Il trattamento delle patologie degenerative del Sistema Nervoso Centrale
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Il trattamento delle patologie degenerative del Sistema Nervoso Centrale

Atti delle Tavole Rotonde, Cliniche e Specialistiche, del VII Convegno Annuale sulle Arti Terapie del 5 e 6 Dicembre 2009
A Lecce, un convegno dedicato al trattamento delle patologie degenerative che interessano il sistema nervoso centrale: fin qui nulla di nuovo sotto il sole. La questione, tuttavia, è degna di nota se a promuovere e organizzare l’iniziativa è l’Istituto di Arti Terapie e Scienze Creative già da tempo attivo sul territorio di Lecce e provincia – si tratta, infatti, del settimo convegno che l’Istituto, con sede a Carmiano, organizza, coinvolgendo insigni studiosi ed esponenti di associazioni impegnate sul fronte del volontariato in ambito nazionale. Dov’è, sostanzialmente, la novità?

Nell’approccio scientifico che integra la medicina classica, accostandola ad un settore troppo poco conosciuto, soprattutto in Italia – basti pensare che le pubblicazioni in materia sono recenti e la vecchia guardia dei laureati in medicina nutre ancora non pochi sospetti sulle emergenti figure professionali –: si tratta delle Arti Terapie, ovvero di quelle discipline a cui afferiscono professionisti che si occupano, con impegno e rigore metodologico, del trattamento degli handicap relazionali ed espressivi che si innestano sulle patologie che intaccano la psiche e il sistema nervoso centrale: musicoterapia; danzaterapia; dramma-teatroterapia; arteterapia plastico-pittorica.
Della pregnanza che le Arti Terapie hanno sui processi degenerativi – quali, per esempio, l’Alzheimer e la Sclerosi multipla –, che cagionano la morte delle cellule celebrali, si è ampiamente dibattuto nell’ambito del Convegno svoltosi nei giorni 4-5-6 Dicembre 2009 e in Auditorium dal Conservatorio di Musica “Tito Schipa” di Lecce. Nel corso della manifestazione sono stati presentati ufficialmente due Master: uno di Primo Livello che il Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce ha ideato e promosso; l’altro, di Secondo Livello, proposto dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università del Salento. Entrambi in collaborazione con l’Istituto di Arti Terapie e Scienze Creative diretto da Stefano Centonze.
La ricognizione sul Terzo Settore ha introdotto i lavori di Sabato 5 Dicembre, coordinati da Antonio Montinaro, neurochirurgo, direttore dell’Unità Operativa in Neurochirurgia del Presidio Ospedaliero “V. Fazzi” di Lecce e da Gianpaolo Pierri, psichiatra, psicoterapeuta, direttore della cattedra di Psicoterapia dell’Università di Bari. È opportuno stabilire un legame fra volontariato e ricerca scientifica. Se tale legame già si evince dalla presenza di medici ed esperti di pedagogia, psicologia e neuroscienze all’interno delle associazioni che hanno aderito al Convegno, far seguire alla tavola rotonda dedicata al Terzo Settore la prima sessione medico-scientifica significa mandare un messaggio chiaro da parte dell’Istituto di Arti Terapie e Scienze Creative: nessuno spazio all’improvvisazione nel panorama del volontariato e nessuna barriera fra scienza e pubblica opinione. La ricerca procede anche attraverso la divulgazione dei risultati raggiunti e attraverso l’applicazione del pensiero scientifico alla società o, almeno, così dovrebbe avvenire, anche se, sovente, non è immediato il giovamento che si trae dall’evoluzione epistemica, perché il lavoro dell’uomo di scienza non coincide con l’interesse del politico di turno sul quale ricade la responsabilità del benessere comunitario.
L’intuizione risale al buon vecchio Platone, convinto sostenitore della necessità di attribuire il potere ai filosofi. Eppure, l’interazione fra scienza e società è ancora possibile, a giudicare dalle conclusioni emerse dalla sessione cui hanno partecipato psichiatri, psicologi, neurologi che studiano e praticano le Arti Terapie negli ambiti di cura e riabilitazione. Senza dubbio, vi sono patologie d’interesse neurologico e psichiatrico per il trattamento delle quali non si può prescindere dall’approccio medico, farmacologico e psicofarmacologico, tuttavia, l’approccio riabilitativo psico-sociale e psicoterapeutico – lo ricorda, nel suo intervento Niccolò Cattich – consente una tutela della persona che non è precipuamente un “essere” ammalato, bensì un “esserci” umano e presente a se stesso, finché la coscienza, i ricordi, i pensieri non sono obnubilati dalla malattia e, anche in questa circostanza, l’humanitas permane, consistendo quest’ultima in un sostrato inalienabile, come direbbe Aristotele.
Di là dalle considerazioni filosofiche, Giuseppa Pistorio, neurologa, psichiatra e psicoterapeuta catanese, nonché direttore didattico uscente dell’Istituto di Arti Terapie e Scienze Creative ha posto in luce la correlazione fra Arti Terapie e possibilità di mantenere più a lungo un contatto con le proprie emozioni da parte di individui affetti da malattie degenerative del sistema nervoso centrale.
«Se è d’obbligo chiarire che l’applicazione delle Arti Terapie nelle patologie degenerative che coinvolgono il sistema nervoso centrale non argina il processo di progressiva riduzione dei neuroni presenti nelle più diverse zone dell’encefalo – escludendo il sistema nervoso periferico, anche quando la degenerazione interessa la mielina la quale, comunemente, avvolge gli assoni –, recenti studi neurologici dimostrano che le Arti Terapie possono agire sulle risorse neuronali ancora presenti e, tuttavia, in stato di latenza. In breve, si tratta di un lavoro di potenziamento dei neuroni non ancora intaccati dal processo degenerativo. Un elemento terapeutico importante consiste nell’orientarsi verso il recupero della memoria emotiva, piuttosto che verso il recupero cognitivo, così che il paziente mantenga un contatto vivo con le proprie emozioni, con i ricordi del corpo». Giuseppa Pistorio è specialista in musicoterapia e tecniche psicodrammatiche di gruppo: il suo intervento è, dunque, suffragato da una vasta esperienza che la studiosa documenta con perizia. L’impressione che si percepisce osservando la platea è quella di una partecipe attenzione e, probabilmente, non poche immagini scorrono nella mente degli ascoltatori. Immagini di uomini e donne che una patologia quale la Demenza di Alzheimer condanna all’abbandono inesorabile del Sé e che, finché possono, si applicano con tutto il loro impegno alla percezione di ritmi e all’ascolto di melodie in grado di coadiuvare il mantenimento della postura e la fluidità dei movimenti. Il corpo percepisce, ricorda, ha un proprio linguaggio, ma quanta difficoltà, per noi, abituati al pragmatismo delle parole quotidiane, nel modulare l’attenzione su un livello differente! La fatica del vivere con chi soffre di una malattia degenerativa del sistema nervoso centrale risiede anche nell’accorgersi, da parte dei parenti dell’ammalato, dei segnali che indicano l’insorgere della patologia: «Non bisogna sottovalutare – ricorda, ancora, Giuseppa Pistorio – che la Demenza di Alzheimer, il Morbo di Parkinson, la Sclerosi a placche si manifestano con la loro sintomatologia nel momento in cui il numero dei neuroni distrutti ha superato quello che viene detto il “fattore di sicurezza”».
Di recente, è stata esplorata la possibilità di costituire gruppi di analisi il cui trattamento offre risultati interessanti sul piano clinico e della ricerca: «Le patologie di matrice organica – informa Simona Negro, psicologa, psicoterapeuta, docente di Psicologia dinamica presso l’Istituto di Arti Terapie  e Scienze Creative – possono essere trattate in setting di gruppo che realizzino una cornice spazio – temporale in grado di attivare pluralità di connessioni fra paziente e terapeuta, nonché fra i pazienti che partecipano al gruppo. Il contesto di gruppo chiama in causa il concetto di “mente estesa”, costituendosi come una rete che pone in discussione individui e generazioni. La clinica, pertanto, si costituisce quale applicazione dei moderni paradigmi che interessano le neuroscienze: ossia, complementarietà e complessività. Si pensi ai concetti di neuroni specchio e di plasticità psichica che aprono nuovi orizzonti di riflessione. In particolare, i neuroni specchio si attivano quando un individuo entra in relazione con altri e si è notato che, se i soggetti della relazione compiono le medesime azioni, anche in tempi differenti, l’attivazione dei neuroni specchio è immediata» I neuroni specchio – come scrivono Rizzolatti e Sinigaglia – potrebbero chiamarsi neuroni della “partecipazione” e della “condivisione”, purché nulla diventi automatismo: la condivisione è sempre un processo che richiede tempo e collaborazione.
Il Morbo di Parkinson è oggetto d’interpretazione psicoanalitica da parte di studiosi che hanno rilevato «una prevalenza di comorbidità psichiatrica nei malati parkinsoniani. Compare la depressione – rileva Paolo Catanzaro, psichiatra, psicoterapeuta, arteterapeuta APIART –, però, è difficile stabilire la fase in cui essa insorge. In altre parole, non è escluso che il paziente fosse già un soggetto depresso, benché non grave.
Quando un individuo apprende di essere affetto da una malattia, le risposte della psiche si diversificano secondo il fattore temperamento: vi è chi attua difese freudiane come la rimozione, il trincerarsi in se stesso, la regressione; chi, invece, intraprende la ricerca di un senso da attribuire alla propria esistenza e alla malattia: Ermes Carassiti, Benedetto Caporicci sono artisti che, per lungo tempo, hanno sfidato la malattia attraverso la creatività pittorica. I significati reconditi dei loro dipinti non possono esser decifrati, quasi si trattasse di un codice o di un papiro, poiché l’intrinseca ricchezza di ogni opera trascende l’analisi per parlare senza mediazioni all’uomo, capace di provare sofferenza, ma anche di gioire».
Si può migliorare la qualità della vita anche nel gorgo della sofferenza, come ha affermato Roberto Calamo Specchia e come ribadisce nel proprio intervento Niccolò Cattich, psichiatria e psicoterapeuta, docente della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia SAIGA di Torino, vice direttore didattico dell’Istituto di Arti Terapie e Scienze Creative. Cattich esamina, nel suo intervento, i fattori neuropsicologici che sono alla base della clinica della schizofrenia, soffermandosi sulla descrizione della Musicoterapia Recettiva Analitica: «Dall’analisi sonoro-musicale dei brani selezionati si procede a definire nella maniera più oggettiva possibile l’esperienza di ascolto, accostandosi, poi, alla definizione soggettiva che rimanda all’ascoltatore contenuti del Sé e aspetti delle proprie risorse creative. Ora, la tecnica musicoterapica prende le mosse dall’ascolto di brani musicali per offrire a utenti schizofrenici l’opportunità di vivere la dimensione di gruppo, superando le difese proprie del ritiro sociale che è indotto dalla sintomatologia di base.
Tale approccio può essere gestito attraverso un setting riabilitativo propriamente psicoterapeutico che si avvale dell’integrazione con altri linguaggi non verbali in cui è il movimento corporeo a essere stimolato». Senza dubbio, la musica è un farmaco complementare, dunque, le attese sono proporzionate alla strategia terapeutica, il cui beneficio consiste anche nel facilitare il richiamo di precedenti vissuti.
Giuseppe Fabiano, psicologo, psicoterapeuta, direttore del Centro Diurno del DSM di Anzio, in provincia di Roma, espone alcuni casi clinici in cui, accanto agli effetti di suggestione o di rilassamento derivanti dall’ascolto di brani musicali – selezionati anche fra quelli comunemente reperibili –, sono proposte immagini e stimoli verbali: «L’accompagnamento musicale favorisce la definizione delle immagini proposte, enfatizza gli elementi di dettaglio, sollecita vibrazioni emozionali in concomitanza con le particolari condizioni psicofisiche che si realizzano. Pertanto, una corretta associazione fra musica, parole e immagini può diventare strumento di alleanza terapeutica e ulteriore possibilità di accesso alla psiche».
Fra i numerosi vantaggi della musicoterapia, vi è l’idoneità dell’applicazione in qualunque fase della patologia degenerativa. Lo spiega Silvia Ragni, psicologa, psicoterapeuta, musicoterapeuta attiva a Roma: «Non esiste una fase della patologia non idonea alle applicazioni musicoterapiche. Fondamentale è, però, che si svolga un passaggio consapevole e metodologico di approccio modellato sulle esigenze che l’individuo, trovandosi in un determinato stadio della malattia, presenta. Io vi chiedo di uscire dagli stereotipi veicolati da un’informazione generica e superficiale: chi è affetto da Demenza di Alzheimer, anche se nell’immobilità, nell’inerzia dello stadio grave, è ancora trattabile con la musicoterapia che si definisce, in queste istanze, di accompagnamento.
Accompagnamento a cosa? Vi chiederete ed è inutile ricorrere a perifrasi: si può accompagnare una vita che finisce senza, tuttavia, defraudarla di amore e cure, perché, anche se è arduo accettarlo, la morte fa parte della vita». Silvia Ragni ha inteso proiettare una video-testimonianza raccolta da una moglie che ha accompagnato il marito nel percorso doloroso della malattia: dalle parole di questa donna traspaiono coraggio e dedizione che non ispirano pietà, bensì profondo rispetto e che suscitano interrogativi cui si preferirebbe non rispondere: io ne sarei capace? Sarei pronto a ricevere come un dono ogni istante che è possibile condividere con la persona che mi è cara e che si smarrisce nell’oblio?
È la foscoliana “corrispondenza d’amorosi sensi” necessaria in ogni istante e, purtroppo, non sempre attuabile, oltre l’interferenza della patologia, quasi un atto di funambolismo, per riprendere le parole della musicoterapista Carolina Carpentieri, anche lei impegnata a descrivere, nel suo intervento, gli effetti della musicoterapia sul paziente affetto da Demenza di Alzheimer, però, di grado moderato: «Le sedute di musicoterapia con i pazienti mantengono un’energia vitale che deve trasmettersi nel rapporto fra i soggetti – paziente e terapeuta – attraverso i suoni, il canto – anche senza il sostegno di canzoni conosciute – il movimento. La terapia è intesa come lavoro sulla pulsazione, esaltando quell’energia insita nella corporeità umana. Nonostante, il rallentamento cognitivo, motorio e il grave disordine emotivo che arrestano il ritmo vitale dell’individuo, grande importanza è data al corpo in tutte le espressioni ritmico-vocali, ritmico-gestuali e ritmico-sonore, sane o distorte che siano. La parte ritmica che interessa l’espressività dei soggetti affetti da Alzheimer si può identificare con l’equilibrista sulla fune che modula l’andatura bilanciando costantemente il corpo in equilibrio precario. Vi è una bellezza e una magia nell’atto di “ballare sulla corda”. Al musicoterapista il compito di percepirla e di proporla al paziente entrando in un rapporto empatico con lui».
Sarebbe un errore grossolano considerare indifferenti, nell’ambito della musicoterapia, di là dalla patologia, i setting di applicazione e l’età dei fruitori. Lo precisa Davide Pignatale, musicoterapeuta che ha conseguito la specializzazione a Bristol: «L’intervento musicale in ambito geriatrico e, quindi, con soggetti che hanno un’età di base di sessantacinque anni, deve tener conto di determinate caratteristiche che riguardano lo stato di salute fisico e mentale degli utenti, la storia personale, l’eventuale comorbilità delle patologie in corso, il grado e il livello d’istruzione, il contesto sociale. Ciò per garantire un’efficacia terapeutica all’intervento di musicoterapia che, al pari di qualsiasi altro intervento nell’ambito delle Arti Terapie e delle terapie di natura psico-sociale, è calibrato sui partecipanti. D’altronde, il Modello Operativo Aperto, messo a punto sulla base dell’esperienza clinica e della pratica in case protette, residenze sanitarie e centri di riabilitazione, evita l’irrigidirsi della prassi». La musicoterapia non è sottoposta alla legge di mercato, quella che conosciamo sotto il nome di “legge della domanda e dell’offerta”. Da quanto detto in precedenza, infatti, si potrebbe credere che la tipologia dell’intervento sia strettamente condizionata da età, contesto di appartenenza e setting: non è così, perché se questi fattori hanno la loro importanza, ampio spazio è lasciato alla creatività della persona che, dapprima, si sente impaurita, disorientata, ma è subito incoraggiata dall’atmosfera amicale e coinvolgente del laboratorio e indotta a sperimentarsi, ponendo in gioco stati d’animo, risorse, desideri.  
Cos’accade quando il paziente ha perso la capacità di verbalizzare i propri vissuti e le emozioni? Non è detto, in tali casi, che manchi un processo di elaborazione interiore, nonostante il venir meno delle parole, talvolta, così inadeguate a esprimere i moti dell’animo. Ci si ritrova dinanzi ai paradossi di Gorgia: nulla esiste; se qualcosa esiste, non è conoscibile; se qualcosa è conoscibile non è comunicabile. Con simili formulazioni, il Sofista vissuto prima di Cristo decreta il distacco fra parola – della quale riconosce la potenza ammaliatrice – e realtà: l’importante, in una disputa verbale, è trionfare sull’avversario. Nelle scienze umane – ossia, che riguardano l’uomo – l’importante è accostarsi al nucleo di sofferenza che vincola – nel senso latino del termine, ossia “tenere in vinculis” – la persona. «Il ricorso al linguaggio non verbale del disegno – esplicita, riferendosi agli studi condotti da Simonton negli anni Settanta del Novecento, Giuliana Nataloni, psichiatra, psicoterapeuta, musico- e arte- terapeuta – coadiuva l’espressione di immagini inconsce che rimandano a diagnosi e prognosi della malattia pur non conosciuta nell’ottica medica dai pazienti. Una donna di quarantasette anni, affetta da circa tredici da Sclerosi multipla e, negli ultimi tempi, da depressione, è stata trattata applicando, oltre alle cure mediche, un protocollo terapeutico comprendente metodi sia verbali – bisogna, però, tener presente che, accanto all’incapacità di mantenere la stazione eretta e di deambulare, anche il linguaggio della paziente risultava compromesso –, sia non verbali. In particolare, è stato utile l’impiego del disegno. La depressione, peraltro, sembra essere correlata alla patologia degenerativa della Sclerosi multipla, insieme con la tendenza a internalizzare le emozioni, anche quelle derivate de eventi stressanti che condizionerebbero in modo significativo le ricadute. Infine, i tratti di personalità che lo specialista rileva nell’esame del paziente affetto da Sclerosi multipla corrispondono a quelli della melanconia, derivata da ideali di vita inconsciamente sentiti come irraggiungibili, al punto che la frustrazione produce un vero e proprio attacco ai sistemi sensoriali e a quelli deputati all’azione efficace. Nel riacutizzarsi della patologia degenerativa dimora, simbolicamente, la frustrazione per il tentativo fallito di raggiungere quell’ideale di vita anelato e temuto».     
Si disegna anche con il corpo in movimento sul piano infinito: il corpo per chi soffre di Alzheimer, se guidato da un buon terapeuta, diviene astro pulsante nella calma surreale di un cielo che ha conosciuto la pioggia. Il corpo, nella danza, è, nel medesimo tempo, significante e significato, poiché rielabora echi di gesti ancestrali – archetipici, direbbe Jung – estranei alla memoria lucida e presente a se stessa. Si tratta della scoperta di un mondo sommerso che la danzaterapia riporta alla luce, trasmettendo agli osservatori l’impressione di assistere a un graduale abbandono della paura, perché chi si ammala ha paura e chi non si ammala recita, finge di non averne, senza voler comprendere che la paura è un sentimento consono alla nostra finitudine. Se m’inoltro in un bosco, in piena notte, posso canterellare o fischiettare un motivetto per non avvertire la solitudine o, posso chiudere gli occhi, e cominciare a danzare sì da scaldare le membra intorpidite e cominciare a ignorare il buio e, quando sopraggiungerà la stanchezza, mi abbraccerò a un albero per riposare, nella sicurezza di poter accennare altri passi di danza quando riprenderò fiato.«Le malattie degenerative del sistema nervoso centrale sono il buio; – sostiene Angelica Bruno, specialista in danzaterapia e attiva presso l’Istituto di Arti Terapie e Scienze Creative di Carmiano – la danzaterapia non ha la pretesa di riportare la luce, tuttavia, è stato dimostrato che essa potenzia i vari gruppi muscolari, riattivando la circolazione sanguigna e rallentando il processo d’irrigidimento corporeo. Il tono dell’umore migliora: il movimento aiuta a lenire l’ansia, aumenta la fiducia in se stessi e permette di superare, almeno in parte, momenti di solitudine e apatia. Nessuna costrizione, nessuna forzatura: gli utenti si accostano gradatamente al movimento, secondo i loro tempi e secondo le modalità di adattamento allo spazio circostante, che “abiteranno” nella misura in cui sapranno trovare un ritmo plausibile per se stessi».
L’esperto che conduce il laboratorio non ha fretta di raggiungere una meta: qui non si parla di un apprendimento che procede secondo passi rigorosi e scolasticamente determinati. Vi è, certamente, un rigore scientifico nell’applicazione della danzaterapia e vi sono scuole di pensiero e metodi differenti, però unanime è il consenso sulla necessità di rispettare i corpi in un iter espressivo che, a tutta prima, può sembrare goffo e impacciato, fino all’istante in cui la respirazione si fa meno affannosa e la coordinazione fra arti inferiori e superiori perde un po’ del suo artificio per ritornare natura.
“Natura” è un termine complesso, poliedrico dalle molteplici accezioni: basti pensare che la disputa sull’influsso di natura e cultura nell’ambito educativo non è ancora stata risolta. Rimane la difficoltà di intendersi sui vocaboli: cos’è “natura”? Cos’è “cultura”? Si possono confondere le due istanze, oppure esse procedono come rette parallele che s’incontrano all’infinito? Non è infrequente che i tecnici della pubblicità e del consumo adottino strategie comunicative di ogni sorta con l’intento di persuadere il potenziale acquirente della necessità di possedere un determinato prodotto: in tal modo, ciò che è artificiale, indotto, si presenta sotto mentite spoglie, quelle del naturale. Un nuovo e sofisticato telefono cellulare, un’automobile lussuosa, persino una bicicletta a motore che agevola la pedalata ed evita la fatica delle salite! È evidente che il progresso non si può né si deve arrestare: sarebbe sciocco voler tornare ai tempi della pietra e ognuno può scegliere se vivere come un personaggio di Brave New World o ritirarsi in campagna per allevare i propri figli lontano dalle tentazioni cittadine, come predica Rousseau nell’Emilio. Fra i due estremi, è legittimo osservare che la questione non riguarda i complessi marchingegni che sono immessi sul mercato, bensì l’uso che di essi s’intende promuovere: una serata a teatro? D’accordo, ma, durante lo spettacolo, il telefonino deve rimanere spento, altrimenti disturba la concentrazione degli attori e infastidisce il resto degli spettatori. «Il teatro è il tempio della creatività – asserisce Fausto Cino, docente di Espressione corporea e di Tecniche teatrali, regista e coordinatore del corso di formazione in Dramma Teatro Terapia a Carmiano – Sul palcoscenico, l’autore non è soltanto vincolato da un copione o dal plauso del pubblico, ma, anche e soprattutto, dal ruolo che interpreta, ruolo in cui egli riflette se stesso e le reazioni che avrebbe dinanzi a un evento lieto o triste, a un discorso che lo ferisce o lo gratifica, a uno schiaffo o a una carezza. È questo il presupposto della Dramma Teatro Terapia: interpretare se stessi e cercare di entrare in sintonia con il resto del gruppo, al punto da percepire le emozioni prima che esse siano verbalizzate». A parlare, ancora una volta, sono gli sguardi, gli angoli della bocca che si schiudono a un sorriso o s’incurvano per trattenere il pianto, il corpo el suo insieme. L’attenzione in una persona che soffre di demenza è labile, dunque, il compito della Dramma Teatro Terapia consiste nel ricollegare, anche solo per un’ora, i fili interrotti dalla malattia, nel tenere insieme le corde spezzate di un violino, affinché si possano ancora emettere suoni. Non pretendiamo sinfonie e armonia: lavoriamo per costruire un’identità che l’utente riconosca come propria, in quanto originata dalle soluzioni creative spotaneamente attuate per rispondere al punto interrogativo dell’intersoggettività.
L’intervento di Stefano Centonze, musicoterapista e direttore dell’Istitto di Arti Terapie e Scienze Creative di Carmiano, si riassume nelle immagini che scorrono sul video, nelle fotografie di uomini e donne che accennano un sorriso, un saluto, un gesto di pacifico consenso che mai si muta in passiva condiscendenza. Le Arti Terapie sono e rimarranno atto di volontà, nonostante la patologia: «Queste persone sono testimonianza di un’esperienza tuttora in corso con due gruppi di ospiti delle case protette Buon Pastore di Lecce e Residenza Solaria di Carmiano, – e nel dirlo, Stefano Centonze è visibilmente emozionato.
Di là dalla soddisfazione per la riuscita dei laboratori e del Convegno, vi è la gioia di aver realizzato un sogno, di essere entrato in contatto con altre vite che, implicitamente, chiedono ascolto – Non è mia abitudine diffondere inutili slogan, né dire che basta credere per spostare le montagne. L’impegno che io e i miei collaboratori abbiamo profuso non ha un’unità di misura e questo non lo affermo per presunzione: se vi guardate intorno, potete percepire soltanto la decima parte del lavoro che abbiamo svolto e del cammino percorso, soprattutto considerando i pregiudizi che ostacolano la diffusione delle Arti Terapie che – sembra opportuno ribadirlo – non sono sostitutive delle terapie mediche e psicologiche, bensì rappresentano un’integrazione della prassi clinica e psicoterapica: l’arte non guarisce, non cura, non insegna; l’arte è vita stessa nel suo scorrere e mezzo di comunicazione del profondo. Per questo motivo, giova all’esistenza di ognuno. A volte, manca il coraggio di essere artisti della propria esistenza: si preferiscono uniformità e omologazione, almeno finché malattia e morte non impongono un alt alla routine, allora, la domanda è una: dobbiamo attendere patimenti e sofferenze per guardarci dentro? Le Arti Terapie agiscono anche in contesti preventivi, per questo noi operiamo negli istituti scolastici, con i giovani e gli educatori». È il caso di dire che un’alternativa allo smarrimento c’è e si identifica con l’affermazione della propria identità. Lecito è anche smarrirsi, ma si auspica che lo smarrimento non diventi disagio, bensì momento per canalizzare le energie verso il sogno che si è deciso di realizzare.
Poi è arte. Il Convegno culmina nei laboratori condotti da Fausto Cino, Giuliana Nataloni, Christian Tappa, Angelica Bruno. I partecipanti – soprattutto, studenti universitari e giovani interessati alle Arti Terapie – si presentano in abbigliamento sportivo, come prescritto sul regolamento e provvisti di plaid dai colori più sgargianti. Qualcuno sorride imbarazzato; si ode un mormorio indistinto, ma la domanda è unanime: cosa ci attende? In realtà, sarebbe il caso di chiedere: voi cosa attendete? Certo, non basta qualche ora di laboratorio per scoprire le Arti Terapie, tuttavia, è sufficiente l’approccio per chiarire a se stessi se si tratta di un esperimento interessante o meno. L’imbarazzo proviene, forse, dalla ritrosia a porsi in gioco. Ognuno immagina che l’altro guardi, pronto a puntar l’indice contro gli errori, ma un dettaglio non è da sottovalutare: non esistono errori nelle Arti Terapie, soltanto, momenti creativi. Intingere le dita in un vasetto di colore; stendersi sul pavimento in cerca del proprio corpo; scoprire le modulazioni di una voce che, d’abitudine, si confonde con le altre. Cose da bambini? Recenti studi hanno dimostrato che infanzia e fanciullezza sono le età più difficili da percorrere. E il senso? Il senso non risiede negli oggetti, sul pavimento, nella voce di chi conduce i laboratori: il senso è una scommessa con noi stessi, un’infinita partita a scacchi in cui sono i giocatori stessi a muoversi sulla scacchiera. Pian piano, l’imbarazzo si scioglie come cera, lasciando il posto alla curiosità, all’interesse che si risveglia dal lungo sonno dell’ovvietà. Uno scherzo? In che pianeta siamo? Siamo qui, nel Meridione d’Italia, in questa terra povera e ricca insieme, solare e melanconica, baciata dal mare e sferzata alternativamente da tramontana e scirocco. Siamo qui. Nella terra di Salvatore Toma, Vittorio Pagano, Girolamo Comi, di Edoardo De Candia: il Salento ha ospitato un potenziale di creatività che lo accredita e lo rende pronto, di là da ogni diffidenza, a ospitare un Istituto di Arti Terapie e Scienze Creative. Non si tratta di uno scherzo, ma di quella che Platone chiamerebbe “seconda navigazione”: più di qualcuno, finalmente, è salito a bordo. C’è gente sul ponte che, con buona pace di chi rimane a terra, aspetta di veder levati gli ormeggi.

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