni della partner. Molto rapidamente, la relazione si articola intorno ai suoi soli desideri, situazione così riassunta da A.: “Lui occupava il 90% dello spazio tra noi.” 

Ecco ancora un caso

Nicola non ha mai provato né rimorso né senso di colpa. Non ha mai riconosciuto di avere torto, non chiede perdono, salvo quando gli serve per strategia manipolatoria. Attraverso ogni rimprovero infondato, calunnioso, diretto alla sua vittima, fa il suo autoritratto di aggressore. Ciò fungerà da confessione di ciò che è. Una confessione molto involontaria, perché il suo sistema di relazione poggia sulla negazione, ovvero sull’occultazione di una parte della realtà. Questo accade perché la partner evita la discussione o da ogni tentativo di discussione. Con una persona normale, quando c’è un disaccordo, ciascuno dà i suoi argomenti, c’è uno scambio. Con lui, non hai presa su niente.
Altra sua caratteristica emergente: il suo modo di denigrare, insidiosamente. Con l’ironia e il sarcasmo, abbassa l’altro toccando certi tasti, fa finta di niente ma nel suo fiotto di parole passa un veleno lento. “Mi sentivo peggio di una merda” o “una sotto-merda”: le testimonianze sono ricorrenti. “Niente è più feribiledi un narcisista normale non patologico attaccato da un narcisista perverso”, scrive Paul-Claude Racamier che propone questa definizione: “Il movimento perverso narcisistico è un modo organizzato di difendersi da ogni dolore e contraddizioni interne e di espellerli per covarli altrove, ingigantendo, tutto ciò a spese altrui e non solo senza pena ma con godimento.” 
Espellere nell’altro il proprio caos mentale: questa acrobazia psichiatrica è “la” ragion d’essere della perversione narcisistica. Il perverso manovra inconsapevolmente per trasferire sull’altro la psicosi o la depressione che cerca di evitare. Lo si riconosce perchè, essenzialmente preoccupato di sé, è costantemente nella costruzione della sua immagine. Questa ossessione di apparire lo conduce spesso in alto, in professioni di potere e di rappresentanza, dove il suo bell’ abito sociale, la sua luminosità buona spesso, lo pongono al di sopra di ogni sospetto.
Molti colleghi illustri dicono che non c’è terapia possibile. Noi pensiamo che forse non per tutti, ma per molti è possibile accedere al mondo glaciale che li circonda con l’arteterapia. O quantomeno possiamo ri-educare, partendo dal punto dove si è interrotto il sano rispecchiamento.
É evidente che il primo problema che si pone è la mancanza di richiesta spontanea. Queste persone, infatti, non sono richiedenti e non consultano, se non per calcolo, per dare dei falsi segni di buona volontà. 

Quale è il profilo dell’uomo violento? 

Si tratta spesso di individui che non accettano la “resistenza” del reale, cioè il fatto che talvolta la realtà contrasta il loro desiderio, che talvolta gli altri non rispondono esattamente alle loro richieste. Cosa che li porta a voler costringere ciò che resiste, a voler piegare tutti quelli che oppongono loro un rifiuto. Se si analizza il caso particolare delle violenze sessuali verso le donne, ci si rende conto che i violentatori costringono le loro vittime a piegarsi alle loro esigenze, senza prendere in considerazione il loro rifiuto. Ciò che diventa possibile a partire dal momento in cui l’altro non è più preso in conto come Altro, e che non è più riconosciuto come un essere umano degno di rispetto: il suo “no” diventa un sì, perché la sola cosa che conta è la volontà di colui che esercita la violenza. Gli uomini violenti sono spesso degli individui che non arrivano ad iscriversi nel mondo e nella società in modo soddisfacente: alla base della loro violenza c’è una crisi esistenziale profonda che li spinge a considerare gli altri, e particolarmente le donne, come niente, forse anche perché loro stessi non arrivano a dar molto valore alla loro vita, e non arrivano neanche ad ottenere una considerazione adeguata da parte degli altri, e particolarmente delle donne. La violenza, da questo punto di vista, appare come il solo ricorso possibile, come il solo mezzo per imporsi, mostrando così alla società che ci sono almeno le vittime della loro violenza che si sono dovute piegare alla loro volontà ed il loro potere. 

Che cosa proponiamo noi per lottare contro questa violenza? 

Per prima cosa è evidente che l’educazione può giocare un ruolo molto importante, permettendo agli individui di prendere una misura degli effetti drammatici che la violenza può avere. Da questo punto di vista, bisognerebbe cominciare forse con il far comprendere fin da piccoli ai figli l’esistenza di limiti, e mostrar loro come questi limiti fanno parte della condizione umana. E ciò, non solo perché l’essere umano è una creatura “limitata” e “mortale”, cioè un essere che non è onnipotente, ma anche e soprattutto perché ogni azione umana è limitata dalla presenza altrui e per il suo desiderio che non può corrispondere alle attese che si hanno.  
L’Altro è sempre un limite alle nostre azioni ed alle nostre scelte. Esiste un tipo di soglia invalicabile che ci separa dagli altri, salvo a non riconoscere questo come simile a noi e, allo stesso tempo, a distruggere la possibilità della nostra umanità in seno al mondo. Il problema è che, oggi, si vive in una società abbastanza sfaldata. Da una parte, si assiste ad una denuncia della violenza ed all’istituzione di una specie di stato di polizia; altra parte, questo Stato di polizia utilizza a sua volta una violenza che non è meno estrema e che non tiene in conto l’umanità dei colpevoli.
Credo che rispondere alla violenza con la violenza, senza considerazione alcuna per il fatto che gli uomini violenti sono degli individui che non hanno potuto sviluppare probabilmente da soli (ciò che Freud chiama la compassione) non sia condivisibile. La compassione è una delle dighe psichiche che strutturano la soggettività degli individui, una “diga” che oppone alla crudeltà. Gli uomini violenti sono degli individui che, in generale, non hanno compassione nei confronti gli altri, più spesso si tratta di maschi verso donne. Perché queste, ai loro occhi, sono spesso delle cose, degli “oggetti” di cui si può disporre completamente. Non solo la donna non è riconosciuta come un simile, come una presenza che chiede di essere rispettata in quanto soggetto, ma non è neanche riconosciuta come un essere sensibile: non è più un “altrui” che può contestare il potere e la violenza degli uomini. Cercare di opporre a questa violenza un’altra forma di violenza che riduce i colpevoli a “oggetti” oltre che esercitare una forma di vendetta può contribuire solamente all’affermazione del principio secondo cui ci sono degli individui che non hanno diritto al rispetto che ogni essere umano merita in quanto essere umano. 

Un sintetico ripasso del concetto di narcisismo

Vorrei spendere qualche parola in più sulla nozione di narcisismo, cosa che non si può comprendere che riferendosi all’ipotesi dell’unione totale del neonato con sua madre di cui parla Freud. Questa fusione impedisce di sentire i propri bisogni, che sarebbe totalmente impotente a soddisfare. É in queste condizioni che si sviluppa il narcisismo primario. Se il concetto di narcisismo primario è compreso come uno stato precoce dove il bambino investe tutta la sua libidine su sé, il narcisismo secondario sarebbe l’introiezione della relazione con la madre. Rappresenterebbe l’amore della madre introiettata dal bambino che, una volta separato da lei, si amerà come lei l’ha amato, vale a dire che non potrà amarsi che così come sarà stato amato. La libidine è ritirata dall’oggetto d’amore-madre per essere riversata sull’Io. La personalità del bambino si sviluppa nella relazione all’altro, in particolare alla madre. È al centro di questa relazione, nella sua dinamica propria che certi autori hanno incontrato degli elementi di comprensione di questa problematica.
Il bambino ha una stupefacente attitudine a sentire i bisogni di sua madre ed a rispondere. Per non rischiare di perdere il suo amore, respinge le sue emozioni ed i suoi sentimenti. I suoi bisogni non riescono ad essere integrati. L’adattamento ai bisogni parentali conduce allo sviluppo di ciò che Winnicott chiama il falso self. Al bambino è intimato di essere conforme, e di comportarsi in modo da mostrare solamente ciò che ci si aspetta di lui. Il suo vero Sè non può svilupparsi né può differenziarsi, di lì un sentimento di vuoto. Non può costruire il suo senso di sicurezza interiore, né fidarsi dei suoi propri vissuti, non conosce i suoi veri bisogni, e finisce per essere come straniero a sè stesso. Tutta la sua vita resta tributaria della conferma degli altri.  
In Arteterapia, ripartiamo da qui, da questa fase. Ovvero, sviluppiamo,attraverso alcuni dispositivi predisposti ad hoc, le nozioni di contatto e di frontiera contatto. Mettiamo l’accento sui fenomeni vissuti e non sempre coscienti nelle differenti fasi del contatto e della separazione come superamento dell’indifferenziazione.  
Il nocciolo di tutti i sintomi narcisistici, infatti, è un’angoscia davanti alla minaccia di confluenza all’inizio del pieno contatto, questa angoscia di perdita di autonomia. Qui nessuno arriva a lasciarsi andare all’esperienza che sarebbe importante per la propria soddisfazione né riesce ad integrarla alla  personalità.

Caso clinico

Accompagno F. da quattro anni. Ha una quarantina di anni, vive in coppia, è madre di tre bambini. Piccola, minuta, bruna, è viva, elegante, sobriamente truccata. Insegnante. Dice avere delle difficoltà relazionali con la sua famiglia e con gli altri. Fin dal primo contatto il suo discorso è abbastanza perentorio, il tono è duro, potrei sentirmi un po’ aggredita ed allo stesso tempo, la sua durezza apparente, i suoi modi bruschi e la sua mancanza di amore di sè stessa mi danno desiderio di prendermi cura di lei. Dopo episodi di violenza verbale e fisica sul compagno e sui figli, spaventata, chiede di essere in pace con sè stessa, ritrovare un equilibrio personale, sbocciare nella sua vita di donna e di madre. La sua storia familiare è segnata da un padre tirannico, pater familias all’antica che ingannava la sua donna ed abusava sessualmente delle sue figlie. Sua madre è una donna in apparenza sottomessa che non ha voluto vedere mai la vera personalità di suo marito, e che non ha protetto mai le sue ragazze. Famiglia senza limiti, dove regnano la confusione ed i comportamenti deviati. Ambiente familiare violento, intrusivo, abusivo, ambiente incestuoso. Non ha ricordi della sua infanzia, come se avesse vissuto astratta da se stessa o dal suo mondo, come se si fosse dovuta rendere inesistente.
È stata utilizzata come prolungamento narcisistico e perverso di suo padre. Il legame con questo ultimo è importante per la sua sopravvivenza psichica poiché la madre è passiva ed occupata da uno dei figli. La piccola F. non ha il diritto di essere vulnerabile, può essere solamente sottomessa ed obbediente, per soddisfare le esigenze parentali e essere amata. Ha una cattiva immagine di sè, e prova un’insicurezza totale che le impedisce di essere tranquilla, insicurezza all’interno, (sono cattiva, non valgo niente) ed all’esterno, ( non posso fidarmi degli altri). Diventare indipendente ed autonoma troppo presto può generare molta insicurezza.
La costrizione esistenziale in causa è la solitudine. La “bio sceneggiatura” può riepilogarsi così: “mai più correrò il rischio di essere abbandonata, non ho bisogno della vostra presenza, me la cavo da sola”. Questo atteggiamento riflette la paura di una nuova separazione che sarebbe insopportabile, e la induce ad avere sempre un comportamento di evitamento. Le situazioni di intimità sono vissute come pericolose, di lì la messa in opera di un processo difensivo con resistenza alla confluenza. Si è nell’egotismo che consiste nel dominare tutte le varianti della situazione con incapacità a lasciarsi andare per passare dell’azione all’interazione ed abbandonarsi pienamente al contatto. Il meccanismo di evitamento esordisce per una proiezione “sarò delusa o distrutta”. L’angoscia sopraggiunge all’inizio del pieno contatto, repressa per un forte regressione. F. dubita dell’amore dei suoi e non può chiedere niente per lei, il rischio di essere rigettata è troppo grande. Può solamente regredire. Nella sua storia, se va verso sua madre, questa non è disponibile per lei e se si volge verso suo padre, si fa maltrattare o abusare.
F. funziona molto in modo proiettivo, certa che gli altri non l’apprezzano. I suoi bisogni affettivi sono forti e la rendono esigente, cosa che provoca ciò che teme di più: la presa di distanza dagli altri. Questa questua di attenzione e di approvazione per sentirsi esistere la portano ad un vicolo cieco perché poggiano su dei bisogni simbiotici. Mette in opera delle esperienze dove la ricerca di confluenza la conduce all’egotismo (compiacimento narcisistico). Quando l’altro esiste, ovvero si esprime, lei è a disagio, lei l’invidia, lei si annulla. Al contrario, quando si esprime, ha bisogno che l’altro sia d’accordo con lei e pensi come lei per sentirsi buona. Può sentirsi attaccata molto rapidamente se non è così. Non c’è posto per due. Può vivere solamente relazioni fusionali o di scansamento. Mantenere il legame è difficile, ciò le fa perdere il senso dei propri bisogni. Lo stesso coi suoi amici: non si concede la libertà di essere com’è, fa degli sforzi per essere conforme a ciò che immagina che si aspettano da lei, non arriva veramente a lasciarsi andare. Allora si arrangia affinché non ci sia troppa prossimità affettiva, per non essere troppo tempo nel contatto. Quando è in un legame, si perde. La presenza dell’altro è al tempo stesso indispensabile ed inammissibile.
La simbolizzazione è perturbata, l’interpretazione di ciò che accade è influenzata dal passato. Proietta sull’altro le  proprie esigenze, per molto tempo mi sono sentita in obbligo di mostrarle un risultato e sotto pressione. È disturbata spesso dalle mie manifestazioni di attenzione o di affetto perché ha paura di essere invasa. Il suo equilibrio narcisistico prende vitadallo sguardo posto su lei. Senza uno sguardo che l’anima, si sente vuota. Ma il mio sguardo contiene per lei anche una minaccia di abbandono che la rinvia ad una solitudine esistenziale profonda: quando l’altro non mi vede, sono sola, non esisto. F. è molto nella seduzione. Se è desiderata, esiste! Il suo sentimento di esistenza è legato allo sguardo dell’ambiente e non poggia su un sentimento interno. In altri termini, la dipendenza affettiva costituisce il fondo su cui la difesa narcisistica è posta per proteggersi della sofferenza della dipendenza. 

L’intervento arteterapeutico

All’inizio è laborioso perché non esiste il “noi”. Ho dovuto adottare un atteggiamento empatico, caloroso, per potere comprendere le ferite della paziente. Sotto un incontro iniziale freddo e riservato si nascondeva un’enorme sofferenza. Il cuore della terapia è stato quello di raggiungerla e di lasciarmi raggiungere da lei. Ma anche ho adottato la strategia di inserirla dopo pochi incontri in un gruppo non molto numeroso. Pensavo che dovesse riprovare la coppia affettiva ma anche avre subito la possibilità di diluire l’angoscia condividendo con altri l’altalena aggrassiva e libidica. Ho ritenuto fondamentale sviluppare la nostra capacità di “essere con” prima di cercare di trasformare qualunque cosa. Coloro che, come F., sono stati sottomessi costantemente agli attacchi, sono stati in un tipo di legame particolare che deforma la realtà attuale. Le relazioni che hanno vissuto da bambini continuano ad essere attive dentro se stessi. Sono andata a cercare nel fondo i piccoli avvenimenti quotidiani ai quali i suoi non hanno fatto attenzione per comprendere in che genere di relazione era stata presa, per capire meglio la sofferenza attuale. E affinché potesse essere un rapporto riparatore, dovevo permetterledi dire quando era triste e io dovevo essere là per sentirla. Ho, in pratica, riattivato una sofferenza molto antica. Questo “nostro vivere” quel vissuto crea il “noi”. Occorreva che F. potesse fare l’esperienza della mia preoccupazione per lei, e avere accesso a ciò che leianimava in me, come il bambino dovrebbe avere accesso all’emozione dei suoi genitori. Incontrarli là dove hanno bisogno di essere incontrati nutre al tempo stesso il loro sentimento di esistenza ed il loro sentimento di essere uniti, ciò sviluppa la presenza a sé stesso ed all’altro e ciò crede la sicurezza di base. Sono stata toccata spesso dalla piccola in lei, labimba spaventata nascosta dietro la guerriera ed io mi sono riconosciuta in ciò che viveva. I suoi disegni infantili e mostrati con lo sguardo di chi cerca approvazione ma allo stesso tempo vuol dirti quanto bene ti vuole. Non ho mai risposto quanto è bello il tuo disegno prima di averle detto grazie di quello che mi comunichi col disegno che mi fai. Ciò per scioglierla dalla dipendenza a mostrarsi meritevole…
L’obiettivo terapeutico è stato in questo caso quello di favorire una sana esperienza di confluenza bypassando l’angoscia del legame. È il lavoro approfondito di queste angosce che ha lentamente permesso di avere dei comportamenti differenti e di diminuire l’apprensione del pieno contatto. Ecco poiapparire dei sentimenti di colpevolezza per un’attenzione vissuta come immeritata e di vergogna-pudore per i sentimenti positivi che apparivano. C’è stato tutto un lavoro da fare intorno a questi sentimenti di colpevolezza e di vergogna, ultimi ostacoli prima del pieno contatto. Poi la paziente ha sperimentato una vera relazione io-tu nel senso di Buber. Questi tagli di contatto sono introiezioni o delle proiezioni. Il contenuto delle introiezioni è il sentimento che è più sicuro fidarsi solo di se stessi piuttosto che contare sugli altri. Il lavoro sulle proiezioni doveva portare a capire che la relazione tiene, anche se lei perdeva la sua vernice narcisistica. Ho sostenuto, cioè, i sentimenti sgradevoli, di vergogna e di pena, per mettere in evidenza le esperienze respinte e sentire la presenza sicurizzante della situazione terapeutica, cosache non era potuta essere portata a termine una volta.
Mi sono chiesta spesso durante la terapia con F. quale fosse la natura del legame possibile con l’altro. Come fare per sentirsi al tempo stesso liberi e in relazione? Perché certe persone sono  impossibilitate ad avere delle relazioni autentiche dove l’altro occupa tutto il posto?
La nostra cultura occidentale si basa sull’idea della separazione delle coscienze tra loro. L’altro è percepito assolutamente come un altro, e le differenze tra le persone vissute come degli ostacoli alla comunicazione. È allettante trasporre questo ragionamento nella sfera relazionale dove due pulsioni molto ingombranti ostacolano la relazione: il desiderio di fusione ed il desiderio di avere influenza sugli altri. La posta relazionale è la stessa nei due casi: sopprimere la differenza. Il processo di formazione dell’identità passa attraverso due dimensioni simmetriche: l’identificazione che permette di costruirsi come l’altro e la differenziazione che permette di costruirsi in quanto sè. Essere sè, vivere la propria differenza rispettando quella dell’altro, senza negarla né aggredirla, è una strada di differenziazione. Questo processo di differenziazione è imperativo per assicurare il fondamento della propria identità e per aprirsi all’alterità. L’insufficienza di conferma esistenziale costituisce un ostacolo a questa strada di individuazione. Delle difficoltà a questo livello trascinano fino all’età adulta dei problemi identitari e dei disordini nella relazione. Sarà difficile assumere la propria differenza e si troverà di fronte alle situazioni dove non c’è posto per due, dove si può essere solamente onnipotente o schiacciato, umiliante o umiliato, dove se uno esiste l’altro sparisce “… ho bisogno che l’altro sia d’accordo con me, veda le cose come me per sentirmi buono, se non fa con me, non esisto più” – dice F., la paziente di cui racconto. Le patologie narcisistiche sono un esempio di questo insuccesso ad entrare in relazione di scambio reciproco con altri. 

Empatia ed interpretazione  in arteterapia

Durante le sedute di arteterapia ha giocato un ruolo fondamentale l’empatia di cui parla Kohut, psicoanalista tra i più preoccupati di preservare il narcisismo dei pazienti. L’empatia è la condizione che permette l’interpretazione, ha degli effetti terapeutici importanti. Richiede al terapeuta una grande competenza affettiva. La sua benevolenza è un dono fatto al paziente che si trova in una situazione dove una persona l’ascolta per comprenderlo. Ciò gli permette di vivere un’esperienza emozionale importante per la sua crescita. L’effetto terapeutico dell’empatia è prezioso ma secondario rispetto all’interpretazione che deve permettere di elaborare le trasgressioni dei primi oggetti-sè. Ci sono differenti forme di transfert oggettuali che possono essere riconosciuti ed interpretati. In arteterapia l’oggetto realizzato dal paziente diviene oggetto esogeno cioè sta per l’oggetto interno. Avvalendomi della lavagna bidirezionale realizzata da noi in Artelieu, inizialmente per lavorare coi bambini, ho potuto fare un botta e risposta usando solo segni e colori con un paziente adulto che non tratteneva i suoi impulsi violenti verso la madre con cui viveva dopo la separazione dei genitori. La lavagna in plexiglass trasparente portava la paziente F. a organizzare un dipinto su cui io potevo intervenire dal lato opposto. Ciò permetteva un gioco di sguardi e di “toccamenti” protetti, annullando la paura del contatto e gratificando quella parte che invece richiedeva fusione completa. Il disegno diventava un unicum. Ciascun intervento dell’uno andava a creare un altro pattern fondendosi con i segni dell’altro. Gli esiti di questi interventi arteterapici sono talmente profondi che in superficie non affiorano che molto tempo dopo, quando il paziente diventa cosciente delle dinamiche relazionali in atto. Ma noi vediamo subito se funziona. Io notai bene il passaggio dalla ricerca di zone distanti dalle mie mani al voler sovrapporsi con le sue alle mie. Processo che poi fu reversibile nella misura in cui fu pronto ad accettare che io fossi “altro”. I lavori furono espletati ricorrendo a differenti dispositivi arteterapici e solo dopo molti mesi potemmo accedere a una sorta di interpretazione frutto delle elaborazione della “coppia terapeutica”. Molti sono contrari alla interpretazione analitica, ma noi interpretiamo il processo in atto, non il disegno.
L’interpretazione con questo genere di pazienti diventa importante, dopo aver in mano numerosi indizi, perché rinvia ai processi inconsci che portano ad accedere alla coscienza. Se l’empatia rassicura, evita le ferite narcisistiche e favorisce il transfert oggettuale, l’interpretazione  permette di accettare gli elementi repressi e di liberarsi della coazione a ripetere. L’atteggiamento dell’arteterapeutain questo caso ha permessolo spiegamento degli aspetti narcisistici del transfert. Ho rivestito il ruolo di  tutore di resilienza condividendocon la paziente un’esperienza importante per il suo sviluppo: il relazione sè/oggetto-sè. Se fossi stata contumace in quanto funzione, non ci poteva essere nessuna interiorizzazione di questa funzione. Ho adattato la mia presenza e ho dato ciò che era mancato: un’accettazione benevola dell’idealizzazione e del deprezzamento nella prima fase, della riassicurazione ed un sano confronto alla realtà nella seconda fase del trattamento. Lo scopo di ogni terapia e anche dell’arteterapia, così come io la concepisco, è di restaurare il funzionamento e la coesione del sè. Meccanismo che assicura la costruzione dello psichismo, la sua organizzazione che si fa per assimilazione delle funzioni inizialmente riempite dagli oggetti-sé.

Dispositivi più consoni per i narcisisti perversi o a rischio di acting out

“L’arte ci protegge dalla verità”. Mi sembra che questo pensiero di Friedrich Nietzsche rifletta un aspetto essenziale dell’arteterapia che risiede nello spazio di libertà proposta alla persona, un spazio neutro e benevolo, coi limiti, per permettere all’essere umano di evolversi sulla sua strada. “Spiegare non è lo scopo” come sottolinea Jean-Pierre Klein, ricordando “che non c’è Verità a braccare in arteterapia”. L’arteterapeuta, secondo me, è il garante di questo principio che consiste nell’accompagnare l’individuo rispettando la sua parte di ombra che lo costituisce.
Nella prospettiva di aumentare le tecniche utilizzate finora e di arricchire i dispositivi da proporre, ho avuto l’opportunità di seguire un’iniziazione all‘aquagraphie-scrittura di Maryse Del Souchet-Robert, ortofonista ed arte-terapeuta. L’aquagraphie-scrittura consiste nel lasciare andare dei colori – inchiostri colorati, fino a percepire delle forme diverse, soggettive e personali. Le macchie acquagrafiche suggeriscono delle forme un po’ sfumate, ambigue ed evocatrici come le macchie del rorschach. Secondo M. Del Souchet-Robert, “il terapeuta all’inizio fa da segretario di colui che dipinge”, in un secondo tempo poi, quello della scrittura, le visioni aquagrafiche successive sono restituite all’acquagrafista. Quest’ultimo deve passare attraverso un lavoro di perdita dato il carattere mobile della tecnica. A partire dalle parole può cominciare un gioco di scrittura. L’acquagrafia può essere anche un mezzo di scambiare le associazioni di ideesulle forme. Ciò favorisce l’immaginazione e la creazione di immagini mentali e permette di accedere ai piaceri sensoriali ed all’emozione, mette in gioco il mondo fantastico e pulsionale. Il trasporre in parola delle visioni in presenza del terapeuta permette uno spostamento dal pulsionale all’emozione estetica. Queste forme colorate senza riferimento a niente che esiste sono interpretate dall’aquagrafista secondo un modello interiore.
L’acquagrafia permette al paziente di liberare delle forme riconoscibili ed identificate per sé ed eventualmente di parla ne, talvolta di riderne, perché capita che le immagini scatenino il riso, sorgente di energia, di gioia di vivere, di socievolezza.
Condivido il pensiero di Jean-Pierre Klein a proposito di questa “tecnica di pittura magica”:
“L’acquagrafista è l’eroe del suo sogno; l’anafora indica il movimento che completa questa pittura incompiuta, è l’ispirazione che precede il soffio che la persona deve emettere “
Questa tecnica ricopre numerosi aspetti creativi legati all’immaginario di ogni persona, è uno scatenatore di idee, facendo al tempo stesso appello sia all’arte che alla parola, permettendo ad ogni persona di lasciarsi andare. Può far parte di quelle tecniche effimere che facilitano la risoluzione del problema legato al divenire dell’oggetto creato dal soggetto. Di più, l’acquagrafia ha il potere di spingere chi la pratica in uno stato di calma eccitazione, di trasportarlo in un mondo magico ed immaginario, il tempo di un istante. L’unico materiale che serve è l’acqua e qualche goccia di inchiostri colorati. L’istante può essere prolungato, o almeno si può mantenere una traccia poetica grazie alle parole che l’acquagrafista pronuncia, durante la sua produzione e che permettono di essere riprese e messe in forma per costruire rapidi e casuali testi poetici. Su essi verte poi l’analisi.

La mia strategia arteterapeutica con Federico.

Federico, lo chiamiamo così, è “obbligato” ad intraprendere una psicoterapia dai servizi sociali. Dunque, immaginate con che stato d’animo venisse agli appuntamenti! Con F. il mio lavoro consiste globalmente nel raggiungerlo nella sua sofferenza, nel vederla e toccarla per rassicurarlo narcisisticamente. Rivisitare i suoi meccanismi di attaccamento, contenerlo nei suoi spazi di insicurezza e fare la cosiddetta regolazione emozionale. Far muovere la sua funzione personalità, e portarla a consolidare la sua immagine dovevo rimettere in moto il processo evolutivo interrotto.
Anche attraverso l’aiuto del gruppo in cui era inserito, mi sono sforzata di raggiungerlo nei suoi accessi di rabbia. Sarei potuta essere contaminata dalla sua violenza, ma non ho perso mai di vista la sofferenza che si nascondeva dietro. Ho provato ad interrompere i suoi autoattacchi, la sua autodenigrazione. Più o meno gli comunicavo così, disegnando faccine tristi sul plexiglass come se gli dicessi senza parole – Quando tu ti vedi cattivo, mi fa  male vederti in questo stato. Vorrei raggiungerti là dove qualcosa ti fa male. Vedo che “ti” fai soffrire molto. Nei suoi accessi di rabbia è solo parzialmente cosciente della sua sofferenza, il lavoro arteterapicomira a metterlo in contatto con se stesso, ad aiutarlo a conscientizzare i suoi vissuti là dove non ha molta consapevolezza ma piuttosto una perdita di contatto con la realtà. Marie Petit (1984) dice: Il contatto implica una coscienza attiva. Occorre guardarli, vederli davvero e rassicurarli narcisisticamente. Il narcisismo sano si costruisce nello sguardo di un altro. È importante porre sul nostro cliente uno sguardo positivo, uno sguardo di genitore che lo vede, che si rallegra della sua esistenza per parafrasare Kohut. Una delle funzioni della madre è la funzione di specchio. Deve potere riflettere il suo bambino. Se è assorbita o incapace di rispondere alle sollecitazioni del bambino, questi va ad incontrare il vuoto, l’angoscia. La realtà esterna non gli è presentata e non può accedere al sentimento di essere reale e differenziato. Nello sviluppo emozionale dell’individuo, il precursore dello specchio è il viso della madre.
Il mio lavoro arteterapeutico fenomenologico è stato essenziale. Attraverso i miei riflessi dell’elaborato lui è diventato man mano più presente a se stesso. Giustappongo la mia visione alla sua quando mi parla della sua immagine di “cattivo”: Non vedo questoin te, non sei riducibile a ciò… sento a che punto dubiti di essere gentile, ma io vedo una persona che ha valore, presenza, coraggio, e tu non valorizzi questi aspetti che pur son tuoi, sei qualcuno che può interessare l’altro, farsi amare .
F. mi tocca molto nella sua fragilità e nella sua lucidità, ed io ho voglia di onorare i numerosi aspetti di lui che lo rendono gentile anche se, spesso, lui blocca i miei propositi. È tutto il lavoro di riabilitazione narcisistica. Fare il lavoro a specchio implica che io abbia una grande capacità di coscienza e di presenza. Renderlo presente a sè stesso ha implicato che io fossi disponibile ad essere tanto presente a lui. F. era come un poppante che doveva rivivere un rispecchiamento da una madre “sufficientemente” buona. Lui da piccolissimo si è attaccato a una madre forse non rispecchiante, ha perso i suoi riferimenti interni, quindi ora non può appoggiarsi sui suoi propri vissuti di allora. È necessario che mettiamo nel campo in modo continuo i nostri vissuti, che ci rendevamo percepibili. La posizione di base è di fare da Io ausiliario per permettergli di sintonizzarsi con tutto il nostro essere, mio e del gruppo, con ciò che vive. Nei momenti di emozione rallento il ritmo, metto delle tonalità più dolci nella mia voce, accarezzo con i colori a dita la lavagna trasparente mentre lui getta colori violenti dalla parte opposta, entro in contatto con la sua parte ferita, mi appoggio sul mio vissuto interno per entrare in risonanza con lui. Divento il genitore che ascolta, che compatisce e che nutre l’affettività per lui prima che lui stesso non sia capace di nutrirla.
Ho dapprima rivisitato, per comprenderlo in profondità, le sue modalità di attaccamento: F. presenta una forma di attaccamento di tipo ansioso ambivalente che si distingue per un bisogno eccessivo di prendersi cura degli altri, posizione che ha adottato come bambino di una madre depressa e stressata. Il suo rapporto all’altro è ansioso, teme che il suo partner non l’ami veramente, diventa geloso ed assillato dalla relazione, fa fatica ad identificare i suoi bisogni, e cerca innanzitutto di soddisfare quelli degli altri. Non ha esperienza di sicurezza e contatta spesso la rabbia e la disperazione di non aver potuto contare sui suoi genitori mentre doveva prendere cura di essi per assicurare la sua sopravvivenza! Un padre violento che considerava l’altro come un oggetto, ed una madre poco protettiva, avendo poca stima di sè stessa, lasciandosi ingannare e schernire. È stata sottomessa molto ad un amore condizionale. Dipende dallo sguardo dei suoi genitori, ha trascorso molto tempo ad adattarsi alle loro esigenze reali o supposte. Non ha potuto fare l’esperienza di essere semplicemente un bambino.
Quando ho dimenticato di avvertirlo della ripresa delle sedute di arteterapia, ha vissuto  l’abbandono, sono diventata il genitore contumace che l’aveva dimenticato. Abbiamo lavorato sul suo sentimento di insicurezza e sulla rabbia che ne conseguiva. Ciò che è stato riparatore per lui è che, sebbene sia stato toccata, non sono stata distrutta dalla sua rabbia, non ho esercitato nessuna “rappresaglia” ed il nostro legame non si è rotto. Ha bisogno di sperimentare un relazione sicura. La mia presenza e la mia attenzione sono benevole ma non compiacenti. Il lavoro artistico lo aiuta, mediante la nostra relazione, a comprendere ed a sperimentare ciò che è una relazione di intimità, questa intimità che vorrebbe e che, allo stesso tempo, è insopportabile perché nella sua esperienza ha provato che l’altro può essere pericoloso. Disegnare fornisce il supporto alla simbolizzazione, dopo si può parlare: – e se si disegnasse la tua rabbia? -. Sono anche il genitore felice, gli partecipo la mia gioia di vedere che supera certe tappe.
La relazione terapeutica permette di accedere a questo spazio di transizione dove possiamo restare insieme, con calma, per permettergli di interiorizzare esperienze di momenti tranquilli. Si guarda con lui l’impronta particolare dalla nostra relazione. Impara a tranquillizzarsi ad entrare in contatto con qualcuno. La capacità di essere solo si costituisce in modo paradossale, poiché è l’esperienza di essere solo in presenza di qualcun altro.

Contenimento e regolazione emozionale 

Nella sua coppia, la relazione di F. con la compagna è molto conflittuale. Proietta su di lei violenza e collera. Si mette in posizione di superiorità e non può rischiare di mostrarsi vulnerabile. Faccio l’ipotesi che rappresenta questa parte di sè stesso che parla del proprio deprezzamento, dove è senza difesa, sguarnito, che è obbligato a proiettare perché non lo sopporta. La violenza di oggi fa da contrappeso alla sua paura ed alla sua disperazione di bambino. Serve che lui ricontatti questa paura e questa disperazione per far abbassare la violenza. Uno dei miei obiettivi è che possa  riappropriarsi di questa parte sfaldata e prenderne cura, per ridivenire più intero e reinnalzare la quota di autostima in modo significativo. C’è molta intensità nelle sue reazioni, e non ancora di regolazione emozionale. Ha bisogno di essere contenuto.   

Fare muovere la funzione personalità 

Dopo un’ennesima disputa, F. arriva al laboratorio, sconvolto. La sua sofferenza è molto più grande di quelle volte in cui dice di vedersi cattivo, dice essere quello che fa soffrire l’altro: quando me lo dice, molto soddisfatta dentro di me del passo avanti fatto per avr rinunciato stavolta alla proiezione, rispondo: potrei vederti cattivo, infatti certe azioni che fai fanno del male a qualcuno… ed allo stesso tempo, ci sono molti luoghi dove non lo sei, sono colpita dalla tua sofferenza nascosta sotto la collera, vorrei vedere se sei solo cattivo. Gli chiedo di darmi degli esempi… : – “Quando diventi così violento, che cosa attiva la tua compagna? e che cosa fai che chiami cattivo?”
Porto F. a guardare le cose in un altro modo. Introduco il mio sguardo dicendogli ciò che vedo di lui, senza provare a convincerlo, allargo lo spazio giustapponendo la mia rappresentazione alla sua, affinché abbia un’immagine più completa che farà evolvere la sua funzione personalità. Non si tratta di convincerlo, né di attaccare le sue difese, perche creerebbe delle resistenze, ma di creare alleanza con lui. Questo tipo di lavoro permette progressivamente di scollare le etichette negative.
Mette in opera delle proiezioni che intrattengono la sua funzione personalità. Proietta che l’altro è cattivo, che l’ambiente naturale non è accogliente o spesso che è lui il cattivo. Per restare in un adeguamento conservante manipola gli altri per sentirsi cattivo. Quando si ha questo tipo di credenza ci si può battere o schiacciarsi, ha scelto di battersi. La sua marca identitaria è quella di guerriero, fa come se fosse stato sempre in un universo di maltrattamenti. Fa fatica a mostrare le sue parti dolci e femminili e tuttavia la sua capacità di essere dolce esiste. Per allargare la sua funzione personalità si lavora molto sulle nostre rappresentazioni rispettive del maschile.
Quando tento di esplorare tutto ciò che gli è mancato, il rischio di svegliare la mancanza è forte. Quando un paziente comincia a ricevere del buono contatta tutto ciò che gli è mancato allo stesso tempo. È un’esperienza complessa e apre una faglia sulla sofferenza. Qual è il pericolo che si corre nel prendere del buono? Diventare vulnerabile? Creare della dipendenza? Della mancanza? Se si fa l’ipotesi a partire dalle teorie di Melanie Klein, ciò potrebbe attivare la rabbia, l’invidia e dunque il clivaggio ovvero l’attuarsi di meccanismi di separazione. È piuttosto nella posizione schizo-paranoide, tutto il mio lavoro è orientato a favorire il passaggio alla posizione depressiva, dove potrà vedersi al tempo stesso buono e cattivo. Poco a poco impara a passare dalla rabbia all’aggressività sana, senza temere di distruggere l’altro o di essere distrutto. Anche se vede bene le sue parti negative, è sempre più in contatto con le sue parti sane, e arriva a vivere più positivamente il sè. 

Conclusione 

È importante avere fede di fronte a certi pazienti come F., ed altri a cui ho accennato, importante è portare per essi questa fede nel cambiamento e di sostenere la continuità del nostro legame e delle esperienze passate là dove essi non possono farlo. Le nostre vulnerabilità sono anche le nostre forze, solo perché ho attraversato già io tutte queste prove che posso accompagnare gli altri su questa strada. La posizione dell’arteterapeuta è di usare la sua “ferita” come “feritoia” direbbe Aldo Carotenuto. L’empatia nasce da questa capacità. Se molti potranno trovare pretenzioso usare una psicoterapia con soggetti violenti e narcisisti, di certo sarebbe auspicabile usare tale mezzo per prevenire lo sviluppo di personalità perverse.

 

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