La società e il Folle (estratto dal Manuale di Arti Terapie)
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La società e il Folle (estratto dal Manuale di Arti Terapie)

folliaCi proponiamo di mettere a fuoco i concetti, vigenti nel contesto sociale attuale, di normalità, quello di malattia mentale e ancora quello di pericolosità, determinanti per la “collocazione” sociale del deviato, che è di grande importanza per alcuni aspetti del male. Inoltre, ci proponiamo di esaminare attentamente l’istituzione psichiatrica, nata da un lato come pura struttura di assistenza, dall’altro come risposta alle richieste della società, la quale, oltre a volere che questi malati siano curati e assistiti, prevede che le leggi provvedano a difenderla da essa e a risparmiarle il gravoso compito di occuparsene direttamente accogliendoli come parte integrante di se stessa.

Con l’avvento di Connolly il concetto di “diversità” del malato di mente cambiò. Il folle infatti era diverso perché malato, perché cioè ad un certo punto della sua vita era successo qualcosa nella sua mente che lo spingeva a pensare e a comportarsi in maniera diversa dalle altre persone. Allora si poteva provare per lui non vergogna, più pietà, ma la stessa paura. Col trascorrere degli anni la scienza cercava sempre nuove soluzioni terapeutiche per questi malati, e la società si evolveva istruendoli maggiormente. Ma proprio per questo essa diventava più colpevole, in quanto, pretendendo che i propri componenti colpiti da turbe psichiche fossero curati, non voleva assumersi la responsabilità di collaborare alla loro guarigione. A questo punto può citarsi anche il discorso delle strutture politiche che recano in sé la grave colpa di non aver sufficientemente contribuito a sensibilizzare e responsabilizzare le masse. E questo, se vogliamo, è accaduto in ogni epoca storica. Inoltre abbiamo assistito ad un progressivo accentuarsi dell’individualismo nell’uomo negli ultimi decenni, legato soprattutto al progresso tecnologico che lo ha attratto  fortemente e gli ha richiesto una maggiore partecipazione, sino al punto di costringerlo ad isolarsi per produrre di più; a trascurare i rapporti interpersonali per avere il tempo di sfruttare meglio il progresso e procacciarsi il benessere. Egli ha così sottovalutato i valori dello spirito e ve ne ha sostituiti altri più concreti, nella speranza di sentirsi maggiormente realizzato. Questo sforzo continuo richiede necessariamente una ricompensa adeguata. Egli cerca così il successo a qualunque costo, anche se ciò significa rivaleggiare brutalmente con gli altri o, anche peggio, schiacciarli. Ognuno allora, anziché avvertire la presenza e l’aiuto dell’altro, vede in lui un rivale, o addirittura un nemico. Ciò lo spinge ad assumere sempre un atteggiamento di difesa. In questa lotta assistiamo alla eliminazione dei più deboli, o in genere di coloro che non riescono più a tenere il passo con gli altri nella corsa della vita. I malati di mente sono per lo più dei “falliti”, non dei “poveri”. Le più moderne ed estremiste correnti a questo punto dicono che la devianza comportamentale è frutto dei mali della società e che ciò è dimostrato dal fatto che in questi ultimi anni le malattie mentali sono in netto incremento. Ciò però può essere dovuto anche al fatto che il sentimento di vergogna e quello di paura dei familiari o delle altre persone vicine al malato sono stati in parte sostituiti dalla fiducia nei progressi della scienza e dalla speranza che il proprio caro possa ottenere la guarigione e il reinserimento nella società (da cui il maggior afflusso di “anormali” negli ospedali psichiatrici). Il concetto di normalità è un concetto molto relativo, in quanto varia con l’evoluzione della cultura, del pensiero e quindi del comportamento della società. Questa in genere stabilisce dei canoni solo ottemperando ai quali è possibile una pacifica convivenza. Il mancato adeguamento a tali canoni, viene immediatamente definito anormale, prescindendo completamente dai motivi contingenti, di ordine costituzionale o ambientale, che hanno portato ad esso. La società allora vuole che il soggetto tenti di rientrare entro i limiti della normalità e non accetta la soluzione di farlo vivere entro se stessa aiutandolo ad adattarsi nel miglior modo possibile. Infatti l’ennesima giustificazione prima del ricovero dice che il malato di mente, in quanto tale, è pericoloso e di conseguenza si è autorizzati a rinchiuderlo in istituzioni che garantiscono la salvaguardia dei sani. È saturo a questo punto il processo, per cui i familiari e chi ne fa le veci sono indotti ad affidare il paziente alle cure dell’istituto assistenziale, confidando forse nella completa guarigione. Non appena il malato viene condotto in un istituto di cura, ospedale o clinica privata che sia, viene messo in moto un meccanismo che condurrà ben presto quest’ultimo al decadimento psichico o “nevrosi istituzionale”; questo succede nell’ospedale come in qualsiasi altra istituzione massificante che tiene in nessun conto le esigenze e i diritti del singolo individuo. Se poi vogliamo prendere in considerazione quei rari casi in cui individui pieni di buona volontà vorrebbero contribuire attivamente ai tentativi di riadattamento di questi soggetti nella società, dobbiamo fare i conti con la realtà attuale da cui emergono le notevoli carenze delle strutture assistenziali a monte delle quali sta un insufficiente impegno politico.

Per concludere, possiamo dire che il contesto sociale contribuisce oggi più frequentemente di una volta alla rinascita della devianza comportamentale. Ne sintetizziamo i perché:

  • La società, a causa del ritmo di vita basato su un continuo confronto tra forti e meno forti, determina più facilmente la sconfitta di questi ultimi.
  • Nonostante una riconosciuta maggiore consapevolezza dei bisogni dei più deboli, la società non è in grado (data la scarsa maturazione nel tempo del problema) e non vuole impegnarsi in questa direzione (visto che ciò richiede un maggiore impegno e quindi uno sforzo maggiore che è considerato necessario alla propria realizzazione e perciò da non sprecare).
  • La società affida costoro nelle mani di persone che utilizzano il proprio operato come strumento di gestione della vita altrui, favorendo così la nascita dell’istituzione psichiatrica e della sua “nevrosi”, nella speranza (forse illusione) che essa possa restituire il paziente alla vita “normale”.

(tratto dal Manuale di Arti Terapie a cura di Stefano Centonze)

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