L’amore ai tempi della TAC
Rivista di Arti Terapie e Neuroscienze / l amore ai tempi della tac

APLASIA MIDOLLARE SIMPLEX. Questo è il nome della malattia che aveva Lucia, ragazza di 17anni. Una diagnosi che salta alla gola della mamma e che sembra dilaniarla, le mozza il fiato e la lingua “lo sapevo che prima o poi….”dice la madre:la diagnosi diventa una morte annunciata. Annamaria, 45anni, è una donna eternamente preoccupata. Il suo modo di amare era di preoccuparsi. Si era preoccupata, inutilmente, per i suoi genitori. Ora, e’ certa che non ci sarà’ via di uscita. A 20 anni perde il padre colpito da ictus, a 28 la madre morta per “una brutta malattia”.

Per fortuna a 30 si sposa con Alberto, ingegnere del genio civile, forte, protettivo. La loro vita di coppia e di carriera si svolge coi tempi di uno sviluppo graduale, ma consolidato. Alberto è spesso via per lavoro, così quando arriva Lucia, Annamaria se la coccola, ma ha sempre paura che le succeda qualcosa, per cui si preoccupa per ogni nonnulla e tende a coprirla troppo, a temere tutto, a tenerla in casa, lontana dalla gente. La figlia è l’unica cosa che ha al mondo, le sta addosso in maniera ossessiva. Ha ancora sensi di colpa per non essere riuscita a salvare i genitori e una brutta depressione,non diagnosticata, dunque non curata,ma “compensata”dalla serie di lavori che la occupano. In realtà ha paura di perderla. Inizia a sviluppare, senza volere, un delirio lucido in cui sospira dicendo: “Chissà cosa le succederà… un giorno o l’altro…”. Profezie che si auto-inverano (sindrome di Münchhausen). Così che Lucia vive tra i sospiri della madre e le direttive (per contrasto) del padre cui non rimane che cercare di rimediare, per far reagire Lucia, invogliandola a praticare sport forti. Ma la madre, di rimbalzo, si lascia scappare la frase “tu me la ucciderai, la bambina, con questi metodi” (!). Con una vita così protetta, Lucia non ha energie e forze per crescere in maniera sana e robusta, non può acquistare adeguate difese immunitarie. Annega nella sua depressione di bambina troppo protetta, ma anche isolata, su cui annega uno spicchio di luce: la speranza di eccellere. Lucia dunque cresce fra continue virate d’umore, bisticci e litigi a causa sua. Vorrebbe scomparire, così che i genitori smettano di litigare. Infine una notte sente dire al padre che se le cose fossero andate avanti così, se ne sarebbe andato via di casa. Queste le premesse anamnestiche.

Il quadro
Ora che la diagnosi era arrivata, la madre si diceva: “Lo sapevo, lo sapevo che le sarebbe successo qualcosa. Vedi che avevo ragione io, che la bimba era cagionevole e fragile”. E così, lungi dal vedere i sintomi della figlia come prodotto di proiezioni negative e infauste, nonché di aspettative distruttive (che tolgono il fiato e, qualche volta, la vita!) la madre la vede già morta, la figlia.
Vedendola già morta, non dando speranze di esito positivo alla figlia, mandava ancora più in depressione Lucia.Venni chiamata allora,per la sintomatologia depressiva della figlia.
Quando i genitori richiesero il mio intervento, capii che il ramo secco da tagliare erano prima di tutto l’angosciata previsione di morte della madre, le profezie che avrebbero abbassato ulteriormente le difese immunitarie della figlia.Per questo decisi di prendere in terapia il nucleo familiare,per cambiare i ruoli,le profezie,le proiezioni che a specchio sarebbero rimbalzate sull’esito,negato ,di una guarigione. Aria nuova, circolazione di idee, stimoli, allegria mentale, avrebbero ridefinito il ruolo stesso del cosiddetto corredo sintomatico. Era al finire degli anni 80. Per conto mio, da psicoanalista,ritenevo che ogni malattia fosse psico-somatica. Ma ritenevo che l’ambiente ,gli stress,il clima emotivo in cui viveva una persona fossero determinanti per una serie di comportamenti sintomatici,fra cui anche il cancro. Inoltre avevo già rilevato quanto il peso delle aspettative, e delle profezie negative, influenzasse il decorso delle malattie,non solo quelle cosiddette psichiatriche,anche di quelle organiche. Lo vedevo soprattutto nel rapporto madre-bambino. Alle troppo elevate ansie corrispondevano le febbri dei figli,in un corto-circuito pericoloso per entrambi. Forte di queste consapevolezze,iniziai un lavoro di motivazione nei confronti di Lucia.Volevo sconfiggere il male in toto, e se la malattia era un comportamento,bisognava che noi tutti ,curanti,cambiassimo modo di fare con la paziente. Basta con la passività flebile::importante dare obbiettivi realistici,traguardi da raggiungere. Data un’importante lettura del passato della famiglia di origine di Lucia,con la depressione della madre che era arrivata a colpire la mia paziente in piena infanzia,mi detti da fare per dare compiti(coping)sia a Lucia che alla famiglia.
Chiesi alla mia paziente di adottare strategie diverse del vivere per colpire il bersaglio: doveva guarire grazie ad una nuova contagiante capacità comunicativa. Lucia era timida,inibita:doveva imparare a relazionarsi,a guardare oltre sé stessa. Doveva diventare piu’capace di decidere ,di darsi da fare,più autonoma. . Le spiegai che un ambiente moralmente freddo e quindi debilitante inibisce il rilascio delle dopamine,ormoni della felicita’,aprendo le porte a qualsiasi patologia organica,oltre che psichica.. Sono strategie all’interno di una vita, fatta di equilibri affettivi, di obiettivi mancati, di strade sbarrate. Sta a noi decidere come decifrarli, cosa significano all’interno dell’eco-sistema familiare, quali “parole” vogliono dire e a chi (Marie Cardinal, Les mots pour le dire, Paris, 1972). Che cosa voleva”dire”Lucia con questo crittogramma dell’inconscio,con la sua leucemia ,al mondo?Voleva uscire dalla depressione,dalla sua solitudine di figlia unica,risolvere i problemi della coppia? Anche la nascita dell’idea della malattia ha una storia nelle famiglie. È come un’ombra che perseguita alcuni componenti familiari e “attacca”, poiché è neve senza sole. Iniziai a fare colloqui con Lucia, a patto che il gioco dei ruoli della famiglia e della famiglia dei curanti fosse cambiato. Ma soprattutto il ruolo delle aspettative! Delle profezie che si auto-inverano! Dissi inoltre che il ruolo di quella malattia era da leggere come opportunità per tutti di trovare nuove strade, nuovi equilibri, più funzionali ai singoli membri. La “malattia”come possibilità per tutti di guarire? Era scandaloso, ciò che dicevo! Ma, data la gravità della patologia e la fiducia che riponevano in me,Lucia e ei suoi genitori, iniziarono un lavoro terapeutico a tappe frequenti, seppur brevi. Ogni giorno un sorso di saggezza. Una sferzatina (lasciassero le loro paure, e trovassero il coraggio di pensare in positivo). Una sterzatina (il padre doveva fare il raccoglitore di notizie medicali, la figlia sapere bene la lezione di storia, la madre doveva trovare un posto di lavoro part-time, per non portare troppa preoccupazione in ospedale). Un aggiustamento di obbiettivo per tutti attraverso riunioni-lampo anche con il personale paramedico e medico, per fare il punto della situazione. La funzione e il significato di quel sintomo così estremo li avremmo trovati, strada facendo: migliorare se stessa, il rapporto con il mondo, risposare i genitori, portare armonia, tirar fuori l’aggressività e la creatività costruttiva di Lucia. Ella era stata come messa all’angolo, in una specie di definizione cenerentolesca della sua persona e della sua personalità. Guarire la madre dalla sue ansie,renderla piu’ autonoma dalla figlia,meno angosciata, rendere meno fragile il rapporto fra genitori, strutturare e potenziare la personalità della paziente in vista di orizzonti nuovi, concreti. Questo rappresentava il mio lavoro terapeutico! Che divisi con Roberto Perotti, perché egli contenesse i genitori e la sottoscritta fosse pronta a dar energia e fiducia a Lucia. Bel lavoro di squadra! Avrebbe alzato le difese immunitarie di Lucia, avrebbe agito sull’amigdala della paziente, sviluppando più sinapsi, più neuroni, in un cocktail formidabile di salute: l’obbiettivo, se circolare e olistico, se prende mente, anima e corpo (anche quello familiare) crea, se chiaro e plastico linguisticamente, il bene stesso, cioè la guarigione. Chiesi (alla paziente) di mantenere il segreto professionale circa il percorso terapeutico, perché potesse concentrarsi sugli studi e non sul suo male come fonte di compassione e comprensione. Le chiesi di non pensare a sé e al suo male (a quello ci pensavo io), ma all’obiettivo, prendere la maturità, farcela! La mia certezza derivava dal fatto che, guarendo la madre dal suo bisogno di curare, guarendo il nucleo familiare dalla continua conflittualità e ambivalenza, attivando le motivazioni consce alla guarigione di Lucia, ella potesse trovare validi motivi emotivi per aver voglia di vivere. Le chiesi anche di tirare fuori aggressività e grinta nei confronti delle persone che mostravano pietà per lei, come se fosse già… morta! Le dissi anche chiaramente che la sua passività ,la sua anemia morale,era nemica del cambiamento. Doveva pettinarsi, mettersi abiti nuovi, insomma venire fuori, allo scoperto: aveva più di 17 anni. Le chiesi di cercarsi anche un ragazzo. Inoltre le dissi di dichiarare la sua decisione che sarebbe riuscita a guarire ai genitori: la luce sarebbe entrata nella sua famiglia inaspettata-mente. I suoi genitori ci misero un mese per credere veramente non alla morte, ma alla guarigione della figlia. Soprattutto la madre, affetta da sensi di colpa fin da giovane, sentiva che avrebbe dovuto pagare con questo nuovo dolore il peso dei suoi rimorsi passati. Cominciavo a capire allora che bisognava lavorare almeno sulle “ombre”di tre generazioni. Sui sensi di colpa che rimbalzavano, dei rimorsi, insomma delle proiezioni reciproche genitori-figli. Lucia avrebbe poi dovuto dire ai genitori che potevano anche cominciare ad andare d’accordo. Non avrebbero più dovuto litigare a causa sua e per la sua malattia. Ci pensava lei, con i suoi dottori e con la sua volontà, a tirarsi fuori! Dimagrito, per così dire, il clima emotivo familiare e para-medicale, enfatizzato da mille angosce, si decise di imboccare (in particolar modo la madre) la strada del coraggio. Della speranza attiva. Della decisione di guarire. Lucia ce l’avrebbe fatta, di questo era sicura e di questa nostra sicurezza interna erano piene le pagine del suo quaderno, ma anche dei miei diari clinici, dove la definizione crea la realtà e dunque bisognava agire come se… non fosse stata data quella definizione! Inoltre Lucia trovò anche il coraggio di pretendere che i suoi genitori, se lei fosse guarita, non si sarebbero separati mai. Li avrebbe ricompensati con la sua guarigione. Si era come suggellato un patto fra me e lei :questo rendeva piu’ facile,nonostante la malattia, l’autonomia delle due generazioni. E così, come nella favola di Pollicino, in cui è il bimbo che porta le briciole di pane ai fratelli e ai genitori, anche Lucia fece da genitore ai suoi genitori smarriti.Durante la malattia la obbligai a studiare per convertire le sue energie in qualcosa di meglio che non fosse l’auto-compassione. Lucia ha oggi 39 anni e tre mesi. Il trapianto? Tre giorni prima della data fissata per l’intervento il prof. B. disse alla famiglia che non c’era bisogno di farlo, perché i globuli rossi erano saliti… Si doveva solo controllare che tutto si stabilizzasse! Lucia continuò i suoi studi,come se…Oggi è avvocato di diritto penale. Sta benissimo. Si è sposata, le è rimasta la paura dei figli come preoccupazione ed ansia e quindi non ne ha voluti. Ma nessuno ha dimenticato quella svolta clamorosa: Lucia, da pallida ragazza insignificante, era diventata il simbolo di una guarigione scientificamente provata, che sembrava un miracolo. Una volta dichiarata la guarigione, fui chiamata assieme allo staff dei curanti dell’Ist a rendere nota la vicenda sia all’Università di Marsiglia che di Ajaccio. Il mio cervello “anticipatorio” e “intenzionale”, come direbbe oggi il prof. Rizzolati del laboratorio di neuroscienze dell’Università di Parma, aveva visto giusto. In quel caso le dimensioni del “guaribile” erano chiare. I miei neuroni specchio (posso dirlo adesso!) avevano colto quell’aspetto d’intenzionalità sana di Lucia, della sua voglia di sfidare il sistema che le ha permesso di agire terapeuticamente in perfetta sintonia con l’ambiente sia familiare che medicale. In altri casi, purtroppo, le condizioni sia dell’ecosistema familiare sia del cosiddetto paziente designato, e dell’ambiente sia affettivo che culturale della persona malata, sono così oscure e impenetrabili, che non si riesce a capire come sia possibile trovare il filo, il passaggio, il sentiero luminoso, l’interpretazione atta a sciogliere il nodo, il morbo, l’ecosistema in cui si trova il paziente. Se mai sarà vero il contrario: conoscendo le disfunzioni, le nevrosi, le psicosomatizzazioni, le ossessioni che inseguono il paziente, sarà possibile definirne il futuro, le patologie in cui cadrà, anche quelle mortali. Non è solo una questione genetica, ma culturale, sociale, familiare ed affettiva. Sarà la scienza del futuro quella della PREVEDIBILITA’ non occasionale, ma scientifica,(non solo prevenzione), come si fa in vittimologia. Quando mia madre vendette la sua creatura, la rivista per cui aveva speso più di cinquant’anni, sapevo che si condannava a morte. Lo dissi, ma nessuno poteva crederci, anzi: finalmente in pensione, in pace! Non era quello che tutti volevano? In pace. In pace eterna. Qual era, anche, il vero cambiamento?
Il mio cambiamento di allora mi aveva permesso di entrare in situazioni considerate estreme, incurabili dalla psicoterapia. La sfida terapeutica aveva reso coese le forze di tutti, medici compresi, che avevano anch’essi propensione alla perplessità più che all’ottimismo della mente, che alza le difese immunitarie. Con risultati fulminanti. Non arrendersi alla decisione, non verbalizzata, ma palese, dei genitori.
Non arrendersi alla passività della paziente che, grazie a quella diagnosi, diveniva una specie di eroe… morto, ma vivo nella ricordanza. Ma quando è necessaria una svolta decisiva per poter cominciare un processo di cambiamento e vivere in maniera piu’ sana oltre che serena? Vale allora la pena di considerare tutti i sintomi come psicosomatici, il lupus, l’artrite reumatoide, le malattie autoimmuni, esiti infelici di infelici situazioni psico-affettive, o con mancanza di chance di lavoro, dove non può nascere il sole di nessuna speranza, sentendosi la persona sola e abbandonata, senza risorse se non quelle della patologia? Vale la pena di chiedere in fase di anamnesi, al primo colloquio, se una persona si sente abbandonata, infelice, prima di qualsiasi altro tipo di inchiesta? Se pensate che basta pensare ad un amore finito o a quando qualcuno ci ha lasciato, o al lavoro perduto,per vedere illuminare o spegnere una determinata zona del cervello,sarà bene sapere dove,come e quando cambiare. Anche metodo d’intervista. V’immaginate una cartella clinica con su scritto:è in pericolo di vita perché non si sente amata ? Soprattutto oggi,in tempo di neuro crisi,di crisi di valori e dell’economia.:malata di paura. Malata di insicurezza e sfiducia. Pronto soccorso terapeutico con gruppi per giovani che non trovano lavoro,anziani che non trovano persone che li accudiscano.L ista infinita. Se si legge nel cervello come in un libro aperto,sarà bene per tutti esercitarlo,sapendo come evitare autogoal o ulteriori aggravi. La neuroscienza sociale ci avvisa :il futuro sarà nelle mani di chi avrà immagini positive,come dice la FMRI,la risonanza magnetica funzionale….per immagini! Le visioni positive,l’ottimismo in tutte le sue forme, l’attenzione, la valorizzazione, la premura, sono fattori di guarigione, di metamorfosi e di sviluppo biologico e di cambiamento. Inverosimile! Oggi,in piena crisi,qual’ è la vera prevenzione di tutti i mali? volere bene a se stessi, e quindi gratificare, valorizzare, amare la vita anche quando sembra ingrata, studiare, strutturare e nutrire d’informazioni il cervello, è prevenzione .non solo psichiatrica. Una mia paziente,di Pavia ,alla domanda,ma come è riuscita a sconfiggere il cancro,mi risponde:”Parlandogli,come un compagno di strada .gli chiedevo di riavere mio marito e di farmi vivere fino al matrimonio di mia figlia. E cosi’ e’ stato:mi ha accompagnato fino all’altare di mia figlia e poi e’ scomparso!(Purtroppo assieme a mio marito):ma gli sono grata.”parlava del cancro come di un caro amico che la vita le aveva regalato………e il cancro se ne era andato. Grazie a lui,adesso sono meno egoista,meno ipocrita,più forte. L’amore ai tempi della fmri,della risonanza magnetica funzionale per immagini. Un’altra paziente di Brescia,infermiera,alla notizia della sclerosi,28 anni,decise che avrebbe fatto sesso con tutti i medici o le persone che l’avessero guardata,prima di non essere guardata piu’:nel giro di un anno,era tornata normale,con un’auto-stima balzata alle stelle e un aspetto meraviglioso. Ma ora vi racconto un caso che è segnato ancora da un grosso punto di domanda. Adolfo è un piccolo grande uomo. Ha combattuto miserie e morte. Dalla Calabria viene su a Torino. Fa il cameriere, poi il ristoratore. Lavora 24 ore su 24, ha quattro figli e una bella moglie grassa. Ma cosa gli capita? S’innamora di una giovane filippina, magra, seducente, scavata nel volto, con due figlie. L’aiuta in tutte le maniere possibili. Come se avesse sette figli da mantenere. Ma intanto s’innamora sempre di più. Comincia perdere chili,la sera non dorme più. Si accascia a dormire tutto il pomeriggio: la moglie gli ha chiesto di scegliere fra le due famiglie. Lo spirito ce l’avrebbe fatta. Il cuore no. La mente, impazzita dal dubbio, scelse una terza strada: quella di non scegliere né l’una né l’altra possibilità. Decise di non decidere. Il suo corpo era di entrambe. E così lo regalò durante un funerale che fu metà Spaccanapoli e metà nenie tristi di filippini in coda con fiori . Metà urla e strappamenti di capelli, metà nenie funeralesche senza lacrime. Scienza?Conoscenza?Potere dell’inconscio ?Amore per la vita?Fantascienza? L’amore guarisce,se non si sa come amare,s’impara…Siamo solo ai primi passi di un’epoca in cui finalmente la psiche (l’anima) sposa il suo soma,il corpo,e insieme vivono d’accordo,non piu’ nemici di sé stessi…Quando non è cosi,arrivano i guai. Lo dice Rita Levi Montalcini, che ama appassionatamente scienza e conoscenza e asserisce di non avere preoccupazioni per il corpo, poiché ritiene che i suoi cent’anni li deve alla sua forza d’animo, alla sua volontà di scrutare il futuro, alla voglia di passare alla storia. Una goccia del suo NGF (fattore neuronale di crescita), spruzzato appena alla base delle narici dei topi, fa ricordare loro la strada smarrita, l’uscita immediata dal labirinto. Asserisce anche che, dopo Ipazia, la filosofa greca fatta a brandelli dal vescovo Cirillo fra il terzo e quarto secolo dopo Cristo, le donne non sono poi così cambiate epi-geneticamente, vale a dire nel loro essere considerate mentalmente. Ora Levi Montalcini sta aiutando le donne africane attraverso una fondazione che ha erogato 6700 borse di studio perché possano studiare meglio la lebbra. Gli psicologi, i grandi della psicoanalisi, lo avevano predetto! Groddeck, grande amico di Freud, diceva che persino la morte era una malattia psicosomatica! Coraggio. Strade nuove e affascinanti si aprono sul cammino della conoscenza.“È tempo di scrollarsi le difficoltà come acqua sulle ali di un’anatra” (Levi Montalcini).Presto ci sarà “la fioritura della conoscenza”, come dice il Dalai Lama.
Un secondo umanesimo integrale. Nuove visioni. Nuove azioni.

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