Arte Terapia e Neuroscienze
Rivista di Arti Terapie e Neuroscienze / arte terapia e neuroscienze

L’arte terapia, insieme a ogni altra terapia creativo-artistica, è diventata nota come modalità per esprimere quanto non può essere incanalato dal linguaggio convenzionale. Occorre però rilevare che in ogni genere di linguaggio, o in ogni tipo di canale espressivo umano – parole, danza, teatro, disegno, pittura, ecc. – esistono due sistemi cognitivi: un sistema analitico, basato sul conoscere narrativo, e un sistema simbolico immaginativo, fondato su impressioni sensoriali ed emotive e su un “inconscio corporeo”. Ne consegue che l’arte non è soltanto uno strumento di espressione del Sé, né unicamente un mezzo di simbolizzazione e di sublimazione: essa rivela informazioni profonde mediante una particolare modalità cognitiva, provvista di componenti non-separate e di un’articolazione non-discorsiva.

I contenuti di questa modalità di pensiero sono le cosiddette rappresentazioni sinestesiche, gli “schemi di immagine”, gli “schemi emotivi”, i ricordi della memoria implicita e la “conoscenza incarnata” derivante dal sistema dei neuroni specchio. Questi contenuti equivalgono a sensori interni che registrano i mutamenti del contesto interiore e ambientale, offrendo inoltre espressione ai conflitti mentali e alle sofferenze psicologiche. L’efficacia terapeutica delle terapie espressive deriva dalla loro capacità di stimolare nel paziente la modalità cognitiva non-discorsiva, inducendo la capacità di lasciarsi condurre da questo particolare processo cognitivo. In questo modo il ricorso alle terapie espressive è motivato dalla sua capacità di aiutare le persone a risolvere problemi e conflitti profondi mediante rappresentazioni mentali di natura non-discorsiva, sensoriale e affettiva.

a) quale livello di quale specifico canale cognitivo agiscono le terapie espressive?

Il primo aspetto essenziale può essere introdotto citando una frase di Carl Gustav Jung. Questo autore, tra i primi a inserire nell’attività strettamente psicoterapeutica alcune metodiche di carattere artistico, in un suo scritto allude alla necessità, per il paziente, di fornire tramite tale genere di approcci un’espressione a sfuggenti e intensi vissuti interni. In generale, a seconda del medium artistico prescelto, tale espressione o “conformazione” del vissuto sarà prevalentemente di tipo plastico-scultoreo, figurativo, linguistico, ritmico-musicale, teatrale, motorio-gestuale. É però anche vero che in ciascuna di queste singole attività creative entrano parzialmente in gioco anche tutte le altre. Jung, in effetti, prescinde dal prevalente medium espressivo di volta in volta in causa, e in ciascuna rinviene un tratto ricorrente e comune: “[…] spesso accade che le mani sappiano svelare un segreto attorno a cui l’intelletto si affanna inutilmente”.

É qui dunque adombrato il primo aspetto cruciale. Si tratta infatti di comprendere quali canali cognitivi, o quali modalità di pensiero, entrino specificamente in gioco in qualunque tipo di terapia espressiva. Tali terapie infatti risultano efficaci in quanto agiscono – a prescindere dal medium prescelto – su particolari modalità cognitive, essenzialmente attive nel “fare” creativo. In altri termini, la peculiarità di tali terapie deriva dal promuovere nel paziente attività pratico-concrete, al tempo stesso motorie, sensoriali ed emotive, a loro volta corrispondenti a particolari processi di pensiero. Più esplicitamente, determinati vissuti di natura al tempo stesso motoria, sensoriale ed emotiva avrebbero di per sé le caratteristiche di un vero e proprio processo di pensiero.

Nel “fare” attivo, d’altronde, la persona – psicologicamente sana o malata – anche nella più semplice delle evenienze, per esempio quella in cui si limiti a riordinare una stanza, inconsapevolmente rende attivo un insieme di vissuti. Per l’esattezza, nel caso appunto in cui la persona semplicemente riordini una stanza, il “fare” creativo non risponde soltanto a un’intenzionalità razionale e cosciente. Esso simultaneamente attiva, nella persona stessa, un vissuto meno razionale, più inconscio e soprattutto di natura al tempo stesso motoria, sensoriale ed emotiva, corrispondente alla sensazione di poter “porre in ordine” il proprio mondo interno e i suoi contenuti.

In sostanza, grazie al “fare” e nel momento stesso del “fare”, la persona risveglia e sperimenta uno stato cognitivo provvisto di un’intensa connotazione corporeo-affettiva. Tale stato cognitivo consiste dunque nello sperimentare, a livello insieme motorio, sensoriale ed emotivo, un determinato contenuto psichico, il quale così entra nel campo di esperienza perché assume una “forma” interna tendenzialmente delimitata e stabile, una “presenza” dentro la mente. Tale forma o presenza è appunto tendenzialmente inconsapevole, preriflessiva e soprattutto di natura corporeo- affettiva, ma tuttavia susciterebbe già, in parte, consapevolezza e atti di coscienza, corrispondendo in pratica a uno stato particolare di coscienza e di cognizione. Si tratterebbe, peraltro, di una tra le modalità attraverso cui si compie il processo mentale cosiddetto di introiezione.

b) Quali sono i contenuti dello specifico canale cognitivo stimolato dalle terapie espressive?

Se il primo problema sollevato dalle terapie espressive è stabilire con esattezza quale sia la modalità di pensiero – o l’attività mentale – da esse specificamente stimolata, il secondo quesito riguarda quali siano gli esatti contenuti di tale area cognitiva, ovvero quale sia la configurazione dei suoi corrispondenti “pensieri”. Di nuovo, una frase di Jung può essere sfruttata a titolo introduttivo. Egli infatti, sia pure con assoluta genericità, scrive: “[…] il tema o gli eventi che formano il contenuto della rappresentazione artistica non sono più materia conosciuta; la loro essenza ci è estranea e sembra provenire da un remotissimo sfondo di epoche preumane o da sovraumani mondi di luce o di tenebre”.

Tali contenuti sono in realtà tutt’altro che inesplorabili. Precise indicazioni provengono ormai dall’enorme mole di studi derivante da ambiti osservativi che pur se tra di loro talvolta distanti sono sempre più spesso in reciproco dialogo. Tali ambiti sono soprattutto la psicologia cognitivista, le neuroscienze, la psicoanalisi, l’estetica e la filosofia.

c) Le terapie espressive sono il supporto e l’integrazione di altre metodiche terapeutiche o sono una metodica del tutto autonoma?

Il terzo problema è stabilire se questi particolari processi di pensiero, e i loro corrispondenti contenuti, qualora appropriatamente stimolati e guidati possano esercitare di per sé un effetto terapeutico, o se invece per svolgere un tale effetto richiedano un’ulteriore “traduzione” da parte del soggetto tramite le comuni modalità di pensiero logico-riflessive. Sempre in termini sfruttabili a titolo introduttivo, Jung nello scritto già citato avvalla la prima ipotesi. Questo d’altronde è ancora oggi il presupposto su cui si basa lo statuto di autonomia delle terapie espressive. Queste infatti non richiedono di essere integrate o “completate” da altre forme di terapia, perché rispetto a queste stimolano un diverso percorso cognitivo ed esperienziale, in grado di condurre in modo autonomo a esiti terapeutici. Scrive Jung: “Con la raffigurazione infatti il sogno [più in generale, il vissuto motorio-sensoriale-emotivo] continua a essere sognato [introiettato] – e in maniera più esauriente – in stato di veglia, e l’elemento casuale inizialmente inafferrabile, isolato, viene integrato nella sfera della personalità totale, anche se inizialmente il soggetto non ne è cosciente”.

Dunque la peculiarità assoluta delle terapie espressive è stimolare in maniera attenta e mirata soltanto o prevalentemente un tipo specifico di modalità cognitive, attivabili come si è detto attraverso il “fare” creativo-espressivo. Ne deriva un percorso diagnostico e terapeutico che non ha uguali in altre forme di terapia, e che possiede quindi uno statuto completamente autonomo.

É tuttavia ovvio che le specifiche modalità cognitive stimolate dalle terapie espressive possono essere spesso oggetto di stimolazione anche nel corso di altre forme di terapia, quali ad esempio la psicoanalisi classica o una comune prassi riabilitativa di tipo cognitivo-comportamentale. Ed è altrettanto evidente che le terapie espressive, a loro volta, utilizzano abitualmente – a seconda degli indirizzi – teorie e tecniche appartenenti a metodiche terapeutiche di altro tipo. Nonostante ciò, la specifica autonomia delle terapie espressive resta saldamente fondata sull’elettiva attenzione rivolta al “fare” e ai processi cognitivi da questo implicati, secondo modi e intensità – ovvero secondo un setting e un insieme di tecniche – che non si riscontrano in nessun’altra metodica terapeutica.

 

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