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Architettura virtuale

La pagina di Facebook ormai ce l’hanno tutti ma quanti si rendono realmente conto di cosa sia veramente e di quali siano le potenzialità effettive del mezzo?
Siamo certi della direzione verso la quale ci stiamo dirigendo?

Da subito la mia percezione è stata che i social network si stessero imponendo troppo rapidamente.

Prima che mi accorgessi di cosa fossero concretamente e a cosa servissero non se ne poteva già più fare a meno ma ho cercato di mantenere, comunque, un occhio vigile sulle dinamiche incomprensibili di questo nuovo modo di mettersi in contatto col resto del mondo e iniziavo a sperimentare la moltitudine di apparati e strumenti che l’interfaccia online mi metteva a disposizione: album di fotografie, telefono, bacheca, quotidiano, ecc.

Man mano che i social network diventavano imprescindibili per qualunque attività da svolgersi o aspetto esistenziale, cominciavo a percepirne la potenza, nel bene e nel male.

Non si può certo negare che Facebook, ad esempio, facilita l’organizzazione del lavoro di gruppo universitario; uscire il sabato sera diventa più pratico grazie alla bacheca che permette di ascoltare le voci di tutti in tempo reale ed è anche vero che per fare gli auguri ad amici non serve più spendere soldi per inviare un sms dal cellulare.  

Mi rendevo conto, in aggiunta, che oltre a essere uno strumento utile di comunicazione, confronto e propaganda, i social network si prestano anche ai giochi e ai desideri di chi ne voglia farne un uso illegittimo o improprio. Queste realtà dai confini impercettibili sembravano poter promettere una dimensione a misura di qualunque immaginario.

Perciò, nel 2009, ho pensato che fosse fondamentale dedicare parte del mio tempo a uno studio approfondito dei social network perché non ritenevo più corretto fare un uso costante di questi strumenti senza sapere esattamente di cosa si trattasse e a cosa andassi davvero incontro.

La sensazione di non essere veramente padrona di ciò che stavo facendo mi sembrava inaccettabile e così ho iniziato a chiedermi a quali discipline si potesse ricondurre questo argomento e in che modo la mia formazione scenografica e musicale potesse conferirmi degli strumenti di studio ai fini della comprensione del fenomeno.

In poco tempo mi sono resa conto che i social network erano già così radicati nell’esistenza di qualunque individuo che ogni materia o disciplina né subiva, più o meno consapevolmente, un influenza radicale fino, addirittura, a caratterizzarla.

Così, non mi restava altro che partire dall’antropologia in modo da andare alla base della questione e cercare di comprendere il fenomeno a partire dall’incontro originario tra uomo e mezzo. Giunta all’elaborazione di un pensiero di base ho approfondito l’argomento dal punto di vista dello spazio architettonico.

Ricordo quando mio padre mi raccontava della sua infanzia: circa a metà degli anni sessanta, quando il gallo cantava era ora di alzarsi dal letto, prepararsi in fretta senza litigare per il bagno e correre a sbrigare le mansioni per la famiglia prima di andare a scuola. Un elastico giallo, largo circa due centimetri e dello spessore di due millimetri, teneva stretti i libri fra di loro e una sportina in paglia conteneva, infine, lo spuntino di mezza mattinata.

Le maestre a scuola erano autorevoli e autoritarie. Nessuno fiatava e a mali estremi: ceci sotto le ginocchia, sberle e insulti. Poi, per l’ora di pranzo tutti a casa e fatti i compiti i bambini potevano uscire per strada a giocare. Qualcuno aveva la tv ma era cosa rara. Roba da ricchi. Gli altri cercavano di guardarla da dietro le finestre dei loro amichetti fortunati.

La vita di quei ragazzini è simile a quella rappresentata nei telefilm in bianco e nero e che ogni tanto le reti televisive o il web ci propinano teneramente: icone di un tempo in continuo cambiamento.

Via via la televisione, come mezzo di comunicazione, si diffondeva nelle case e per quei bambini, ormai adolescenti, non era più una novità: “Il mezzo abituava ad accettare passivamente la rappresentazione della realtà che si proponeva come realtà, mentre i suoi personaggi diventavano più familiari dei componenti della famiglia. Proprio le qualità sintetiche del mezzo, così profondamente incisivo sulle strutture cerebrali e sociali, con le sue strutture produttive tanto concentrate gerarchiche, hanno garantito la straordinaria efficacia della televisione nella trasmissione di ideologie, culture, interpretazioni, stati d’animo generali, agende pubbliche”.[1]

Nascono così generazioni educate interamente dalla televisione, la quale, entrando direttamente nelle case della gente, stabilisce con lo spettatore un rapporto diretto e senza possibilità di replica. La televisione è dunque, un’interfaccia mediatica di sola emissione che, per sua natura, non permette agli spettatori di interagire con essa e per questo offre un livello di comunicazione monodirezionale del tutto autorevole in grado, persino, di sostituire le mansioni di una babysitter, una badante, amici, coniuge e addirittura i genitori. Il conduttore di turno rappresenta quasi un ideale di fidanzato/compagno/marito, la valletta è l’amica della porta accanto, i concorrenti del gioco a quiz a loro volta saranno i migliori amici o i condomini ideali, fratelli e cugini e per finire i personaggi del telefilm del pomeriggio i miti dei ragazzini o ciò che vorrebbero essere.

In questa maniera il microcosmo che la televisione ci porta in casa diventa il modello per eccellenza che plasma l’intera società e impone modi comportamentali, relazionali, educativi, vestiari, culinari, estetici, ecc.

Questa capacità che la televisione ha di governare le menti indebolisce l’efficacia del confronto e dei rapporti direttamente proporzionali tra esseri umani – genitore/figlio, moglie/marito, vicinato amici o familiari – confinando anche i movimenti e gli spostamenti, che prima erano fondamentali per avere uno scambio esperienziale tra individui, a un “contenitore-casa” che è la propria abitazione.

Se pensiamo che fino a prima che la televisione giungesse fino a noi le notizie ci venivano raccontate verbalmente mentre oggi, grazie a questo potente mezzo assistiamo quasi direttamente a ciò che accade per mezzo della restituzione visiva degli eventi stessi, dovremmo forse accorgerci di come la crescita degli individui e i sistemi di comunicazione siano mutati.

La rivoluzione dei mass media, infatti, sta avvenendo prevalentemente attraverso la tecnologia, la quale, vivendo di un’autonomia propria, non richiede al fruitore la capacità di ragionamento o di elaborazione di un pensiero ma, al contrario, contribuisce a un indebolimento delle capacità logico-razionali o più semplicemente alimenta un’incapacità di generare idee.

È a questo punto che ad esasperare gli effetti della televisione, dopo i telefonini cellulari, entra in gioco internet che fornisce un vero e proprio universo “neutrale” favorendo l’aggregazione di soggetti sempre più in difficoltà esistenziale, i quali, risucchiati dai meccanismi virtuali si aprono vorticosamente ad attività degradanti: vizi privati (pedofilia, prostituzione, stalking, ecc.) e disagi pubblici (terrorismo, vandalismo, persecuzioni) come non si era mai visto prima e più aumenta la “Liquidità”[2] fra gli individui, più queste dinamiche si accentuano e i pericoli si moltiplicano.

Si scandisce dunque, sempre più, un’epoca dai codici non più chiari ma che si intersecano tra di loro, si sovrappongono, cooperano in un unico linguaggio, decodificando nuove forme espressive alle quali approcciare: il linguaggio degli SMS e il suo codice, “la dattilografia moderna” delle mail, la letteratura on-line dei blogger, le città virtuali e gli avatar ad esempio.

Si tratta di un universo in evoluzione che tuttavia può confondere l’immaginario di vita comune, a causa del pericolo di subalternità fra mondo virtuale e mondo reale, qualora non se ne percepissero i confini.

“Non bisogna temere che questi scenari possano fare ombra nella realtà”[3].

A questo proposito, grazie alla “scienza delle reti[4]” (che si occupa di comprendere le proprietà delle aggregazioni sociali e le modalità comuni con cui le stesse si trasformano, attraverso la stipulazione di strumenti concettuali come quelli di “Rete” e di “connessione”, che per mezzo di un sistema matematico/grafico, consente a sua volta, un’analisi della complessa struttura delle relazioni) e alla “cyberpsicologia[5]” (che studia i processi di identità sociale e i processi di interazione), possiamo comprendere come e perché i nostri meccanismi di comunicazione considerati tradizionali sono contaminati dal crescente utilizzo di Internet e in particolare dei Social Network.

“L’uomo vive in un universo puramente fisico bensì in un universo simbolico. Lingua, mito, arte e religione sono i veri fili che compongono il tessuto simbolico”[6].

Dunque, come ci ricorda Giovanni Sartori, la definizione “Animal Symbolicum” comprende tutte le forme della vita culturale dell’uomo ma non è tutto perché di pari passo con il linguaggio simbolico si sviluppa il linguaggio del sentimento, per il quale l’uomo come animale si distingue da qualunque altro essere vivente. La capacità dell’uomo di comunicare, pensare, conoscere ed emozionarsi, gli permette di avere in mano le redini del proprio pensiero e del proprio fare, attraverso un unico comune denominatore: il linguaggio, il quale a sua volta lo riconduce alla sua natura prima di animale simbolico. La storia ci insegna che fino all’invenzione della stampa (Gutemberg 1400), il livello di comunicazione si manteneva solo su un piano orale. Si dovette aspettare la metà del settecento per ingranare con la riproduzione a stampa e la pedagogica diffusione della scrittura.

Nell’ottocento seguirono una serie di innovazioni tecnologiche, prime fra queste il telegrafo, poi il telefono e la radio; tutti strumenti in grado di creare una comunicazione diretta, accorciare le distanze e mantenere attiva la comunicazione linguistica.

A segnare un’era, dopo l’avvento della stampa, fu la televisione a metà novecento, la quale ribalta completamente i piani di comunicazione facendo prevalere la funzione dell’immagine rispetto alla voce parlante la quale per la prima volta slitta in secondo piano. Mentre la capacità simbolica allontanava l’Homo Sapiens dall’animale, questo stravolgimento di codici riconduce l’uomo alle sue capacità ancestrali[7].

La diffusione della telefonia mobile, dei computer portatili e della rete internet oggi, ha reso più pratico ed efficiente il livello di interazione fra la gente sia in ambito lavorativo che in ambiti più comuni dell’esistenza sociale (famiglia, amicizia, relazioni sentimentali e non).

 Questo progresso contribuisce però a stravolgere esponenzialmente la capacità simbolica dell’uomo. A questo proposito ci si domanda se tale processo così apparentemente lontano dalla natura dell’uomo, possa contribuire all’avanzamento della specie o no e se creando una proporzione comunicativa UOMO-IMMAGINE come linguaggio, l’essere umano possa elaborare ugualmente quell’aspetto sentimentale che lo contraddistingue dall’essere animale.

La possibilità di avere sempre con se strumenti multimediali, come quelli appena citati, ha portato in oltre ad una velocizzazione delle proprie attività che a sua volta ha generato ambizioni volte ad un bisogno di accorciare le distanze di comunicazione sempre più forte. Tale realtà induce ad interrogarsi sui luoghi e sugli spazi di questa nuova proporzione comunicativa. Ovvero si può parlare di spazio o di luogo se un architetto da Milano è diretto a Roma e in treno lavora con autocad per consegnare il proprio lavoro dopo 12 ore, mentre lui sarà in capitale e il suo cliente a Parigi? E se si, di che spazio o luogo si tratta? Una metropoli aerea? Un’agorà intuitiva, uno spazio cerebrale con elementi inspiegabilmente pragmatici? Una fantasia? “Una Cattedrale”? un “Non Luogo”?

Se analizziamo quali sono le attività che gli utenti di internet sono portati a svolgere di fronte al monitor, ci accorgiamo che spendono la maggior parte del loro tempo sui social network.

Ma, prima di affermare se si può parlar di spazi virtuali, è necessario porsi alcune domande: perché siamo portati in maniera così esasperata ad utilizzare i social network? In che maniera soddisfano i bisogni dell’uomo? Infine, sono davvero utili o rappresentano solo una grande illusione per l’uomo?

Everett Rogers[8] spiega quali sono le fasi che l’essere umano attraversa sistematicamente per adottare un mezzo diverso da se e si declinano in:

– Fase della consapevolezza in cui gli individui iniziano a provare l’innovazione ma non sono ancora al corrente delle informazioni sufficienti all’esplorazione completa del mezzo;

– Fase dell’interesse in cui gli individui scoprono l’esistenza dell’innovazione e stimolati dal mezzo cercano di acquisire più informazioni possibili;

– Fase della valutazione in cui gli individui hanno elaborato un’esperienza maggiore in relazione al mezzo e sono in grado di avere un’idea più o meno precisa in merito allo stesso;

-Fase della sperimentazione in cui gli individui decidono di verificare l’utilità del mezzo direttamente sulla propria esperienza;

– Fase della adozione in cui gli individui scelgono consapevolmente il mezzo perché lo ritengono all’altezza delle proprie aspettative.

Va sottolineato che l’esperienza col nuovo mezzo non è uguale per tutti, ma si differenzia per grado di aspettativa, classe sociale, contesto culturale e in base ad una serie di caratteristiche come quelle appena citate, lo strumento acquisisce più o meno importanza per l’uomo.

Abraham Maslow[9], filosofo umanista esistenzialista fra i più riconosciuti della contemporaneità, ha direzionato i suoi studi verso la stipulazione e la classificazione dei bisogni dell’uomo (sia in termini quantitativi che qualificativi), che possono influenzare il sistema di approccio alla novità, secondo le proprie capacità di: apprendimento/intelligenza e compimento di auto/realizzazione che rappresenta il livello più alto di gratificazione e salute globale per un individuo.

I bisogni secondo il pensiero di Maslow sono organizzati secondo un ordine piramidale articolato in cinque livelli:

 

  • I bisogni fisiologici: sono i tipici bisogni di sopravvivenza (fame, sete, desiderio sessuale…);
  • I bisogni di sicurezza: i bisogni di appartenenza, stabilità, protezione e dipendenza;
  • I bisogni associativi: questa categoria di bisogni è fondamentalmente di natura sociale e rappresenta l’aspirazione di ognuno di noi a essere un elemento della comunità sociale apprezzato e benvoluto.
  • Il bisogno di stima: nessuno può vivere una vita a pieno se non ottiene riscontri e non è stimato dal proprio contesto, quantomeno percentualmente.
  • Il bisogno di autorealizzazione: si basa sulla coerenza tra desideri e verità, ovvero sulla pertinenza di ciò che si desidererebbe essere e ciò che si è per se e per gli altri.

Questa riflessione è stata confermata da una ricerca svolta a livello mondiale da Microsoft Digital Advertising Solutions[10], i quali a loro volta hanno studiato e analizzato i comportamenti e le motivazioni delle persone che utilizzano i social network.

I risultati evidenziano comportamenti d’uso molto diversi tra loro:

– da una parte troviamo gli utenti che utilizzano i social network come strumento espressivo, per esempio per condividere con gli amici i momenti salienti della propria vita: il matrimonio, la laurea, il compleanno o il primo anno di vita del proprio bambino;

– dall’altro lato vi sono persone che utilizzano i social network come strumento professionale a scopo promozionale e persuasivo.

– al centro ci sono coloro che utilizzano il mezzo per organizzare la propria vita relazionale.

Non a caso la capacità di offrire opportunità diverse contemporaneamente è la forza dei social network, attraverso questi strumenti l’utente può scegliere se sviluppare la propria identità e/o comprendere quella dell’altro; allo stesso tempo può creare sostegno oppure offrirlo.

Non solo, ma i social network possono accompagnare il fruitore in un percorso che potrebbe dirsi quasi “di sviluppo della propria persona”, se lo si volesse, dal momento in cui: se inizialmente viene fatto un uso dei social network per restar legati ai propri amici, in un secondo momento per creare nuove amicizie, poi per instaurare rapporti professionali e infine per esprimersi e realizzare le proprie aspirazioni.

Ma in che modo questa teoria può trovare applicazione concreta nella relazione Uomo-Internet e più nello specifico Uomo-Social network?

Fra le due proporzioni prese in considerazione possiamo sperimentare la formula secondo la stessa modalità?

Per rispondere alla prima domanda sono state collocate una serie di applicazioni in soccorso a quelli che sono i bisogni secondo Maslow:


  • Ricercare informazioni e comunicare (grazie a motori di ricerca e servizi mail) è infatti il primo e basilare uso che si fa della rete.

  • Soddisfatte queste prime necessità e diventando un po’ più esperti del web, si intuisce subito l’importanza di proteggere il computer e i dati personali con antivirus e firewall.

  • La natura (dell’uomo) di animali sociali si fa poi sentire: ecco allora il costante (e a volte eccessivo) ricorso ai social network per rimanere sempre in contatto con amici e conoscere persone nuove.

  • Vi è poi la necessità di far sentire la propria voce attraverso blog e pagine personali per assicurarsi di essere seguiti, osservati e apprezzati dal popolo del web.

  • Ultima tappa: lasciare una firma, una traccia sulla rete come forma di auto-realizzazione partecipando ad attività collaborative, per essere ricordati e apprezzati in futuro.

 Per rispondere alla seconda domanda è stata ipotizzata una piramide, questa volta secondo la relazione: uomo-social network:

• Creare gruppi e pagine fan

• Creare post, condividere link, foto e video;

• Membro di gruppi e fan di pagine;

• Privacy;

• Richiesta d’amicizia, messaggi privati e chat.

 

Per rispondere alla terza domanda. È stato applicato lo stesso metodo nella stessa maniera ad entrambe le proporzioni:

• uomo/internet: macrocosmo;

• uomo/social network: microcosmo;

stando a questo esperimento, si potrebbe affermare che vista la teoria dei bisogni di Marlow, pensata in origine per i bisogni della quotidianità tentacolare dell’uomo, dal momento in cui sembra poter essere automaticamente riconducibile alla vita del web, l’uomo può realizzarsi e soddisfare i propri bisogni sia nella vita materiale che in quella on-line in egual misura.

È quindi vero che l’attrazione per i social network è legata alle innumerevoli opportunità che offrono agli utenti, ma non è tutto; una serie di ricerche recenti condotte dagli psicologi dello IULM e della Cattolica[11], hanno dimostrato come i social network sono in grado di produrre delle “esperienze ottimali” definite di “flusso” – Flow, in grado di offrire una sorta di “ricompensa intrinseca” agli utenti.

Come sostenuto anche da Dan Pink[12], la capacità di un’esperienza di essere gratificante, indipendentemente dal motivo per cui viene fatta, è la forma di motivazione più efficace: la gioia del compito diventa la principale ricompensa che spinge il soggetto a ripeterla.

In questo senso è possibile considerare i social network come uno spazio sociale ibrido –Interrealtà –[13] che permette di far entrare il mondo virtuale in quella che da tempo è già la nostra vita reale e viceversa, offrendo a tutti la possibilità di usufruire di uno strumento potentissimo.

È proprio grazie all’interrealtà che possiamo sfruttare i social network sia come strumento di supporto della nostra identità sociale (descrizione e definizione), sia come strumento di analisi dell’identità sociale di altri (esplorazione e confronto).

Il Social Network è uno spazio?

Dall’esperienza di Facemach, Mark Zuckerberg, carpì un profondo narcisismo e una forte esigenza di apparire e mettere in mostra se stessi.

In Facebook infatti, il presupposto di base è avere la possibilità di mettersi in contatto fra persone che si sono perse di vista ma non è da meno lasciarsi attrarre da giochi, video, quiz, foto, “indovina e vinci”, ecc, che se pur possono apparire aspetti frivoli e superficiali, invece offrono la possibilità a tutte le tipologie di individuo (fragili, forti, deboli, egocentrici, timidi, esuberanti ecc) di poter esprimere il proprio pensiero, parere, stato d’animo, gusto o opinione. Insomma ad ognuno o consentito di ”imporsi” per ciò che è o vorrebbe essere.

Perché quanto appena citato possa manifestarsi realmente c’è bisogno almeno di un’ “Area” e per questo sono stati concepiti due “Spazi” per l’appunto: Diario e Home.

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